Dopo aver perso lo scorso anno con Birdman grazie all'affermazione di Grand Budapest Hotel nella categoria miglior film commedia o musical e di Richard Linklater in quella del miglior regista (anche se poco dopo si sarebbe preso una rivincita non da poco agli Oscar), a sorpresa nella notte Alejandro Gonzáles Iñárritu per Revenant - Redivivo si è portato a casa il Golden Globe per il film drammatico e per la regia. A detta della stragrande maggioranza degli esperti di awards season, infatti, il film di gran lunga favorito era Il caso Spotlight, mentre per la regia si parlava di un Ridley Scott in prima fila (Sopravvissuto - The Martian) a giocarsela proprio con Iñárritu e Tom McCarthy (Il caso Spotlight).
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lunedì 11 gennaio 2016
venerdì 20 dicembre 2013
"Interstellar" di Christopher Nolan: il primo teaser trailer in italiano e in versione originale
Con ben 11 mesi di anticipo rispetto all'uscita nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, la scorsa settimana è stato diffuso online il primo teaser trailer di Interstellar, l'atteso nuovo lavoro di Christopher Nolan, attualmente in post-produzione, che arriverà il 6 novembre 2014 nei cinema italiani e il giorno successivo negli Stati Uniti.
Dopo il sopravvalutato Il cavaliere oscuro - Il ritorno (2012), che per chi scrive è di gran lunga il film meno riuscito della trilogia dedicata a Batman dal talentuoso regista statunitense, con Interstellar Nolan affronterà per la prima volta il genere fantascientifico.
sabato 19 ottobre 2013
"The Monuments Men" di George Clooney: i due trailer originali e il trailer sottotitolato in italiano
Interpretato da un cast d'eccezione (oltre a Clooney, Matt Damon, Cate Blanchett, Bill Murray, John Goodman e il Jean Dujardin premio Oscar per The Artist) e scritto a quattro mani dallo stesso Clooney con il fido Grant Heslov, il film attraverso una commistione di dramma e commedia racconterà la storia di un'improbabile gruppo di soldati che, durante la seconda guerra mondiale, parte in missione per recuperare e restituire ai legittimi proprietari alcune importanti opere d'arte rubate dai nazisti.
lunedì 8 agosto 2011
"The Informant!" di Steven Soderbergh
Ispirato a una storia realmente accaduta, The Informant! è una sorta di versione parodica del più classico degli spy-movie. Mark Withacre (Matt Damon) è un goffo ma preparato manager della ADM, una grossa multinazionale dell’industria agroalimentare. Una serie di attività illegali in cui è coinvolta l’azienda dove lavora lo spingono a divenire un informatore segreto dell’FBI, nel tentativo di avere la certezza di uscire pulito da questa scomoda situazione. La verità però, come spesso accade, è ben più complessa di quello che inizialmente può sembrare.
Il quarantaseienne cineasta di Atlanta fortunatamente decide di abbandonare le ambizioni che spesso in passato lo hanno portato ad insuccessi anche clamorosi (oltre ai due film sull’ultimo anno di vita di Che Guevara, si pensi a prove incolori come quelle di Solaris, Full Frontal o Intrigo a Berlino). Anche se non si può certo dire che questo suo ultimo film sia un lavoro convincente.
venerdì 15 luglio 2011
"Contagion" di Steven Soderbergh: il trailer
Dopo l'interessante Bubble (2005), Steven Soderbergh non ne ha davvero azzeccata più una. Non si può certo affermare, infatti, che Intrigo a Berlino (2006), Ocean's Thirteen (2007) o The Informant! (2009) siano opere di particolare interesse. Per non parlare del pretenzioso e scialbo dittico dedicato alla figura di Che Guevara (Che - L'argentino e Che - Guerriglia, ambedue del 2008). Anche prima del 2005, per la verità, il regista di Atlanta veniva da una serie di film molto deludenti: Full Frontal (2002), Solaris (2002) e Ocean's Twelve (2004). A ben vedere, tolto il citato Bubble, dal 2001 Soderbergh non ha mai più trovato lo smalto di Sesso, bugie e videotape (1989), il film d'esordio con cui vinse contro ogni pronostico la Palma d'Oro al Festival di Cannes, o delle convincenti pellicole di intrattenimento più o meno impegnate Out of Sight (1998), Traffic (2000) e Erin Brockovich (2000).
lunedì 27 dicembre 2010
"Hereafter" di Clint Eastwood
Ho visto Hereafter allo scorso festival di Torino (26 novembre-4 dicembre). Con un ritardo di quasi un mese, che per un blogger corrisponde all’incirca a qualche anno luce, vi posto qualche riga a riguardo. Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 5 gennaio ed è sicuramente l’appuntamento cinematografico da non perdere a cavallo tra le festività. Per parlare brevemente dell’ultima fatica di Clint Eastwood, non si può che partire dalla componente emotiva. L’opera dell’ottantenne regista statunitense, senza dubbio uno dei cineasti più significativi dei nostri tempi, è in grado di sprigionare una energia emozionale come di rado il cinema sa fare. E la cosa ancor più interessante è che il buon Clint ottiene il risultato – come del resto ci ha ormai abituato da almeno un paio di decenni – con uno stile asciutto ed essenziale, che fa della sottrazione una scelta linguistica improrogabile. Morale.
Alcuni storceranno il naso per il modo in cui viene trattato il tema della morte (il convincente Matt Damon, uno dei protagonisti, è un sensitivo capace di mettere in contatto il mondo dei vivi con i morti a loro cari) e per il finale ben poco eastwoodiano. Eppure il film proprio nell’escamotage narrativo legato alla natura soprannaturale del personaggio interpretato da Damon trova una forza straordinaria, riuscendo con grazia a riflettere sulla morte e soprattutto sul rapporto con essa di coloro che restano. Scritto con maestria da uno dei migliori sceneggiatori in circolazione, il Peter Morgan di The Queen e Frost/Nixon che a Torino si è presentato con un’altra grande sceneggiatura (l’ottimo I due presidenti di Richard Loncraine, che ricostruisce i rapporti politici tra Clinton e Blair), Hereafter evita ogni tipo di retorica e molte situazioni che in mano ad altri registi o sceneggiatori avrebbero potuto sfociare nel melenso, quando non nel ridicolo, qui raggiungono potenti vette di liricità. Accolto in modo sostanzialmente freddo dalla critica americana, Hereafter forse non è il miglior film di Eastwood. Il più poetico, con ogni probabilità.
Alcuni storceranno il naso per il modo in cui viene trattato il tema della morte (il convincente Matt Damon, uno dei protagonisti, è un sensitivo capace di mettere in contatto il mondo dei vivi con i morti a loro cari) e per il finale ben poco eastwoodiano. Eppure il film proprio nell’escamotage narrativo legato alla natura soprannaturale del personaggio interpretato da Damon trova una forza straordinaria, riuscendo con grazia a riflettere sulla morte e soprattutto sul rapporto con essa di coloro che restano. Scritto con maestria da uno dei migliori sceneggiatori in circolazione, il Peter Morgan di The Queen e Frost/Nixon che a Torino si è presentato con un’altra grande sceneggiatura (l’ottimo I due presidenti di Richard Loncraine, che ricostruisce i rapporti politici tra Clinton e Blair), Hereafter evita ogni tipo di retorica e molte situazioni che in mano ad altri registi o sceneggiatori avrebbero potuto sfociare nel melenso, quando non nel ridicolo, qui raggiungono potenti vette di liricità. Accolto in modo sostanzialmente freddo dalla critica americana, Hereafter forse non è il miglior film di Eastwood. Il più poetico, con ogni probabilità.
domenica 11 aprile 2010
Invictus: Nelson Mandela visto da Clint
Il 2008 è stato per lui un annus mirabilis, con le uscite a pochi mesi di distanza di un potente e misurato dramma intimista (Changeling) e di un coinvolgente viaggio all’interno di un intenso percorso di crescita umano (Gran Torino, il suo ultimo lavoro d’attore con il quale ha sapientemente fatto i conti con il proprio passato: l’ispettore Callaghan). A questo punto, ci si sarebbe potuti aspettare una pausa di riflessione, anche perché nel decennio che sta per concludersi ha sinora firmato ben dieci pellicole ed è stato l’autore di alcuni dei film più significativi del periodo in questione: Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004), Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima (girati insieme, entrambi del 2006), oltre alle due opere del 2008 appena citate. Invece il buon vecchio Clint, classe 1930, si è subito rimboccato le maniche e ha deciso di gettarsi a capofitto su una storia che gli permettesse in qualche modo di continuare la strada intrapresa con Gran Torino. Se in quest’ultimo il protagonista Walt Kowalski, un anziano razzista, ruvido e reazionario reduce dalla guerra coreana, imparava ad apprezzare la comunità cinese che negli anni aveva popolato il suo quartiere, in Invictus la storia di Nelson Mandela e del Sudafrica nel periodo che va dal 1990 al 1995 (dalla scarcerazione alla storica vittoria della squadra sudafricana di rugby nella Coppa del Mondo) si fa toccante inno universale alla tolleranza e alla solidarietà. La particolare vicenda degli Springboks e della loro impresa – su cui Mandela con lungimiranza scommise per cercare a tutti i costi di ricucire le enormi lacerazioni nel tessuto politico, economico e sociale di un paese appena uscito dall’apartheid – nelle mani di Eastwood diviene dunque un mirabile ed efficace racconto di formazione di un popolo.

Ma per ora torniamo alla storia del film, così da poter poi affrontare brevemente anche l’inevitabile discorso sullo stile, al quale è impossibile sottrarsi avendo a che fare con Clint. Seguendo una linea-guida ispirata alla riconciliazione, ciò che Mandela volle fortemente evitare fin dall’inizio del suo mandato fu entrare nella spirale di un’aspra polarizzazione tra comunità bianca e nera, che avrebbe quasi certamente portato il Sudafrica alla guerra civile. Appena insediatosi, cercò in tutti i modi di tranquillizzare i bianchi che temevano ritorsioni, diffondendo forti messaggi di unità nazionale e cercando di dimostrare in tutti i modi la propria imparzialità. La frattura sociale era direttamente proporzionale a quella economica e il neo-leader, inizialmente incompreso da tutti i membri del governo e del proprio partito, vide nel rugby (sport amato dai bianchi e che aveva rappresentato per anni l’apartheid e la repressione dei neri) la grande possibilità di unificare il paese. Così, prima si batté affinché agli Springboks non venissero cambiati nome e colori sociali, come volevano in molti tra ministri e popolazione, poi riuscì nell’impresa di far divenire il rugby uno sport nazionale, amato da tutta la popolazione. L’insperata vittoria ai mondiali di una squadra qualificatasi alla manifestazione solo in quanto paese ospitante, costituì così il primo fondamentale passo verso l’effettiva unificazione del Sudafrica, riuscendo ad unire nella gioia tutti i 43 milioni di abitanti e facendoli sentire per la prima volta un popolo unito. Oltre ogni pregiudizio e incomprensione. Questa fu la grandezza di Nelson Mandela: comprendere a fondo che in qualche modo il rugby, nella situazione impervia in cui versava il paese, fosse da considerarsi una priorità. Solo in seguito ad una raggiunta unità, infatti, sarebbero state davvero possibili le necessarie riforme.
Nell’estrema semplicità della sequenza finale, che narra la storica vittoria degli Springboks sui temibili All Blacks neozelandesi alternando ruvide immagini dal campo a immagini che mostrano persone in luoghi disparati del Sudafrica mentre seguono con eguale passione la partita (per la prima volta sintonizzati su una stessa lunghezza d’onda emotiva), c’è tutto il cinema di Clint Eastwood. Un cinema capace di emozionare in modo trascinante con poche, scarne pennellate: in questo caso specifico attraverso un banale montaggio alternato. Eastwood negli anni ha fatto dell’essenzialità e della sottrazione un possente tratto poetico e la sua lezione, di questi tempi, è sempre più da tenere in considerazione. Si può ancora emozionare con semplicità e, come Eastwood sa fare da sempre, toccando con sapienza, tempestività e senso del ritmo le giuste corde emotive. Battendosi per l’essenzialità sul piano espressivo, ma rifuggendo a qualsiasi livello la semplificazione: alla costante ricerca della complessità delle sfumature e del chiaroscuro. Nonostante le straordinarie possibilità espressive del nuovo cinema in 3D di James Cameron (anche chi ama Eastwood e il minimalismo cinematografico ha il dovere di andare a vedere Avatar), sarebbe banale e imperdonabile dimenticarsi, oggi, delle altrettanto floride possibilità di quella bidimensionalità che sinora ha fatto grande la settima arte. Mentre concludiamo di scrivere questo articolo, questo cineasta californiano che per noi è senza dubbio uno dei più importanti cineasti viventi, come abbiamo già avuto modo di affermare in questa rubrica in occasione dell’uscita di Changeling, continua nella sua attività irrefrenabile. All’età di 80 anni, nel pieno della maturità artistica, sta girando Hereafter, incentrato sulla vita di tre persone – un operaio americano, un giornalista francese e uno studente londinese – toccate in differenti modi dalla morte e che viene definito dalle venature soprannaturali. Sembrerebbe la trama di un film a metà tra Iñarritu e Shyamalan. Ma invece è solo l’eclettico, inossidabile Clint.
Nell’estrema semplicità della sequenza finale, che narra la storica vittoria degli Springboks sui temibili All Blacks neozelandesi alternando ruvide immagini dal campo a immagini che mostrano persone in luoghi disparati del Sudafrica mentre seguono con eguale passione la partita (per la prima volta sintonizzati su una stessa lunghezza d’onda emotiva), c’è tutto il cinema di Clint Eastwood. Un cinema capace di emozionare in modo trascinante con poche, scarne pennellate: in questo caso specifico attraverso un banale montaggio alternato. Eastwood negli anni ha fatto dell’essenzialità e della sottrazione un possente tratto poetico e la sua lezione, di questi tempi, è sempre più da tenere in considerazione. Si può ancora emozionare con semplicità e, come Eastwood sa fare da sempre, toccando con sapienza, tempestività e senso del ritmo le giuste corde emotive. Battendosi per l’essenzialità sul piano espressivo, ma rifuggendo a qualsiasi livello la semplificazione: alla costante ricerca della complessità delle sfumature e del chiaroscuro. Nonostante le straordinarie possibilità espressive del nuovo cinema in 3D di James Cameron (anche chi ama Eastwood e il minimalismo cinematografico ha il dovere di andare a vedere Avatar), sarebbe banale e imperdonabile dimenticarsi, oggi, delle altrettanto floride possibilità di quella bidimensionalità che sinora ha fatto grande la settima arte. Mentre concludiamo di scrivere questo articolo, questo cineasta californiano che per noi è senza dubbio uno dei più importanti cineasti viventi, come abbiamo già avuto modo di affermare in questa rubrica in occasione dell’uscita di Changeling, continua nella sua attività irrefrenabile. All’età di 80 anni, nel pieno della maturità artistica, sta girando Hereafter, incentrato sulla vita di tre persone – un operaio americano, un giornalista francese e uno studente londinese – toccate in differenti modi dalla morte e che viene definito dalle venature soprannaturali. Sembrerebbe la trama di un film a metà tra Iñarritu e Shyamalan. Ma invece è solo l’eclettico, inossidabile Clint.
Articolo pubblicato nel numero 20 di Cinem'Art (Gennaio/Febbraio 2010)
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