lunedì 11 luglio 2011

"Vegas: Based on a True Story" di Amir Naderi


Girato in un digitale ruvido e con un budget molto limitato, Vegas: Based on a True Story dell’iraniano Amir Naderi propone la semplice storia di un piccolo nucleo familiare che vive tra gli stenti in un sobborgo di Las Vegas. Mentre il figlio appena dodicenne va a scuola, Eddie lavora in un’officina come gommista e la moglie Tracy ha un impiego in un ristorante economico. Eddie e Tracy hanno un passato da giocatori d’azzardo e si sforzano di non cadere nuovamente nel temibile vizio. La loro vita va avanti senza sussulti, fino a quando non gli piomba davanti casa un uomo misterioso che prima si spaccia come un marine in congedo dall’Iraq interessato ad acquistare la casa in cui vivono, poi afferma che una valigia piena di soldi è stata sotterrata sotto il loro giardino molti anni prima, proponendogli così di dividere il bottino a metà. Eddie, evidentemente affascinato dall’eventualità di divenire ricco, decide di credere all’uomo e con qualche fatica riesce a convincere anche la scettica moglie a scavare nel giardino, da lei curato come fosse una delle poche cose belle su cui poter contare nella propria vita. Da qui in avanti, il film ruota tutto attorno allo sviluppo di questa ricerca, che da tenace si farà sempre più ossessiva.


L’amaro e sottilmente beffardo riferimento al mito della seconda possibilità e, più in generale, al Sogno Americano (di cui la cultura di massa a stelle e strisce è totalmente impregnata) è evidente, perfettamente consapevole e di grande incisività. Le immagini della famiglia che scava senza sosta nel giardino – e in particolare quelle di Eddie, l’ultimo a smettere di credere nella possibilità di trovare il denaro –, fino a distruggere il prato e rovinare la casa stessa, sono di grande suggestione e rappresentano la fotografia spietata di un mondo che raramente il cinema statunitense si sofferma a raccontare, perlomeno con tale sincerità. Quello che emerge è un vibrante ed anticonvenzionale racconto sullo sfondo di una Las Vegas mai così dimessa e poco attraente, dove le distese desertiche evocano solitudine e desolazione e in cui il gioco d’azzardo è visto sullo sfondo come un incombente pericolo in grado di rovinare la vita delle persone.
Vegas riesce poi in modo mirabile a trasformare i palesi limiti di budget in un insospettato punto di forza. Lo stile diretto, grezzo e privo di fronzoli legato all’utilizzo del digitale, infatti, si addice perfettamente al tipo di storia narrata, conferendo al prodotto finale notevole fascino e dando l’impressione di una non comune coerenza estetica. Presentato in concorso alla 65a edizione del Festival di Venezia, tuttora inedito in Italia.


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