venerdì 16 aprile 2010

"Segreti di Famiglia" ("Tetro"): anime slegate in attesa di un nuovo incontro


Dopo le affascinanti ma a tratti inintelligibili e confuse riflessioni filosofiche di Un'altra giovinezza, l'ormai redivivo Francis Ford Coppola torna nei cinema a soli due anni di distanza con Segreti di Famiglia, un tenebroso dramma familiare (tetro appunto, si direbbe riprendendo il titolo originale del film) che riesce a farsi al contempo anche gaio, appassionato, leggiadro racconto di formazione. La forza dell'ultimo film del regista di Apocalypse Now sta, infatti, proprio nel sapersi muoversi con altrettanta efficacia sia nelle atmosfere cupe da dramma lacerante, quanto in quelle spensierate e gioiose della commedia.
Bennie Tetrocini (Alden Ehrenreich) è un diciottenne scappato dalla scuola militare, con un passato familiare che sente burrascoso ma che non gli è chiaro. Dopo la fuga, trova lavoro come cameriere in una nave da crociera e, sfruttando la fatalità della rottura del motore della propria imbarcazione nei pressi del porto di Buenos Aires, decide di andare a trovare suo fratello più grande (Vincent Gallo), il quale vive nella capitale argentina e di cui non ha più notizie ormai da diversi anni. Bennie infatti era piccolo quando l'amato fratello, che ora si fa chiamare Tetro, se ne andò improvvisamente di casa senza dargli spiegazioni, per poi non farsi più vivo. Per il ragazzo incontrarlo di nuovo significa avere finalmente la possibilità di mettere a fuoco il motivo che spinse Tetro a scappare e, di conseguenza, di capire qualcosa in più sulla loro criptica famiglia, della quale sa ben poco. Una delle poche cose che Bennie sa, è che hanno una madre diversa: la sua è morta qualche anno dopo averlo dato alla luce, quella del fratello è deceduta in seguito ad un incidente stradale prima che lui nascesse. Ma Tetro si è ormai rifatto una nuova vita e dimostra fin da subito di non voler in alcun modo instaurare un dialogo su vicende che riguardino il passato comune. Parlando con la fidanzata di Tetro, Miranda, e frugando tra le cose del fratello, Bennie però comincerà gradualmente a trovare delle risposte alle sue domande. Nel frattempo, imparerà anche a conoscere la vita attraverso la freschezza e la genuina vivacità di un quartiere come “la Boca”, una volta abitato in gran parte da marinai genovesi immigrati e oggi popolato da numerosi artisti.

Coppola, qui anche autore unico della sceneggiatura originale, decide di ricorrere nuovamente al bianco e nero dopo 26 anni (Rusty il selvaggio è del lontano 1983). Questa volta per mostrare uno dei quartieri più colorati e vivi di Buenos Aires, utilizzando poi occasionalmente il colore “al contrario”, ovvero nei momenti in cui i due protagonisti ricordano o immaginano. Tale scelta conferisce un'indubbia forza visiva all'opera, la quale, come si diceva in precedenza, si fa forte in primis dell'abilità del regista nello spaziare con eguale disinvoltura da toni drammatici particolarmente marcati a toni più scanzonati, rappresentando così metaforicamente la complessa gamma di sentimenti, emozioni ed esperienze che ci accade inevitabilmente di provare nell'altalenante viaggio della vita. Non passerà alla storia per essere il suo film migliore, ma di certo Segreti di famiglia è un'opera interessante che appassiona notevolmente quando si concentra sulle “indagini” di Bennie, interpretato in modo davvero sorprendente dal diciottenne al suo primo lungometraggio Alden Ehrenreich. Ispirato con una certa evidenza a maestri del bianco e nero come Kazan e Welles, o anche in alcuni frangenti all'espressionismo tedesco per la composizione dell'inquadratura, il film può contare su una fotografia notevolissima (firmata ancora una volta, dopo Un'altra giovinezza, da Mihai Malaimare Jr.). Gli ultimi venti minuti, poi, sono figurativamente molto suggestivi (anche se tutto Segreti di famiglia lo è), con un colpo di scena finale che arriva quanto mai inatteso. La chiave del film sta nella scritta su un muro mostrata all'inizio del film: “non slegare la corda che mi lega alla tua anima”.

Articolo pubblicato nel numero 18 di Cinem'art (Novembre/Dicembre 2009)

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