domenica 4 dicembre 2011

"Chéri" di Stephen Frears


Parigi, 1906. Ci avviciniamo ormai al tramonto della Belle Époque (1871-1914) e l'Europa si dirige inconsapevole verso la prima guerra mondiale. Léa de Lonval (Michelle Pfeiffer) nel pieno della giovinezza è stata una delle cortigiane più affascinanti e note ed è ancora in ottima forma, nonostante abbia superato già da qualche tempo i quarant'anni. Contattata dalla sua vecchia collega Madame Peloux (Kathy Bates), a cui è legata da uno storico rapporto di rivalità, si convince ad insegnare al di lei figlio l'arte dell'amore e a prepararlo per un successivo matrimonio. Il rapporto con il diciannovenne Fred (da lei soprannominato Chéri) diverrà sempre più coinvolgente e quando i due dovranno separarsi inizierà il dramma.

Il film di Stephen Frears, uscito a tre anni di distanza dall'acclamato The Queen (2006), non è molto convincente, anzi è piuttosto deludente. Per la verità il regista britannico, pur non sembrando particolarmente ispirato, è autore di una messa in scena poco appariscente ma efficace. La ricostruzione degli ambienti e dei paesaggi è accurata, come da copione nelle produzioni americane di un certo livello, ed è di sicuro apprezzabile la fotografia dell'esperto Darius Khondji (Seven, La nona porta, Un bacio romantico, Funny Games U.S.). Il fatto che Chéri tangibilmente non arrivi mai al cuore di chi guarda sembra essere in grandissima parte responsabilità dello sceneggiatore Christopher Hampton, incapace di trasferire sulle pagine del proprio script la forza dell'omonimo libro della scrittrice francese Gabrielle Colette, molto apprezzato all'epoca della sua uscita (1920) dal premio Nobel transalpino André Gide.


A parte qualche frizzante duetto tra Michelle Pfeiffer e Kathy Bates costruito sul più classico umorismo british, ironico e sottilmente pungente, il film avanza per inerzia non trovando mai il giusto ritmo e l'adeguato equilibrio tra humour e malinconia. L'atmosfera malinconica soprattutto nella seconda parte prevale decisamente, ma lo sceneggiatore (premio Oscar per Le relazioni pericolose, sempre di Frears) non riesce a dare veramente spessore ai due personaggi principali e alle loro sempre più pressanti pene d'amore.
Chéri non diviene mai un vero e potente affresco su un determinato gruppo sociale (le prostitute d'alto bordo e le loro famiglie) o su un determinato mondo (quello della Belle Époque alle porte del primo conflitto mondiale). Al contempo non propone neppure, come probabilmente era nelle intenzioni di Hampton e Frears, una riflessione particolarmente stimolante, profonda od originale sul tema dell'invecchiamento e dell'amore impossibile fra due persone separate da un numero troppo consistente di anni. Il film di Frears si perde progressivamente alla distanza e in particolar modo avanza faticosamente a partire dal momento in cui i due protagonisti si lasciano, dilungandosi troppo (per una buona mezz'ora almeno) sullo stato di confusione sentimentale in cui entrambi versano.


Chéri lascia dunque ben poco al termine della visione, risultando tutto sommato di scarso interesse: la sensazione è che la cosa più interessante del film sia la scelta della Pfeiffer di interpretare una cortigiana disinibita e affascinante che si confronta con l'inesorabile avanzare degli anni. Da segnalare la suggestiva inquadratura finale, in cui Léa contempla con sofferta consapevolezza l'inesorabile scorrere del tempo guardando in uno specchio il proprio volto segnato dalle rughe. Frears, dopo questo passo falso, si è riscattato l'anno successivo con il suo ultimo film, il brillante e spassoso Tamara Drewe.

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