martedì 14 settembre 2010

"Nel paese delle creature selvagge" di Spike Jonze


Esprimere con il linguaggio filmico il punto di vista di un bambino non è cosa semplice e necessita la messa in campo di una sensibilità particolarissima. Spike Jonze riesce nell’impresa di descrivere il mondo dell’infanzia, fatto di puri e a volte ingenui entusiasmi, incondizionati stupori, profonde inquietudini e straordinaria creatività, attraverso gli occhi del piccolo Max (Max Records), bimbo vivace e dagli improvvisi scatti d’ira costretto anzitempo a confrontarsi con la solitudine. Il padre non vive più con la sua famiglia, la madre (una Catherine Keener che sfrutta al meglio le poche inquadrature a disposizione) lavora tutto il giorno per mantenere lui e la sorella adolescente, mentre quest’ultima non gli riserva le attenzioni che vorrebbe.
Tutto questo si intuisce nei primi quindici intensi minuti, nei quali il regista nordamericano impostosi all’attenzione della critica con l’eccentrico Essere John Malkovich (1999), mostra con brio, disincanto e indiscutibile talento visivo la vita familiare del giovane protagonista. Quando una sera un uomo si presenta per cena, Max si sente tradito. Si ribella, morde la madre su una spalla e scappa di casa per poi raggiungere un boschetto. Qui si addormenta, o forse sogna ad occhi aperti: inizia a fantasticare di un mondo lontano popolato da sette creature selvagge scontente e deluse perché non riescono a restare unite come fossero una grande famiglia. Il bambino si propone come loro re, promettendogli di risolvere le controversie e di scacciare per sempre il senso di solitudine. Le cose però si riveleranno più complicate del previsto e durante il suo regno Max comprenderà a fondo l’importanza della famiglia, elaborando in una sorta di processo di autoanalisi i propri errori ed eccessi (le creature, infatti, non sono altro che proiezioni, espressioni del proprio sé e delle sue ansie).
Dopo le dissertazioni cerebrali de Il ladro di orchidee (2002), Spike Jonze ritrova smalto ispirandosi al celebre libro per bambini di Maurice Sendak, Where the Wild Things Are. Nonostante le oggettive difficoltà connesse all’adattamento di un breve testo illustrato che si affida alla capacità descrittiva delle immagini più che a quella delle parole, il quarantenne cineasta (coadiuvato dal co-sceneggiatore David Eggars) regala allo spettatore l’insperata e preziosa possibilità di entrare nuovamente in contatto con momenti e sensazioni pulsanti della propria infanzia. Come nel migliore cinema statunitense contemporaneo, la colonna sonora ha un ruolo fondamentale nel sostenere la narrazione, dialogando magistralmente con il mondo diegetico e costituendosi così come forte veicolo espressivo. Karen O, la leader del gruppo indie-rock newyorchese Yeah Yeah Yeahs, ha scritto e interpretato una serie di canzoni che accompagnano mirabilmente il flusso delle emozioni proposto dal film e gli stati d’animo del piccolo protagonista irrequieto e sognatore.

Se l’impressione è che l’estesa parte centrale dedicata al mondo “virtuale” delle creature selvagge avrebbe potuto esporre rimandi ancor più significativi alla vita di Max, Nel paese delle creature selvagge è in ogni caso un film da non perdere per la sensibilità e lo sguardo anticonvenzionale con i quali riesce a descrivere, attraverso una commistione davvero notevole di immagini, suoni e parole, il complicato percorso di crescita di un bambino come tanti altri. Il breve finale che vede protagonisti Max e la madre è, nella sua essenzialità, uno dei più intensi e drammaturgicamente riusciti degli ultimi anni.

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