Scritta, diretta e persino prodotta da Simone Bartolini, la dura e tesa opera prima racconta la parabola di un piccolo spacciatore sperduto in una Roma senza pietà, come il sound che ritma la sua caduta.
Fin
dal potente titolo che rimane subito impresso, il lungometraggio d’esordio del
trentenne Simone Bartolini evoca un mondo cupo che non lascia nessuno spazio a
possibilità di redenzione: «privo di luce», come dichiara senza giri di parole lo
stesso regista. D’altronde, se si vuole raccontare il dramma della tossicodipendenza,
non è possibile scegliere un approccio consolatorio. Girato quasi completamente
con macchina a mano e interpretato in gran parte da attori non professionisti (con
le sole eccezioni di Nina Torresi e Danilo Nigrelli), Le formiche della città morta narra la metaforica discesa negli
inferi di uno spacciatore di eroina che, nell’arco di ventiquattro angoscianti ore,
deve disperatamente trovare i soldi necessari a saldare un debito.

