Da qualche giorno gira sul web l'ultimo spot diretto da Darren Aronofsky che pubblicizza la linea d'abbigliamento di cui è proprietaria Jennifer Lopez. Come potete vedere qui sopra, il video non ha nulla di particolarmente interessante e la scelta da parte di un talento molto rispettato a livello internazionale come il quarantatreenne regista di Requiem for a dream, The Wrestler e Il cigno nero, di realizzare una pubblicità di questo tipo è quanto meno poco condivisibile. Dopo l'inaspettato, notevole successo de Il cigno nero, infatti, un'operazione del genere è davvero difficilmente giustificabile sostenendo che il nostro abbia bisogno di ricorrere a finanziamenti extra per realizzare futuri nobili progetti in cui crede.
Visualizzazione post con etichetta The Wrestler. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta The Wrestler. Mostra tutti i post
domenica 11 marzo 2012
martedì 3 maggio 2011
Darren Aronofsky presiederà la giuria del prossimo festival di Venezia
È notizia di qualche giorno fa che Darren Aronofsky sarà il presidente della giuria della 68a edizione del festival di Venezia, che si svolgerà dal 31 agosto al 10 settembre. Per le indiscrezioni sui possibili film che entreranno a far parte del concorso è ancora presto, ma l'annuncio della Biennale è già una grande notizia. Il quarantaduenne cineasta di Brooklyn dopo Pigreco (1998), Requiem for a Dream (2000), The Fountain (2006, il suo film meno convincente, ma comunque ambizioso, emozionante ed esteticamente suggestivo) e The Wrestler (2008, Leonde d'Oro al festival di Venezia del 2008), con il potentissimo e disturbante Il Cigno Nero è riuscito persino a conquistare, per la prima volta nella sua carriera, il botteghino. Il film che tre mesi fa ha fruttato l'Oscar a Natalie Portman, infatti, cupo e ansiogeno, ha inaspettatamente guadagnato 294 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte dei 13 milioni dei costi di produzione. Questo strepitoso successo ha permesso ad Aronofsky di non onorare l'accordo precedentemente stipulato con la Fox (produttrice e distributrice de Il Cingo nero), che lo aveva ingaggiato per dirigere il sequel di Wolverine con Hugh Jackman.
martedì 1 marzo 2011
"The Fighter" di David O. Russell
Ha avuto una lunga gestazione The Fighter. Nel 2007 Mark Whalberg, appassionato di boxe e sponsor del progetto sin dall’inizio, durante la lavorazione di The Departed propose a Martin Scorsese di dirigerlo. Il grande regista italoamericano, però, declinò l’invito dicendosi disinteressato a firmare un altro film sul mondo della boxe dopo Toro Scatenato. La produzione ingaggiò allora Darren Aronofsky, in questi giorni nella sale con lo straordinario Il cigno nero, il quale però si tirò indietro poco prima delle riprese per dedicarsi a un remake di Robocop che non ha più visto la luce. Il talentuoso cineasta newyorchese decise poi di dedicarsi a The Wrestler (Leone d’Oro a Venezia 2008), rimanendo legato al progetto esclusivamente in qualità di produttore esecutivo. E The Fighter venne così affidato definitivamente a David O. Russell, ben visto sia da Aronofsky che da Whalberg e Bale.
mercoledì 18 agosto 2010
"The Wrestler" di Darren Aronofsky
In attesa di Black Swan, l'ultima fatica di Darren Aronofsky che il primo settembre aprirà i giochi della 67a edizione del Festival del cinema di Venezia, vi propongo la mia breve recensione veneziana di The Wrestler, il bel film che nel 2008 fruttò a sorpresa al regista di Brooklyn il Leone d'Oro.

Dopo essere stato sonoramente fischiato per l’ambiguo ma fuor d’ogni dubbio interessante (dal punto di vista registico) ed ambizioso (dal punto di vista narrativo) The Fountain, il talentuoso Darren Aronofsky si è ripresentato in concorso a Venezia dopo due anni con The Wrestler. E ne è uscito, un po’ inaspettatamente, trionfante.
The Wrestler è incentrato sulla figura di Randy “The Ram” Robinson (interpretato ottimamente da un commovente e redivivo Mickey Rourke, che offre una delle sue migliori interpretazioni di sempre), un simbolo del wrestling degli anni Ottanta ormai ridotto in uno stato di quasi totale solitudine e costretto a lavorare come commesso in uno squallido supermarket per pagare l’affitto della sua spoglia roulotte. L’uomo ha perduto ogni rapporto con sua figlia Stephanie (Evan Rachel Wood) e tutto ciò che gli è rimasto sono una sincera amicizia con una bella spogliarellista di nome Cassidy (Marisa Tomei) e il suo amato sport, che continua a praticare a livelli minori guadagnando pochi spiccioli. Convinto da Cassidy, decide di tentare di riallacciare i rapporti con la figlia, all’incirca ventenne, che ha trascurato per anni scegliendo di dedicarsi esclusivamente al lavoro.

La storia di una vecchia gloria in decadenza, che si ritrova in un certo momento della sua vita solo e abbandonato in conseguenza del comportamento egoista avuto in passato, non è certo una novità al cinema. Originale (e rischiosa) è però la scelta di ambientare il racconto nell’insolito mondo del wrestling, specchio metaforico di quello reale, dove abbondano falsità e verità di facciata (tutti gli incontri sono predeterminati e il pubblico, pur essendo a conoscenza di ciò, inspiegabilmente gode dello spettacolo). Aronofsky, oltre a rivelare ancora una volta di avere coraggio da vendere e di amare storie e personaggi problematici e mai banali, si conferma un grandissimo regista, indubbiamente uno dei più dotati nel panorama statunitense contemporaneo. Abbandonando i seducenti virtuosismi di Requiem for a dream e The Fountain, costruisce una sobria messa in scena che toglie egualmente il fiato e che ha il notevole pregio di “sacrificarsi” totalmente alla raffigurazione del personaggio principale, e di conseguenza alle esigenze narrative. Visto in tal senso, The Wrestler può essere considerata la prova della maturità: indugiando spesso (si veda la prima parte del film in cui ci viene presentato “The Ram”) su carrelli che seguono il protagonista da dietro e che negano il primo piano, vengono sottolineati efficacemente e con grande semplicità la particolare condizione esistenziale e la profonda solitudine dell’ex campione di wrestling, cui Rourke presta generosamente corpo, anima ed una voce rauca tipica degli sconfitti. Un potente e struggente primissimo piano gli verrà poi dedicato, non a caso, in uno dei momenti più toccanti della pellicola, quando Randy si confronterà con la figlia affrontando per la prima volta il proprio passato.
Probabilmente non era da Leone d’Oro (che personalmente avremmo assegnato all’etiope Teza), ma è comunque un ottimo film che evita ogni facile edulcorazione e scava con encomiabile sincerità nella desolante realtà della sconfinata America dei vinti. Per chi scrive, in ogni caso, l’opera migliore di Aronofsky resta Requiem for a dream, un folgorante, spietato e sistematico rovesciamento del Sogno Americano e dell’annesso, corrosivo poiché illusorio, mito della seconda possibilità.
Articolo pubblicato nel numero 7 di Cinem'art (Ottobre 2008)
Labels:
Darren Aronofsky,
Mickey Rourke,
Teza,
The Wrestler,
Venezia 65
venerdì 21 maggio 2010
Darren Aronofsky: il cinema come problematico rovesciamento del Sogno Americano
Per parlare del lavoro di uno dei registi più interessanti apparsi di recente nel panorama statunitense, che a conti fatti nel suo settore indipendente è con ogni probabilità il movimento cinematografico attualmente più intenso e pulsante, ci sembra opportuno partire da Requiem for a Dream (2000): il vero, autentico capolavoro di Darren Aronofsky (Brooklyn, New York, 1969). E in particolare ci sembra stimolante partire da quella che può essere considerata la sua lunghissima sequenza finale (della durata di ben ventitré minuti).
Questa organica macro-sequenza è quanto di più logorante, devastante e disperante sia stato visto nel (visibile) cinema americano degli ultimi vent'anni, e probabilmente non solo. Attraverso un montaggio alternato serratissimo e gestito con una notevole sapienza drammaturgica, Aronofsky ci propone l'evoluzione ultima delle vicende dei quattro personaggi protagonisti (i fidanzati tossicodipendenti Marion e Harry, il loro amico Tyrone e la madre di Harry, Sara), che si svolgono su differenti piani spaziali. Il montaggio e i movimenti della macchina da presa accelerano all'unisono in corrispondenza dell'ipnotico refrain del celebre motivo musicale Lux Aeterna di Clint Mansell (poi ripreso da molteplici film e trailer promozionali proprio in virtù del suo straordinario ritmo incalzante), che ha un ruolo di primissimo piano nell'instaurazione di un indissolubile rapporto empatico con lo spettatore. Quest'ultimo si ritrova infatti ferocemente catapultato al centro di un vortice emozionale senza precedenti, allo stesso tempo sublime e lugubre, affascinante e ripugnante per il suo essere fatalmente slegato da ogni possibilità di via d'uscita o redenzione. Marion si prostituisce in cambio di eroina davanti ad un eccitato e depravato pubblico di alto-borghesi, poi torna a casa sconvolta ma sorride stringendo tra le mani la sua dose; ad Harry viene amputato il braccio irrimediabilmente infettato nel quale per tutto il film si buca; l'anziana e sola Sara (una straordinaria Ellen Burstyn), viene ricoverata in una clinica psichiatrica dalla quale si intuisce non uscirà mai; Tyrone, invece, ci viene mostrato dietro le sbarre di una prigione, in crisi d'astinenza, mentre sogna la madre e la perduta sicurezza dell'infanzia. E il cerchio di celluloide si chiude perfettamente: se tutto era iniziato con un programma televisivo visto da Sara nel suo spoglio salotto, tutto finisce con una allucinazione della stessa donna, la quale, sdraiata su un lettino della clinica, si sogna ospite del medesimo show nell'atto di ricongiungersi con il figlio, che immagina sistemato e in procinto di sposarsi. Tutto Requiem for a dream, di cui la macro-sequenza appena descritta è chiaramente paradigmatica, è una rappresentazione allegorica – ma anche, e speriamo davvero di avere reso perlomeno in minima parte l'idea, prepotentemente materica – della dissoluzione del Sogno Americano e del connesso Mito della Seconda Possibilità.
Non è certo un caso se a film appena iniziato, ad anticipare la materializzazione sullo schermo del titolo della pellicola, subito dopo l'arrivo di Harry a casa della madre, giunto per l'ennesima volta a sottrarle il televisore per impegnarlo allo scopo di trovare i soldi per farsi, si odano le seguenti parole di lei: “Tutto questo non è vero. Oppure sì, se è vero, poi tutto si aggiusta (...) Tutto si aggiusta. Lo sai com'è, no? Tutto si aggiusta!”. E a questa frase corrisponderanno come piccoli echi disseminati lungo l'arco del film frasi analoghe scambiate tra i diversi personaggi, del tipo: “Andrà tutto bene, Harry”, “Sì, lo credo anch'io”. O ancora: “Sarà perfetto, sarà come prima. Te lo prometto Marion”. Tutte frasi a cui i protagonisti ricorrono per disperazione e per istinto di sopravvivenza, senza in fondo neanche crederci più di tanto. Frasi che fanno presagire che le cose per loro non miglioreranno affatto, anzi saranno destinate progressivamente (e drammaticamente) a peggiorare.

Ad Aronofsky preme sottolineare, e lo fa con una fortissima carica provocatoria, che “non esistono secondi atti nella vita degli americani”, come premetteva Clint Eastwood nella didascalia d'apertura del suo capolavoro Bird (1988), citando Gli ultimi fuochi dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald. Non c'è spazio per la speranza, la riconciliazione o l'edulcorazione in Requiem for a Dream: e in questo contesto non deve sorprenderci il fatto che il film sia diviso in tre episodi, corrispondenti in ordine cronologico alle stagioni estiva, autunnale e invernale. Nel mondo di Darren Aronofsky all'Inverno (che coincide simbolicamente con l'intera macro-sequenza) non segue automaticamente la Primavera. Una situazione di impasse non è il necessario preludio di una risoluzione, come da copione secondo gli intrecci e i canoni del cinema americano mainstream.
Anche The Wrestler (2008), Leone d'Oro all'ultima edizione del Festival di Venezia e magnificamente interpretato da Mickey Rourke, sta tutto dentro questo tipo di discorso, dal momento che narra la tragica storia di un ex campione del wrestiling ridottosi a disputare qualche sporadico incontro di infimo livello per tirare a campare. Il giovane regista newyorchese, con questi due lavori in particolare, sembra volerci gridare che il mondo reale, la nostra quotidianità, è colma di storie che non si concludono con un happy-end. E sono queste le storie alle quali si appassiona, dalle quali è fortemente attratto: vicende che hanno sempre a che fare con personaggi in crisi, per i più svariati motivi, e che il più delle volte sono legate a ossessioni logoranti e accecanti, foriere di uno stato allucinatorio.
Cosa sono, alla resa dei conti, Pi Greco – Il teorema del delirio (1998) e The Fountain – L'albero della vita (2006), se non due storie, lontanissime tra loro, di una accecante ossessione?

Pi Greco è la folgorante opera prima incentrata sulla tormentata vita di Max, un geniale matematico ebreo afflitto da violente emicranie e ossessionato dall'idea di trovare nei numeri l'essenza ultima della vita. Profondamente convinto di poter scoprire lo schema matematico che sta alla base di tutte le molteplici manifestazioni fenomeniche, finirà in uno sconvolgente vortice di follia, allucinazioni e autodistruzione in cui i confini tra realtà e sogno sono completamente dissolti. A questo tipo di ossessione si sostituisce, in The Fountain, quella del medico Tom Creo, alla disperata ricerca di una cura per il cancro al fine di salvare la vita della moglie, giovane, bellissima e malata. Anche qui, forse, l'ambiziosa e delirante ossessione porterà il protagonista ad uscire fuori di senno e a scivolare progressivamente in mondi altri. In The fountain, però, opera di primissimo piano dal punto di vista registico e figurativo, giocata sapientemente su seducenti rimandi stilistico-formali interni al testo stesso, Aronofsky appare meno abile nel gestire la mescolanza tra mondo reale e mondo del sogno/allucinazione. L'enorme ambizione dell'impianto narrativo si sfalda così in un universo affascinantissimo ma anche confusionario, che dà l'impressione di essere sfuggito di mano al cineasta, complici molto probabilmente le non poche disavventure produttive che hanno segnato il progetto fin dalla sua genesi.
Tanto in Pi Greco quanto in The Fountain assolutamente centrale è l'apporto della colonna sonora, sempre composta dal fido Clint Mansell, ex leader della band britannica Pop Will Eat Itself. In tutti i lavori di Aronofsky la musica infatti si rivela sempre un forte veicolo di senso, dando una vera e propria articolazione ritmica al film e stabilendo con l'immagine un rapporto fecondo ed energico: una sinergia di rara efficacia. Il saggio più evidente di tutto ciò è indubbiamente Requiem for a Dream (e non solo per la macro-sequenza dell'Inverno su sui ci siamo precedentemente concentrati), ma vi sono anche esempi particolarmente interessanti in Pi Greco, dove i momenti di crisi del protagonista sono sottolineati, oltre che da un montaggio veloce e dal susseguirsi di una serie di dettagli del suo volto sofferente, da un leit motiv sonoro composto da disturbanti e invasivi rumori di diversi trapani in azione. In questo caso lo stratagemma studiato è tanto semplice quanto efficace, e lo spettatore, volente o nolente, viene pervaso da una profonda sensazione di disagio, arrivando quasi a provare sulla propria pelle il dolore cui è soggetto il personaggio del film. È inoltre interessante notare come in Pi Greco ogni volta che Max prende dei farmaci per tenere sotto controllo le sue terribili emicranie, il cineasta decida di usare una combinazione ripetuta di rapide inquadrature, che sono poi sempre dei dettagli: di una mano che apre la confezione delle pillole, di un palmo di una mano con delle pillole, di una bocca che si apre per ingoiarle, e ancora di una mano che chiude la confezione precedentemente aperta. Come scrive acutamente Geoff King in Il cinema indipendente americano (Einaudi, 2006), questa tecnica verrà estesa da Aronofsky in Requiem for a Dream, “fino a farne il principio estetico centrale”. In tutto il film infatti si gioca con uno stratagemma estetico similare a quello appena descritto (ovviamente le immagini variano) “per suggerire un'impressione dell'esperienza di assunzione di droga”. E la cosa si fa ancor più interessante quando attraverso lo stesso intrigante aspetto formale viene sottolineato come per Sara la visione televisiva sia una vera e propria droga, come lo è l'eroina per il figlio.

Quello di Darren Aronofsky è un cinema problematico, sentito, sofferto e appassionato, che indaga con forza ossessioni e allucinazioni, sempre a stretto contatto con l'innata tendenza umana a cercare di superare i propri limiti e a scontrarsi periodicamente con la propria ontologica fallibilità. Dopo Paul Thomas Anderson, ci sembra che sia lui il regista americano che più di ogni altro negli ultimi anni abbia mostrato capacità visionarie e intuizioni narrative prorompenti. Il fatto che ad oggi crescano talenti purissimi come questi, in grado tra l'altro di affermarsi molto giovani (Anderson ha diretto Magnolia a 29 anni, Aronofsky Requiem for a Dream a 31), fa veramente ben sperare per il prosieguo della settima arte: a nostro avviso, è possibile pensare a una nuova generazione di grandi registi americani degni di succedere ai loro illustri predecessori. E i due che abbiamo appena citato, bastano da soli a mettere in crisi la posizione di quei cinici che pensano che in cento e più anni di storia del cinema tutto sia già stato inesorabilmente detto e fatto.
Pubblicato nel numero 11 di Cinem'art (Febbraio 2009)
Iscriviti a:
Post (Atom)



