lunedì 27 dicembre 2010

"Hereafter" di Clint Eastwood


Ho visto Hereafter allo scorso festival di Torino (26 novembre-4 dicembre). Con un ritardo di quasi un mese, che per un blogger corrisponde all’incirca a qualche anno luce, vi posto qualche riga a riguardo. Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 5 gennaio ed è sicuramente l’appuntamento cinematografico da non perdere a cavallo tra le festività. Per parlare brevemente dell’ultima fatica di Clint Eastwood, non si può che partire dalla componente emotiva. L’opera dell’ottantenne regista statunitense, senza dubbio uno dei cineasti più significativi dei nostri tempi, è in grado di sprigionare una energia emozionale come di rado il cinema sa fare. E la cosa ancor più interessante è che il buon Clint ottiene il risultato – come del resto ci ha ormai abituato da almeno un paio di decenni – con uno stile asciutto ed essenziale, che fa della sottrazione una scelta linguistica improrogabile. Morale. 
Alcuni storceranno il naso per il modo in cui viene trattato il tema della morte (il convincente Matt Damon, uno dei protagonisti, è un sensitivo capace di mettere in contatto il mondo dei vivi con i morti a loro cari) e per il finale ben poco eastwoodiano. Eppure il film proprio nell’escamotage narrativo legato alla natura soprannaturale del personaggio interpretato da Damon trova una forza straordinaria, riuscendo con grazia a riflettere sulla morte e soprattutto sul rapporto con essa di coloro che restano. Scritto con maestria da uno dei migliori sceneggiatori in circolazione, il Peter Morgan di The Queen e Frost/Nixon che a Torino si è presentato con un’altra grande sceneggiatura (l’ottimo I due presidenti di Richard Loncraine, che ricostruisce i rapporti politici tra Clinton e Blair), Hereafter evita ogni tipo di retorica e molte situazioni che in mano ad altri registi o sceneggiatori avrebbero potuto sfociare nel melenso, quando non nel ridicolo, qui raggiungono potenti vette di liricità. Accolto in modo sostanzialmente freddo dalla critica americana, Hereafter forse non è il miglior film di Eastwood. Il più poetico, con ogni probabilità.



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