lunedì 28 febbraio 2011

"A Single Man" di Tom Ford. Una storia d'amore


Fresco vincitore dell’Oscar come miglior attore protagonista per l’impeccabile interpretazione di re Giorgio VI nel solido e formalmente rigoroso ma non memorabile Il discorso del re di Tom Hooper, omaggiamo Colin Firth proponendovi la nostra recensione di A Single Man, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Christopher Isherwood in cui il grande attore britannico ha fornito quella che forse rimane tuttora la migliore performance della sua carriera. 
Al 66° Festival di Venezia lo stilista texano Tom Ford, alla prima fatica dietro la macchina da presa, stupì un po’ tutti dimostrando con questo suo ottimo esordio una padronanza del mezzo e un senso drammaturgico invidiabili, essendo egli anche autore (insieme a David Scearce) di una sceneggiatura davvero ben scritta che si alimenta di dialoghi insolitamente profondi e perfettamente calibrati.

sabato 26 febbraio 2011

Il cinema che riflette sul mondo della televisione: il fascino della morte in diretta

Oggi vi propongo un articolo che scrissi ormai quasi due anni fa per il mensile Cinem'Art in occasione dell’uscita nei cinema italiani di Live!. Il film di Bill Guttentag con protagonista Eva Mendes fu il pretesto per riflettere sinteticamente sui modi di rappresentazione da parte del cinema del mondo della televisione, e in particolare su come la settima arte ha dipinto negli ultimissimi anni il suo format di maggior successo: il reality show.


Il cinema americano si è dimostrato sempre molto attento al mondo del piccolo schermo, ai suoi molteplici meccanismi e sviluppi. Se il primo film importante dedicato interamente all'universo mediatico di un network è l'impietoso Quinto potere (1976) di Sidney Lumet, negli ultimi anni vi è stato un gran numero di pellicole che ha avuto come protagonista il medium televisivo, che si è presentato talora come forte elemento simbolico, più o meno sullo sfondo, talora come fulcro della struttura narrativa. Nell'ultima decade, la riflessione del cinema sulla televisione è passata in diversi casi attraverso il confronto con il format del reality show o della real-tv: per citarne solo alcuni, il celebre e riuscitissimo The Truman Show (1998) di Peter Weir, il poco profondo ma godibile Edtv (1999) di Ron Howard, fino all'indipendente Contenders – Serie 7 (2001) di Daniel Minahan e a Live! di Bill Guttentag (2007, uscito in Italia nel marzo 2009).

martedì 22 febbraio 2011

"S. Darko" di Chris Fisher


Sette anni dopo la morte di Donnie e la vittoria alle elezioni presidenziali di George H. W. Bush su Dukakis, la sorella Samantha (Daveigh Chase) scappa di casa con un amica (Briana Evigan). Le due vengono tradite dalla loro macchina e si ritrovano in un posto sperduto degli States, dove mancano all'appello alcuni bambini scomparsi. Da qui il plot si esibirà in una notevole serie di evoluzioni quanto mai improbabili e contorte.
S. Darko dà sicuramente il meglio di sé quando si fa spaccato di una società piuttosto che coacervo di pseudo-elucubrazioni filosofiche sul tempo forzate e poco credibili. Questo secondo episodio da tale punto di vista esagera parecchio: e il troppo evidentemente stroppia. A differenza del cult-movie di Richard Kelly il film di Chris Fisher, oltre ad essere con ogni evidenza molto meno riuscito nel complesso e ben più confusionario nella descrizione dell'intrigo spazio-temporale (già nel film del 2001 si avvertiva che c'era qualcosa che non tornava), introduce con insistenza un interessante legame tra la tematica dei viaggi nel tempo e la disperata volontà dei giovani protagonisti di cancellare i tanti traumi o errori legati al loro pur breve vissuto.

lunedì 21 febbraio 2011

"Donnie Darko" di Richard Kelly


Uscito nelle sale statunitensi appena un mese dopo l'11 settembre del 2001, ai distributori della Newmarket, così come agli esercenti, non deve essere sembrata una grande idea puntare su un film che ha a che fare con viaggi nel tempo e che mette in scena  il crollo di alcune componenti di un aeroplano di linea sulla casa del protagonista. Lo shock nella popolazione era stato troppo grande, si pensò: fatto sta che Donnie Darko uscì in 58 sale (nulla di strano per un film indipendente dal “misero” budget di 6 milioni di dollari), per poi vedersi però progressivamente ridurre il numero di schermi fino a scomparire. Proprio nel periodo, ad esempio, in cui la più grande catena radiofonica degli Stati Uniti, Clear Channel, stilò una vera e propria black list in cui erano contenute 150 canzoni, perlopiù con testi che facevano riferimento al fuoco, alla morte e ad aerei.
Al di là del modo eccessivo e ai limiti del paranoico con cui molti produttori e distributori dello show-business nordamericano reagirono all'attentato terroristico delle Twin Towers, c'è da dire che il film, grazie a un impressionante passaparola telematico tra fan che lo hanno riscoperto in dvd, è divenuto in seguito un vero e proprio cult-movie. E ha così avuto una vera e propria seconda vita, ottenendo in patria un buon successo in dvd e venendo distribuito a distanza di qualche anno nei cinema di molti paesi del mondo (in Italia è arrivato a fine 2004, dopo l'uscita a Venezia della versione director's cut).


Molti internauti si sono avventurati in molteplici teorie per cercare di risolverne l'intrigo spazio-temporale (portato avanti in realtà con approssimazione e con più di qualche buco di sceneggiatura), ma in realtà il lato più interessante del film sta nel soffermarsi sullo spaccato sociale proposto dal film dell'esordiente Richard Kelly.
La cittadina all'apparenza perfetta di Middlesex (il nome, certamente non casuale, rimanda forse a un qualche tipo di frustrazione inconscia della comunità?), fatta di tante impeccabili villette a schiera e di famiglie agiate all'interno delle quali sembra regnare spensieratezza ed armonia, si rivela essere un microcosmo in cui la frattura tra genitori e figli è praticamente insanabile.
I primi non sono in grado di accompagnare la crescita dei secondi (si pensi alle vicende familiari di Donnie e della sua ragazza) e lo stimatissimo guru televisivo (Patrick Swayze), che vende a centinaia e centina di adepti uno stile di vita fondato sulla necessità di allontanare la paura per aprirsi all'amore, è in realtà un pedofilo. Non deve sorprenderci, dunque, se in un contesto del genere viene allontanato dal college un'insegnante (Drew Barrymore) che fa leggere agli alunni racconti di Graham Greene tacciati di ispirare atti vandalici, mentre durante le ore di educazione fisica si insegna la teoria dell'amore di Patrick Swayze. Il tutto, sullo sfondo della campagna elettorale del 1988 che vede contrapposti il democratico Dukakis e il repubblicano George H.W. Bush, in procinto di stravincere le elezioni.


L'aspetto sociale rappresenta dunque di gran lunga la componente più stimolante del film, che invece alla resa dei conti delude nel suo sub-plot fantascientifico, ammiccando anche piuttosto evidentemente al cinema onirico di David Lynch, sempre sospeso tra sogno e realtà, senza però averne minimamente la forza e la capacità visionaria. Kelly infatti, a differenza del regista di Mulholland Drive (2001), gioca con scarsa padronanza con una serie di figure simboliche ricorrenti (vedi il coniglio gigante o la vecchietta che fa la spola tra la casa abbandonata e la cassetta della posta) e il rapporto sogno/realtà è sviluppato in modo un po' confusionario, senza essere risolto in modo convincente e strutturato. Pur lasciandosi andare a tratti a qualche vezzo registico di troppo (accelerazioni e ralenti a volte gratuiti), il giovane cineasta è però senza dubbio in grado di dare sostanza al film, e nello specifico alla psicologia del protagonista principale, creando lungo l'arco di tutta la pellicola un'atmosfera complessiva inquietante e a tratti persino perturbante.
Nel 2009 esce il pessimo seguito S.Darko, di cui vi proporremo a breve una sintetica recensione.

sabato 19 febbraio 2011

I vincitori del 61° festival del cinema di Berlino: è un trionfo per l'iraniano Nader and Simin, A Separation


Ecco la lista dei principali premi appena assegnati dalla giuria del 61° festival di Berlino presieduta da Isabella Rossellini:

Orso d'oro per il miglior film: Nader and Simin, A Separation (Iran) di Asghar Farhadi.

Gran premio della giuria: The Turin Horse (Ungheria, Francia, Germania, Svizzera) di Béla Tarr.

Orso d'argento per la miglior regia: Ulrich Kohler per The Sleeping Sickness (Francia, Germania, Paesi Bassi).

Orso d'argento per il miglior attore: il cast maschile principale di Nader and Simin, A Separation (Iran) di Asghar Farhadi.

Orso d'argento per la miglior attrice: il cast femminile (Sarina FarhadiSareh BayatLeila Hatami) di Nader and Simin, A Separation (Iran) di Asghar Farhadi.

Orso d'argento per la miglior sceneggiatura: Joshua Martson e Andamion Muratay per The Forgiveness of Blood (USA) di Joshua Martson.

Orso d'argento per il miglior contributo alla realizzazione di un film: Wojciech Staron e Barbara Enriquez, rispettivamente per la miglior fotografia e il miglior production design di El Premio (Messico, Francia, Argentina, Polonia) di Paula Markovitch.

Alfred Bauer Prize: If Not Us, Who (Germania) di Andres Veiel.


venerdì 18 febbraio 2011

Un fine settimana per chi ama il grande cinema: le uscite del 18 febbraio


Questo fine settimana ci sarà davvero l'imbarazzo della scelta nei cinema italiani. Oggi infatti usciranno contemporaneamente tre tra i film più interessanti che ho visto negli ultimi mesi. Prima di tutto il coinvolgente e cupo Il cigno nero, di cui ho scritto qui all'epoca della proiezione al festival di Venezia in un articolo che proponeva anche una sintetica riflessione su Somewhere di Sofia Coppola e alcuni dei principali giovani autori del cinema americano contemporaneo.
Oltre alla pellicola di Darren Aronofsky, usciranno altri due film da non perdere: lo struggente e formalmente impeccabile Un gelido inverno di Debra Granik con una straordinaria Jennifer Lawrence (la recensione la trovate cliccando qui o qualche post più sotto di questo) e il pluricandidato agli Oscar Il Grinta dei fratelli Coen. Un buon film quest'ultimo, che si inserisce pienamente nell'universo cinematografico dei Coen (sul piano tematico le similitudini con Fargo ad esempio, pur essendo Il Grinta ambientato nel Far West, non sono poche) e che fa leva su una grande interpretazione di Jeff Bridges, una fotografia eccellente di Roger Deakins e su alcune sequenze bellissime (su tutte, senza volervi anticipare nulla, quella notturna della corsa a cavallo con protagonisti Bridges e la quattordicenne Hailee Steinfeld, meritatamente candidata all'Oscar). 

 

Purtroppo non avrò tempo, almeno oggi, di proporvi la mia recensione de Il Grinta, intanto però vi consiglio di andarlo a vedere, ma al contempo di non perdere Il cigno nero e Un gelido inverno. Restate alla larga, invece, dal melenso e sconclusionato Il padre e lo straniero.

giovedì 17 febbraio 2011

"Terminator" di James Cameron


È un film simbolo del cinema fantascientifico d'azione degli anni ottanta e alcune delle sue sequenze sono entrate nell'immaginario collettivo di quegli anni, coinvolgendo, grazie all'affermazione del mercato home-video e all'uscita del sequel nel 1994, anche tutta quella generazione di ragazzi e appassionati di cinema cresciuta negli anni novanta.
Quando arriva Terminator (1984), siamo a pochi anni da Guerre Stellari (1977), Alien (1979), Blade Runner e La Cosa (entrambi del 1982). La fantascienza “d'autore”, forse anche con una certa sorpresa da parte di chi l'ha finanziata, sta avendo un successo straordinario (non a caso da tutti questi film nascerà una saga). Il pubblico internazionale comincia a fantasticare su galassie lontane, alieni mostruosi e letali talora dall'aspetto cangiante e androidi che somigliano in tutto e per tutto a uomini. Distanziandosi dall'approccio “fiabesco” del film di Lucas e facendo invece  proprie, con una tendenza più esplicitamente apocalittica, le atmosfere cupe e tenebrose di Alien, Blade Runner e La Cosa, Terminator presenta un personaggio antagonista piuttosto originale. Certo, l'ispirazione agli androidi del film di Ridley Scott del 1982 e del romanzo di Philip Dick è evidente e non può essere elusa, ma è anche vero che un sofisticato e spietato cyborg-killer di acciaio proveniente dal futuro e ricoperto da pelle, sangue e capelli come fosse un uomo, non si era ancora mai visto.     


In un futuro molto prossimo, una guerra nucleare scatenata da un sistema di computer per la difesa  all'avanguardia distrugge il pianeta Terra per come oggi lo conosciamo. Questo sofisticatissimo network informatico è evoluto a tal punto da ribellarsi agli esseri umani che lo hanno creato, arrivando persino a vedere in loro degli ostacoli per la propria sopravvivenza (il riferimento all'intelligenza artificiale è chiaro e la mente va immediatamente all'HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio). Con il tempo, però, gli umani sopravvissuti riescono a riorganizzarsi e iniziano a combattere proficuamente le macchine attraverso la guida del ribelle John Connor.
Nel 1984, anno in cui si svolgono le vicende diegetiche, viene inviato dal futuro un Terminator (Arnold Schwarzenegger) programmato per uccidere Sarah Connor (Linda Hamilton), la futura madre del capo dei ribelli, con l'obiettivo di spezzare la rivolta ancor prima che nasca. Allo scopo di proteggere la giovane donna, viene contemporaneamente mandato dai ribelli il soldato Kyle Reese (un Michael Biehn non più pervenuto in ruoli di una certa importanza), che ingaggerà con il Terminator un duello continuo e mozzafiato per tutto il film, all'insegna di una battaglia senza esclusione di colpi.


Al di là dell’annosa questione spazio-temporale legata alla possibilità di cambiare eventi futuri già avvenuti intervenendo sul passato (il viaggio nel tempo, infatti, presupporrebbe diverse dimensioni e nella migliore delle ipotesi andando indietro nel tempo si potrebbe intervenire su una sola di esse), il film è un action-movie fantascientifico appassionante e costruito con sapienza e senso del ritmo evidenti. La sequenza del combattimento finale con un Terminator davvero duro a morire è molto efficace, e si può facilmente comprendere il motivo per il quale abbia colpito molto gli spettatori dell'epoca. Ma dal punto di vista narrativo, è la prima mezz'ora che sorprende per come vengono presentati alternativamente con grande efficacia il ribelle e il Terminator che si preparano all'inevitabile scontro mentre vanno alla ricerca di Sarah.
Nonostante oggi appaiano inevitabilmente un po' datati alcuni di quegli stessi effetti speciali che  furono tanto esaltati all'epoca dell'uscita del film (si vedano in generale le poche sequenze ambientate nel futuro e, in particolare, i movimenti in alcune circostanze poco fluidi dello “scheletro” del Terminator), la pellicola di James Cameron rimane tuttora come una delle vette della  grande fantascienza cinematografica degli anni ottanta.

mercoledì 16 febbraio 2011

E! vi porta sul tappeto rosso dei prossimi Oscar


E!, Il canale 124 della piattaforma Sky dedicato al mondo dello spettacolo, a partire dalla mezzanotte del prossimo 27 febbraio seguirà in diretta la notte degli Oscar dal tappeto rosso del prestigioso Kodak Theatre di Los Angeles, con interviste esclusive alle star del cinema che si contenderanno da lì a breve le ambite statuette e a tutti i principali protagonisti della serata. Il tutto rigorosamente tradotto in italiano.
Per chi volesse immergersi sin d’ora nell’atmosfera ma da protagonista, E! sulla propria pagina di Facebook  propone un atipico e giocoso video interattivo che simula che la star che si prepara ad andare a sfilare sul red carpet siate proprio voi. Nel video qui sotto trovate qualche informazione a riguardo, con estratti di alcune delle immagini che vedrete nel video interattivo:


Il link a cui si deve andare per mettersi nei panni di una star, vivendo l’esperienza in soggettiva della preparazione alla sfilata sul tappeto rosso, con tanto di fan devote che vi aspettano, cartelloni con la vostra foto e staff a vostro completo servizio, è il seguente: eonline.com/ilmiotappetorosso.
Un doveroso avvertimento, però: per fare questo è necessario che diate il permesso di accesso alla pagina di E! ad alcuni dei vostri dati su Facebook, come accade quando si vuole usare qualsiasi applicazione presente sul social network fondato da Mark Zuckerberg. A voi la scelta.

Articolo sponsorizzato da E!

martedì 15 febbraio 2011

"Fargo" di Joel e Ethan Coen


Fargo esce nel 1996 ed è il film che consacra definitivamente i fratelli Coen (anche se dopo Arizona Junior, Crocevia della morte e soprattutto Barton Fink si erano già costruiti una solida fama nell'ambiente cinematografico), ottenendo un successo critico pressoché plebiscitario e vincendo il premio per la miglior regia al festival di Cannes e gli Oscar per la miglior sceneggiatura originale e per l'attrice protagonista (Frances McDormand). Proprio alla figura femminile interpretata dalla moglie di Joel è legato uno degli elementi di maggiore novità della pellicola: è infatti la prima volta nella storia del cinema che il detective protagonista del film (che tra l'altro entra in scena per la prima volta dopo mezz'ora) è una donna incinta.
Margie è vicina al momento del parto e si ritrova suo malgrado a indagare su un triplice omicidio avvenuto a Brainerd, Minnesota, che la porterà nel corso delle indagini fino a Minneapolis, in un negozio di macchine in cui lavora William H. Macy (che qui fornisce una delle migliori prove della sua interessante carriera).
Nel caso in cui qualche lettore non avesse ancora visto il film, preferiamo evitare di addentrarci nella trama, anche se poi questa risulta essere fondamentalmente poco più di un canovaccio, utile ai Coen per parlarci di quella perdita del senso dell'orientamento che per loro è in fondo la cifra del nostro agire collettivo in quanto esseri umani.


I personaggi che animano il film, ad eccezione della protagonista e forse solo di qualche altro personaggio secondario, sono tutti persi, rintronati, bizzarri e  rigorosamente parte integrante di quel costante sfondo spettrale che aleggia lungo l'arco dell'intera pellicola. In bilico tra tragedia e commedia, il film presenta dei dialoghi e dei momenti esilaranti (si vedano soprattutto a molte delle scene in cui è presente il personaggio di Steve Buscemi), eppure alla resa dei conti la componente tragica ha nel complesso un peso nettamente maggiore: la celebre ironia non-sense coeniana, infatti, non fa altro che acuire la sostanziale drammaticità di Fargo.
Nel corso dell’opera si fa sempre più strada, a poco a poco, una logica che rimanda a quella hobbesiana dell'homo homini lupus: ogni singolo individuo nel mondo tratteggiato dai Coen pensa egoisticamente a sé, non preoccupandosi minimamente se questo comporta calpestare la vita – o nel migliore dei casi la dignità – delle persone che lo circondano. In ogni caso, i due registi danno continuamente l'impressione di divertirsi nel decostruire il filone classico del  cinema investigativo  (in questo caso più il noir che il giallo) non solo dal punto di vista della contaminazione dei generi, ma anche e soprattutto stravolgendone il tradizionale incedere narrativo. Si pensi a questo proposito, a titolo esemplificativo, ai diversi testimoni che si perdono nel dare informazioni inutili alle autorità, incapaci di descrivere le persone che hanno visto e lasciandosi poi scappare per sbaglio un'informazione fondamentale; oppure ai fuggiaschi trovati per pura fatalità dalla polizia e non sulla base di un lucido ragionamento partito dagli indizi acquisiti nel corso delle indagini.


Doveroso accenno finale alla didascalia d'apertura in cui viene specificato che la storia cui stiamo per assistere è realmente accaduta (“[...] Su richiesta dei superstiti sono stati utilizzati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato”): naturalmente non è vero,  ma con tale espediente i Coen giocano con lo spettatore facendolo interrogare sulla supposta veridicità degli improbabili eventi raccontati.

lunedì 14 febbraio 2011

"Un gelido inverno" di Debra Granik


Sconosciuta al pubblico italiano, Debra Granik prima di questo piccolo potente film aveva girato un corto trionfatore al Sundance (Snake Feed, 1997) e un'acclamata pellicola indipendente con Vera Farmiga (Down to the Bone, 2004, vincitore del gran premio della giuria sempre al Sundance). Un gelido inverno è un intenso racconto agli antipodi dell’American Dream che narra della diciassettenne Ree (la sorprendente Jennifer Lawrence), costretta ad occuparsi dei due fratellini e della madre catatonica sullo sfondo di un Missouri sperduto e ostile. Il padre è assente. E quando scomparirà senza lasciare tracce, la ragazza dovrà impegnarsi in un’affannosa e pericolosa ricerca per evitare di perdere persino la casa ipotecata.
Struggente dramma sceneggiato in maniera impeccabile dalla stessa Granik insieme ad Anne Rosellini adattando l’omonimo romanzo di Daniel Woodrell, Un gelido inverno mette in scena con grande forza drammaturgica un’America profonda, violenta, disperata e affamata. Con un’unica via d’uscita: ricominciare dalla famiglia.
Dopo aver vinto il premio della giuria per il miglior film al Sundance qualche mese prima, l'opera della quarantacinquenne cineasta nordamericana ha trionfato meritatamente al Torino Film Festival, portandosi a casa anche il premio per la miglior interpretazione femminile della Lawrence (ex-aequo con Erica Rivas per Por Tu Colpa). Poche settimane fa ha ottenuto, a sorpresa, la candidatura a ben quattro premi Oscar (miglior film, sceneggiatura non originale, attrice protagonista per la Lawrence e attore non protagonista per John Hawkes). Insieme a Frozen River di Courtney Hunt (2008), una delle più belle sorprese del cinema indipendente americano degli ultimi anni: da vedere assolutamente.


domenica 13 febbraio 2011

"Star System" di Robert Weide


A corrente alternata. Forse nessun'altra definizione restituirebbe meglio il senso di questa commedia  romantico-satirica ambientata nel mondo della grande editoria statunitense e basata sul best-seller in cui l'autore Toby Young, ex giornalista inglese di Vanity Fair, descrive ironicamente le proprie disavventure come redattore della celebre rivista.
Il protagonista del film Sidney Young (Simon Pegg) dirige un'audace periodico britannico di spettacolo che si diverte a prendere in giro i grandi nomi dello show-business. Squattrinato ma animato da una forte passione per il proprio lavoro, viene contattato dal direttore della rivista Sharps. Il potente Clayton Harding (Jeff Bridges), nostalgico dei vecchi tempi in cui era partito con il fondare una fanzine indipendente e dissacrante, si rivede in Sidney e decide così di proporgli di venire a lavorare per lui a New York. Sidney accetta con entusiasmo e da qui parte quella che sarà la sua parabola discendente.
L'intento era quello di mettere alla berlina, attraverso le armi della commedia, la frivolezza e la totale assenza di professionalità di molti giornalisti che si occupano di spettacolo, mostrando come il loro lavoro non faccia altro che fondarsi su un duplice canale pubblicitario: per la rivista che pubblica approfondimenti su personaggi di successo e, naturalmente, per questi ultimi che negli articoli vengono esaltati in modo indecente e tratteggiati quasi come degli dei.


Star System – Se non ci sei non esisti però non graffia mai veramente, alternando gags a volte anche molto divertenti (spicca qualche riuscito duetto tra Pegg e Bridges) a una serie notevole di momenti morti in cui la narrazione si trascina stancamente, risultando un po' indigesta.
L'intero film va fortemente a corrente alternata, come dicevamo all'inizio. E qui la complicità della sceneggiatura di Peter Straughan è decisiva: tant'è che quando gli attori (l'inglese e sgraziato Simon Pegg su tutti) sono supportati da buone battute riescono sempre a creare un'atmosfera ironica e spassosa. 
La regia di Robert Weide (al suo primo lungometraggio) è piatta e priva di mordente anche per una commedia scanzonata. Esilarante, invece, l'utilizzo come sorta di leit motiv della imponente campagna di lancio del film Madre Teresa – The Making of a Saint, in cui la figura della santa è interpretata in modo alquanto improbabile da un'affascinante e dissoluta Megan Fox.


sabato 12 febbraio 2011

"Tropa de Elite" di José Padilha

È stato presentato ieri al festival di Berlino Tropa de Elite 2 – O Inimigo Agora è Utro, il seguito del fortunato film del brasiliano José Padilha che alla Berlinale del 2008 si era aggiudicato contro ogni pronostico l’Orso d’oro battendo sul filo di lana il capolavoro di Paul Thomas Anderson Il Petroliere. Cogliamo l’occasione per proporvi la nostra recensione del primo film scritta per il mensile Cinem'Art all’epoca dell’uscita nei nostri cinema.


Tropa de Elite, pur non presentando un particolare sguardo d’autore e facendo ricorso ad una struttura narrativa tipica del solido prodotto hollywoodiano (spettacolarizzazione, costruzione temporale non lineare, utilizzo un po’ ammiccante della voce fuori campo), è di sicuro un buon lavoro ed ha il notevole pregio di restituire la tragica situazione delle favelas in gran parte della sua complessità. Fin dall’inizio la scelta è quella di concentrarsi sulla polizia, a differenza ad esempio del celebre City of God di Meirelles, dove il punto di vista adottato era quello dei trafficanti.
A Rio de Janeiro nel 1997 la maggioranza dei poliziotti, sottopagati e male addestrati, tende ad essere facilmente corruttibile e sembra non avere alcuna intenzione di rischiare la vita mettendosi in guerra con i trafficanti che controllano le favelas. Se la polizia è in gran parte corrotta, la popolazione sembra stare dalla parte dei trafficanti, i quali perlomeno assicurano agli abitanti delle favelas una certa protezione. Poi c’è la tropa de elite che dà il titolo al film, detta anche Bope, vale a dire l’implacabile squadra dei reparti speciali (che può contare solo su cento unità) con il compito di risolvere le situazioni di emergenza. In questo contesto apparentemente senza via d’uscita, viene ordinato al capitano del Bope Nascimento (il convincente Wagner Moura) di fare una serie di irruzioni in alcune favelas per renderle temporaneamente sicure in previsione dell’arrivo di Papa Giovanni Paolo II.


Tropa de Elite è una pellicola d’azione ben costruita che, intrattenendo con abilità lo spettatore, denuncia l’inefficienza e l’inadeguatezza degli organi della polizia brasiliana e guarda con rispetto al Bope, pur raffigurando un panorama complesso e per nulla manicheo in cui non è semplice discernere il bene dal male – si pensi ai ragazzi benestanti della ONG che contribuiscono a finanziare il mercato della droga dei trafficanti. Dal vincitore di un festival importante come quello di Berlino, comunque, ci saremmo aspettati uno sguardo più profondo, spiazzante e, soprattutto, un linguaggio cinematografico maggiormente ricercato ed innovativo.

venerdì 11 febbraio 2011

Due righe su "Burlesque" di Steve Antin


È inutile negarlo. Da questo musical diretto da Steve Antin (attore nel cult I Goonies del 1985) e interpretato da Cher e Christina Aguilera ci si aspettava il peggio. E invece, inaspettatamente, ci si trova di fronte ad un buon prodotto. Grosso insuccesso al botteghino statunitense (appena 39 milioni raccolti su 55 di budget) e accolto malamente dalla critica d’oltreoceano, Burlesque è invece passato allo scorso festival di Torino raccogliendo più di qualche consenso. L’esordio come regista di Antin è infatti rigorosamente prevedibile in ogni suo momento di svolgimento, edulcorato e tutto rose e fiori, certo, ma anche confezionato con un gusto e una cura innegabili. L’alternanza tra i momenti musical-pirotecnici e quelli più propriamente narrativi funzionali a mandare avanti la storia è gestita con gran disinvoltura, e il film scorre piacevolmente per le sue due ore di durata facendo felicemente leva sulla potente voce della Aguilera. Tanto che l’operazione sembra studiata a tavolino per lanciare la carriera cinematografica della cantante proveniente dal clamoroso flop del suo ultimo disco Bionic. Ad ogni modo, la trentenne popstar è molto abile nei numeri musicali e, pur non brillando certo per doti attoriali, tutto sommato se la cava nel ruolo della protagonista.


giovedì 10 febbraio 2011

"Vicky Cristina Barcelona" di Woody Allen


Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson), rispettivamente studentessa universitaria specializzanda sull’identità catalana e aspirante regista amante di ogni tipo di forma artistica, sono due attraenti amiche che si recano per una vacanza estiva a Barcellona, desiderose di conoscere l’architettura e l’arte della città spagnola.
Qui, pur avendo idee completamente opposte sull’amore e sul rapporto di coppia, finiscono entrambe per farsi coinvolgere dall’affascinante pittore Juan Antonio (Javier Bardem). Cristina è libera, ma Vicky deve sposarsi a breve: la situazione si complica ulteriormente con il ritorno della passionale, seducente, emotivamente instabile e paranoica ex moglie dell’artista spagnolo, Maria Elena (Penelope Cruz), che porterà ad un intenso ménage à trois tra tre dei quattro protagonisti.


Ciò che più di ogni altra cosa rende Vicky Cristina Barcelona un film riuscito è la sceneggiatura (da sempre cavallo di battaglia di Woody Allen), composta da dialoghi brillanti e molto ben costruiti che coinvolgono fin da subito lo spettatore, delineando i personaggi con un brio ed un'ironia trascinanti. Ironia come veicolo, però, di una costante e strisciante riflessione, profondamente malinconica, sulla natura degli esseri umani e in particolare del rapporto che lega questi ultimi al sentimento amoroso. Pur essendo presente fin dall’inizio (si pensi anche solo al tono scanzonato e giocoso con cui il narratore esterno presenta tutte le vicende), il registro ironico diviene davvero preponderante nel momento in cui entra in scena Maria Elena, a metà circa del film. Penelope Cruz (vincitrice per questo ruolo dell’Oscar come miglior attrice non protagonista) è infatti protagonista in compagnia di Javier Bardem di sequenze davvero esilaranti, con le quali il regista si diverte nel mettere in luce le difficoltà e le idiosincrasie che presenta il loro appassionato e quantomeno bizzarro rapporto.


Gli attori principali offrono delle prove molto convincenti ed è palpabile il coinvolgimento con cui  hanno contribuito alla realizzazione della pellicola, che riscatta Woody Allen dopo il passo falso di Sogni e delitti, fredda riproposizione in chiave grottesca dei medesimi temi del lucido, disincantato, memorabile Match Point (indubbiamente il suo lavoro più ispirato degli ultimi dieci anni). Da segnalare sinteticamente, in coda, l’efficacia del finale “sospeso” e il breve, ma molto suggestivo, gioco di dissolvenze sui primi piani di Bardem e della Hall a precedere il loro primo bacio.

mercoledì 9 febbraio 2011

"L'uomo che fissa le capre" di Grant Heslov


Sceneggiatore a quattro mani con George Clooney dell’impeccabile script di Good Night, and Good Luck, Grant Heslov questa volta ci prova come regista, dirigendo nel suo gradevole L’uomo che fissa le capre un cast di tutto rispetto: oltre all’amico Clooney, Ewan McGregor, Kevin Spacey e Jeff Bridges.
Il film è una presa in giro, a tratti persino demenziale, dei presunti tentativi che il governo statunitense avrebbe in passato attuato per cercare di sfruttare il paranormale al fine di combattere i nemici. Bob Wilton, giornalista alla ricerca di un grande scoop che possa imporlo nel suo ambiente lavorativo, si imbatte in un uomo che gli rivela di aver partecipato, nel periodo successivo alla guerra del Vietnam, ad uno speciale programma militare in cui si cercava di sviluppare le capacità psichiche dei soldati. Con tanto di addestramento a tecniche psicologiche di dissuasione alla Luke Skywalker di Guerre Stellari (i soldati sottoposti a questo tipo di esperimenti vengono soprannominati jedi soldiers!). Da qui parte la sua inchiesta su questa incredibile storia, affollata di persone bizzarre e stravaganti, sempre in bilico tra pseudo-superpoteri e follia.


Il riferimento alla disponibilità del governo statunitense a provarle tutte pur di sconfiggere il nemico è chiaro, e dunque, al di là dei progetti legati al potenziamento di abilità paranormali, la mente dello spettatore non può che andare a quei feroci metodi di tortura adottati in Iraq durante l’amministrazione Bush, resi illegali da Obama poco dopo il proprio insediamento. Lo sceneggiatore è Peter Straughan, lo stesso di Star System, pellicola satirica sul mondo del giornalismo cinematografico in cui trovate davvero esilaranti si alternavano a delle pause troppo lunghe. Anche se in alcuni momenti l’intensità comica cala e, soprattutto nella seconda parte, perde abbastanza vistosamente in brillantezza e smalto, l’esordio di Heslov è comunque da considerarsi un lavoro piacevole, che fila piuttosto liscio per la sua ora e mezza di durata.


Davvero spassosi alcuni duetti Clooney-McGregor e un paio di sequenze con un grande Jeff Bridges, che tra l’altro si faceva notare per la sua straordinaria maschera comica anche nel già citato Star System. Un rammarico: vista la trama, il film avrebbe potuto essere ancor più interessante se avesse deciso di graffiare davvero. Rischiando un po’ di più: optando per l’irriverenza. 

martedì 8 febbraio 2011

"In amore niente regole" di George Clooney


Proprio in questi giorni sta girando il suo nuovo film da regista, che mostrerà la corruzione del mondo politico nordamericano e si avvarrà di un cast eccezionale: oltre a Clooney stesso, partecipano infatti al progetto Ryan Gosling, Paul Giamatti, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei e Philip Seymour Hoffman. The Ides of March dovrebbe essere distribuito nelle sale americane e italiane nel 2012 e, tra i film attualmente in produzione, è sicuramente uno dei più attesi. Intanto, ci fa piacere ricordare l’ultima fatica dietro la macchina da presa di George Clooney, In amore niente regole (spregevole traduzione italiana del titolo originale Leatherheads), una riuscita commedia ironico-sentimentale, godibile e spassosa, ambientata nel mondo del football americano.
Siamo nella metà degli anni Venti, periodo in cui cominciavano timidamente a svilupparsi le basi per una forma professionistica di questo sport, affermatasi poi nel decennio successivo cavalcando l’onda del boom economico. Dodge (Clooney) è un buon giocatore di football che ha la grande intuizione di mettere sotto contratto per la propria squadra Carter Rutheford (Krasinski), il più forte giocatore d’America nonché eroe di guerra e vero e proprio mito nazionale, destinato inevitabilmente a riempire tutti gli stadi del paese. Sul suo passato nella Grande Guerra, però, comincerà ad indagare l’attraente e capace giornalista Lexie (Zellweger).


Il film del 2008, come si sarà già intuito, ha poco a che fare con le prime due regie del divo hollywoodiano (le estremamente interessanti Confessioni di una mente pericolosa e Good Night, and Good Luck), pellicole esplicitamente “impegnate”, profonde ed intense: Leatherheads – letteralmente “teste di cuoio”, che si riferisce ai caschi portati dai primi giocatori di football americano – si propone infatti come un brillante e delizioso divertissement, una piacevole e scanzonata escursione nella commedia romantica e sofisticata. Alcuni scambi tra George Clooney e Renée Zellweger rimandano piuttosto chiaramente proprio alle sophisticated comedies della Hollywood degli anni d’oro, ed in particolare a quelle di Capra ed Hawks; e non è difficile immaginare che i due attori per questa pellicola si siano ispirati alla celebre coppia cinematografica composta da Cary Grant e Katharine Hepburn. Clooney è molto abile nell’ innestare, all’interno di questo contesto deliberatamente spensierato e gaio, una riflessione costante e per nulla banale sulla natura ineluttabilmente mendace dell’iconismo e del divismo, mostrando come i grandi eroi nazional-popolari siano spesso creati, o meglio costruiti, sulla menzogna per fini strumentali e opportunistici (in questo caso non può che venire in mente il discorso centrale alla base di Flags of our fathers di Clint Eastwood). L’interpretazione della Zellweger è molto convincente, così come quella di Clooney, che conferisce con ironia tutto il suo carisma al personaggio, forse però caricandolo un po’ troppo in alcuni frangenti. Buona la sceneggiatura degli esordienti Brantley e Reilly.

mercoledì 2 febbraio 2011

Considerazioni sul trailer di "The Tree of Life" di Terrence Malick


È sul web da un mese e mezzo circa l’ammaliante trailer dell’attesissima opera di Terrence Malick, The Tree of Life. Di questo film se ne parla da anni: lungamente cullato dal pensoso regista nordamericano (sono sinora uscite al cinema sole quattro sue pellicole in 37 anni), inizialmente sarebbe dovuto essere presente allo scorso festival di Cannes (maggio 2010). Poi si è parlato della possibilità che partecipasse al concorso veneziano (settembre 2010), ma ancora una volta non c’è stato nulla da fare. Sembra infatti che il suo noto maniacale perfezionismo abbia portato il sessantottenne regista statunitense a passare mesi e mesi in sala di montaggio, rimandando l’uscita del film fino al prossimo maggio 2011 (quando uscirà in contemporanea anche in Italia dopo essere stato presentato, con ogni probabilità, al prossimo festival di Cannes).
Ad inizio 2010 suscitarono grande curiosità i rumors secondo i quali la pellicola si sarebbe aperta con una lunga sequenza in computer grafica rappresentante l’esplosione del Big Bang e la successiva nascita delle prime forme di vita, tra cui i dinosauri. In un secondo momento si ipotizzò che questa non sarebbe stata la prima sequenza del film, bensì un materiale da utilizzare per un documentario di Malick sulla nascita dell’universo, da far uscire nel circuito IMAX in concomitanza con The Tree of Life. Ipotesi, questa, che poi non è stata più ripresa, non avendo trovato alcun tipo di conferma.    
Insomma, si è davvero detto ed immaginato molto su questo progetto di Malick. Da quello che si può intendere dal trailer e secondo alcune delle indiscrezioni più attendibili, sappiamo che il film si incentrerà sulla famiglia O’Brien, dove la madre (Jessica Chastain) e il padre (Brad Pitt) di Jack hanno due approcci completamente differenti all’educazione del figlio. Poi si dovrebbe passare a raccontare la storia di Jack da grande (Sean Penn). Oppure, la storia della famiglia potrebbe essere una parentesi a mo’ di flashback del presente di Sean Penn. Il tutto, poi, dovrebbe in qualche modo essere ricollegato alle dinamiche che regolano l’universo. Anche se non v’è traccia di dinosauri o dell’esplosione che diede origine al cosmo, infatti, nel trailer sono presenti alcune immagini estremamente affascinanti dello spazio e dell’universo.
Quindi, ricapitolando, con The Tree of Life dovremmo avere a che fare con la storia di una famiglia del Midwest degli anni cinquanta del Novecento e la successiva storia di uno dei tre figli della famiglia O'Brien da grande. Sullo sfondo, forse, la nascita e magari l'ipotetica fine del cosmo.


Di rado un trailer è stato in grado di smuovere i sentimenti di chi lo guarda in questo modo. Ogni inquadratura è un’autentica opera d’arte e il flusso delle immagini che ne scaturisce (stupefacenti, tra l'altro, sono i movimenti della macchina da presa) si fondono con la musica di sottofondo e le poche parole che si odono dei diversi personaggi in una commistione che tocca straordinarie vette di liricità. Siamo di fronte, dunque, a della pura poesia per immagini. Da quel poco che si può vedere (è pur sempre un trailer), poi, Brad Pitt è molto convincente nei panni del padre duro e rigoroso e, non soffermandoci sul sempre inteso Sean Penn, la poco conosciuta Jessica Chastain sembra dimostrarsi un’attrice di grande talento.
Nonostante il fitto alone di mistero che tuttora circonda l’opera di Malick, una cosa siamo in grado di dirla con certezza: se il film sarà in grado di mantenere le promesse del trailer tanto sul piano dell’ambizione narrativa quanto su quello esclusivamente estetico-visivo, il prossimo 27 maggio ci sarà da rimanere a bocca aperta. 
Ma ora godetevi il trailer, subito dopo il quale troverete la traduzione delle poetiche parole che pronunciano i diversi personaggi.
       

Jessica Chastain (Mrs. O’Brien): “Ci sono due modi di attraversare la vita: la via della natura e la via della grazia. Dovrai decidere quale seguire”; 
“Sarai cresciuto prima che quell’albero diventi alto”.

Brad Pitt (Mr. O’Brien): “Serve una gran forza di volontà per andare avanti in questo mondo”; 
“Avanti colpiscimi, colpiscimi. Forza, figlio!”

Jessica Chastain (Mrs. O’Brien): “È spaventato da te. Tu ti aspetti da lui delle cose che solamente un adulto potrebbe fare”.

Brad Pitt (Mr. O’Brien): “Io ho sempre solo voluto che tu fossi forte, che fossi l’uomo di te stesso.”

Jack da piccolo: “Padre, madre, lotterete sempre dentro di me. Sempre lo farete”.

Jack da grande (Sean Penn): “Un giorno cadremo e piangeremo ...  e capiremo tutto, ogni cosa”; 
“Guidaci verso la fine del tempo”.

Jessica Chastain (Mrs. O’Brien): “A meno che non ami, la tua vita passerà in un attimo”.

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