giovedì 5 settembre 2013

Venezia 70: convince il "Sacro GRA" di Gianfranco Rosi; qualche riga su "The Unknown Known" di Errol Morris, "Ana Arabia" di Amos Gitai, "L'intrepido" di Gianni Amelio e "La jalousie" di Philippe Garrel

 
Giunti quasi alla conclusione della 70a edizione del Festival di Venezia – l’unico film a dover essere ancora proiettato in corsa per il Leone d'oro è Es-stouh (Les Terrasses) di Merzak Allouache – si può ormai affermare, senza timore di essere smentiti, che la qualità dei lavori presentati quest’anno in concorso è stata complessivamente insoddisfacente.
Chi si aspettava un cambio di marcia con l'arrivo della seconda metà della programmazione, difficilmente sarà rimasto soddisfatto. Dopo il deludente The Zero Theorem di Terry Gilliam, mostrato alla stampa lunedì mattina (vedi precedente articolo), infatti, i successivi film in concorso si sono rivelati al di sotto delle aspettative e, in ogni caso, non all’altezza di un festival che ancora rimane tra i più prestigiosi al mondo, nonostante le evidenti difficoltà degli ultimi anni.

 

Se The Unknown Known di Errol Morris (premio Oscar nel 2004 per The Fog of War, l'apprezzato documentario su Robert McNamara) intrattiene con mestiere ma alla resa dei conti non si rivela incisivo nell’indagine della controversa figura politica di Donald Rumsfeld, il motivo di interesse di Ana Arabia di Amos Gitai è legato quasi esclusivamente a ragioni tecniche: il film è infatti girato in un unico piano sequenza, mediante il quale il sessantatreenne regista israeliano mostra la propria abilità nella costruzione della messa in scena. 
Grande poi è stata la delusione per Gianni Amelio (l'ultimo regista italiano a vincere il Leone d'oro, nel 1998, con Così ridevano), il cui L'intrepido ha giustamente lasciato perplessa la grande maggioranza dei critici presenti al Lido. Poco ispirata e sostanzialmente piatta, l'opera risente molto anche delle infelici prove dei due giovani coprotagonisti (Gabriele Rendina e, ancor di più, Livia Rossi). L'unico attore a sostenere bene il film dall'inizio alla fine è il protagonista Antonio Albanese, che convince nonostante abbia a che fare con la sceneggiatura più debole dell'intera opera cinematografica di Amelio.
La jalousie di Philippe Garrel, la cui proiezione stampa si è svolta ieri sera, è invece un breve (la durata è di soli 77 minuti) e tutto sommato godibile divertissement senza tante pretese, ironico e scanzonato, che però con l'avanzare della narrazione lascia la netta sensazione di non saper bene che direzione prendere.


Un discorso a parte, per quanto sintetico, merita infine l’ottimo Sacro GRA di Gianfranco Rosi, probabilmente il miglior film visto in concorso dopo l’intenso Philomena di Stephen Frears. Il talentuoso documentarsista di Below Sea Level (vincitore della sezione Orizzonti qui a Venezia nel 2008) ed El Sicario, Room 164 (2010), alla sua prima partecipazione al Lido in concorso, ci regala un dolente, toccante e a tratti anche molto divertente ritratto di alcuni uomini e donne che vivono nei pressi della più grande autostrada urbana d'Italia, il Grande Raccordo Anulare. Con umanità, sincerità e grazia, Sacro GRA mette in scena frammenti delle vite di queste persone senza mai giudicarli ed evitando abilmente di prendere una posizione. In tal modo, nel limitarsi a registrare una realtà periferica stratificata, per diversi aspetti sorprendente e sconosciuta ai più, Rosi riesce a raggiungere notevoli vette di intensità emotiva e poetica. Considerato il livello qualitativo del concorso, ci stupiremmo se sabato sera, al momento delle premiazioni, Sacro GRA non dovesse aggiudicarsi un premio importante.

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