domenica 24 luglio 2011

"Funny Games U.S." di Michael Haneke


Raramente si è nelle condizioni di poter parlare bene di un remake. Ancor più di rado ci si trova nella posizione di esaltarsi per una tale operazione cinematografica. Il caso dell’ultimo film di Michael Haneke è di certo un po’ particolare. La versione statunitense di Funny Games (Funny Games U.S.) è una rigorosa e fedele riproposizione dell’omonimo film precedente (1997), diretto dallo stesso autore austriaco di origine tedesca: stesse sequenze, medesime inquadrature, movimenti degli attori quasi identici. L’unico vero elemento che differenzia le due versioni sono gli attori che vi prendono parte: uno straordinario cast composto da Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt sostituisce gli ottimi Susane Lothar, Ulrich Mühe (il grande attore de La vita degli altri scomparso ormai quattro anni fa) e Arno Frisch della versione originale. Un’operazione simile la fece nel 1998 il regista danese Ole Bornedal, che sbarcò ad Hollywood rifacendo con Ewan McGregor e Nick Nolte il thriller Nightwatch (non così deprecabile come si disse), versione americana quasi identica alla pellicola girata in patria.


A questo punto la domanda che viene spontaneo porsi è la seguente: perché mai un regista dovrebbe accettare di rifare un suo film negli Stati Uniti, soprattutto dal momento in cui si dimostra così soddisfatto della sua opera originale da riproporla una seconda volta tale e quale? Il quesito, del tutto legittimo, sembrerebbe legato a doppio filo a motivazioni di tipo squisitamente economico-professionali. Non ci sembra però questo il caso: Michael Haneke è un cineasta importante, vincitore tre volte a Cannes (Gran premio della giuria per La Pianista, Miglior regia per Niente da nascondere e Palma d’oro per Il nastro bianco); per di più entrambe le versioni di Funny Games si alimentano di una penetrante componente auto-riflessiva e metalinguistica e, al contempo, rappresentano una sapiente lezione di regia e di messa in scena drammaturgica.
Siamo convinti che il regista abbia accettato di fare un remake americano perché stimolato dalla possibilità (sfruttando la presenza di star hollywoodiane) di rendere maggiormente visibile la notevole opera, che nella sua versione precedente non passò per il grande pubblico. Chi non conosce il film del 1997 e vedrà Funny Games U.S. rimarrà sicuramente soddisfatto, e magari, incuriosito, cercherà di recuperare Funny Games.

 

La trama è esile, banale, quello che si dice un canovaccio: marito, moglie e figlio si trasferiscono per le vacanze nella loro stupenda residenza estiva, situata davanti ad uno splendido lago ed immersa nella natura. Passano pochi minuti e, con l’avvento di due misteriosi giovani vestiti di bianco (Michael Pitt e Brady Corbet), il paradiso si tramuta repentinamente in un inferno senza via d’uscita in cui regna incontrastata una violenza sfrenata, tanto angosciante quanto del tutto gratuita, non spiegata perché inspiegabile – tutto ciò ci viene suggerito già attraverso un “cacofonico” ed efficace mix musicale sullo scorrere dei titoli di testa: un drastico passaggio da Händel, Moscagni e Mozart ad un aggressivo pezzo metal. Una violenza che è chiaramente simbolo della Violenza innata nell’Uomo, che ha accompagnato ciclicamente e costantemente tutta la sua Storia, dagli albori fino ai suoi ultimi sviluppi – l’elemento della ciclicità è del resto evidentemente evocato dal finale della pellicola, sul quale per ovvi motivi evitiamo di soffermarci.


Uno degli elementi caratteristici del film è senza dubbio, come si accennava precedentemente, l’auto-riflessività: mediante una serie di spiazzanti stratagemmi (i ripetuti sguardi in macchina di uno dei due killer, che in più occasioni si rivolge direttamente allo spettatore) il racconto filmico esplicita la propria intrinseca natura di testo finzionale e di campo infinito di possibilità (si pensi soprattutto alla straniante sequenza del rewind), esponendo palesemente i propri meccanismi narrativi di costruzione e invitando con forza il fruitore dell’opera a riflettere sul suo ruolo di spettatore.
Altra componente di estremo interesse della pellicola di Haneke è l’utilizzo sistematico ed affascinante del fuori campo, attraverso il quale molti dei momenti più importanti dello sviluppo narrativo vengono negati alla vista di chi guarda, creando situazioni di grande tensione (non siamo di fronte a delle ellissi, bensì a “spostamenti” dello sguardo della macchina da presa rispetto all’azione principale). La violenza non viene mai esplicitamente mostrata, ma si legge nei volti dei personaggi che la vivono, si respira: per l’arco dell’intero film è una sorta di assenza-presenza costante, pressante, a tratti persino insopportabile. E il ricorso al piano-sequenza e alla macchina fissa è certamente decisivo nella costruzione di questa atmosfera inquietante (indicativo a tal proposito è l’agghiacciante piano-sequenza di dieci minuti raffigurante una Naomi Watts e un Tim Roth disperati che tentano di liberarsi), dove l’approccio alla violenza endemica è segnato da un glaciale distacco che fa pensare a Warhol – in serigrafie come Suicide o Race Riots, per fare solo qualche esempio, non vi sono giudizi di merito, prese di posizione, ma solo la asettica constatazione della pervasività della violenza nelle cose umane.


Tra le ottime interpretazioni dell’intero cast emerge quella di Naomi Watts, l’attrice scoperta da Lynch per Mulholland Drive che negli ultimi anni ha cominciato anche a produrre film molto interessanti di cui è interprete (oltre a questo Funny Games, si veda il vibrante melodramma Il Velo Dipinto, ampiamente sottovalutato dalla critica, dove recitava al fianco del co-produttore Edward Norton).

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