venerdì 30 aprile 2010

Avatar: uno spartiacque nella storia del cinema

Dopo tanta attesa, prolungata di quasi un mese rispetto al resto del mondo per motivi che in parte hanno dell’esilarante (oltre a voler evitare di dividersi le sale italiane provviste di 3D con A Christmas Carol e Piovono Polpette, sembra che il ritardo nella programmazione sia stato dovuto all’eventuale sovrapposizione con i cinepanettoni), lo scorso 15 gennaio è uscito nei cinema italiani Avatar, il ritorno al cinema di James Cameron dopo ben dodici anni.
Le aspettative erano altissime e, senza tanti giri di parole, si può fin da subito affermare che non sono state tradite. Niente a che vedere, insomma, con i trailers in 2D che per mesi hanno invaso il web, che inevitabilmente si sono rivelati alla stregua di una presentazione di un ottimo videogioco. Vedere Avatar in 3D è stata un’esperienza straordinaria nel senso etimologico del termine (al di fuori dell’ordinario), nuova, eccitante, trascinante. Se è vero che nei decenni, in campo cinematografico, le innovazioni tecnologiche si sono continuamente susseguite, arrivando di volta in volta a modificare la concezione della fruizione dello spettatore (il sonoro negli anni venti, il colore negli anni trenta, i formati panoramici negli anni quaranta e cinquanta, il Dolby Surround negli anni settanta), è altrettanto innegabile che il 2009 verrà ricordato come l’anno di Avatar e del 3D, per la prima volta utilizzato al cinema davvero per il suo enorme potenziale: a differenza di tutti gli esperimenti precedenti, infatti, ogni singola inquadratura si palesa agli occhi di chi guarda come appositamente studiata per essere ripresa in 3D, con un utilizzo ed una resa della profondità sbalorditive.

Per due ore e mezza lo spettatore viene letteralmente immerso in Pandora, il fantastico e incantevole mondo abitato dalla razza aliena dei Na’vi, minacciato da un agguerrito esercito dei marines alla ricerca, per conto di potenti multinazionali, di un minerale molto prezioso – naturalmente, ogni riferimento all’Iraq, al petrolio e alla politica guerrafondaia dell’amministrazione Bush non è puramente casuale. Avatar è anche questo: oltre ad essere un super-kolossal iper-tecnologico che rappresenterà inevitabilmente uno spartiacque nella storia della settima arte (come si disse a posteriori nell’analisi di 2001: Odissea nello spazio, tra qualche anno si dirà di un prima e un dopo Avatar), è anche una grande storia d’amore interraziale e un inno ambientalista, ecologista e radicalmente antimilitarista. Senza soffermarci troppo sulla trama, in cui vi imbatterete quando andrete a vedere il film, ci sembra importante notare che l’opera di James Cameron è di notevole interesse anche per come spinge senza esitazioni a parteggiare per gli alieni indigeni nella lotta contro i marines cattivi – o meglio, ignoranti e che fanno il gioco di chi, a capo di grandi lobbies, finanzia morte e sangue per meri motivi economici. Al di là dei grandiosi effetti speciali, che si sposano alla perfezione con le tecniche di ripresa 3D (in un tale contesto, non deve passare in secondo piano il livello sopraffino della ormai nota performance capture), ciò che fa funzionare il film nel complesso sono, come sempre, la storia, la caratterizzazione dei personaggi e le relazioni che li lega. Anche se non è difficile notare l’incredibile somiglianza tra la trama di Avatar e quella di Pocahontas, come hanno sottolineato giustamente diversi critici d’oltremanica. Per non parlare delle assonanze varie con diversi successi della storia del cinema recente (Balla coi lupi, Titanic, Il signore degli anelli).
Avvolgente, intenso, da togliere il fiato, Avatar catapulta con grazia il fruitore in universo ammaliante e attraente, ridisegnando i confini e le possibilità dell’esperienza cinematografica. Sarebbe frettoloso e banale, comunque, teorizzare una prossima possente svolta dell’industria cinematografica in direzione del 3D, come presumibilmente faranno in molti dopo l’enorme successo internazionale del film – al momento in cui scriviamo, Avatar ha guadagnato circa 2 miliardi e 700 milioni di dollari in tutto il mondo, imponendosi come il più grande successo commerciale di sempre. In realtà, di certo ci sarà un impulso notevole verso questo tipo di tecnologia e le corporations saranno sempre più propense di prima ad investire grandi quantità di denaro in film digitali tridimensionali. Al contempo, però, la sensazione è che, anche per via dei costi del 3D (si stima che Avatar sia costato almeno tra i 230 e i 280 milioni di dollari, escluse le ingenti spese di promozione), si andrà ancora molto avanti con la bidimensionalità, capace fino ad oggi – non bisogna scordarselo – di suscitare emozioni fortissime e reazioni empatiche di livello eccelso.

Un altro elemento che colpisce di questo magniloquente e visionario blockbuster, è che in sostanza funziona come un film classico, sviluppandosi in maniera rigorosamente lineare e cronologica. Se si eccettuano le fragorose e spettacolari sequenze d’azione, lo sviluppo degli eventi e dei rapporti tra i personaggi principali è profondamente “classico”: basti pensare alla storia d’amore tra i due protagonisti e alla linea avventurosa continuamente intrecciate, o alla sistematica prevedibilità dell’incedere narrativo (ogni svolta è annunciata con anticipo, al fine di preparare gradualmente lo spettatore alla “novità”). Che un’innovazione tecnologica all’avanguardia come il 3D prosegua a braccetto con un’impostazione classica dovrebbe poter dire qualcosa ai teorici “radicali” del “post-classico” o del “post-moderno” cinematografico. Al di là di questa digressione teorica, comunque, c’è da dire che dodici anni di assenza dal cinema sono molti (l’ultimo film di James Cameron è Titanic del 1997), ma a posteriori ne è valsa davvero la pena. Con Michael Mann e Kathryn Bigelow, il regista di Aliens, Terminator e Terminator 2 verrà senza dubbio ricordato come il cineasta di film d’azione più importante degli ultimi trent’anni, quanto meno in ambito statunitense. In precedenza si è accennato ad un paragone con 2001: Odissea nello spazio. In chiusura è bene fare una precisazione, così da non essere travisati: naturalmente Avatar non ha lo spessore complessivo del capolavoro di Kubrick, ma a livello tecnologico-esperienziale è una rivoluzione forse anche più grande. Chi ama il cinema in tutte le sue sfumature e sfaccettature, non può assolutamente esimersi dal vedere questo film.

Articolo pubblicato su cineforme.it

4 commenti:

  1. Non sono d'accordo. Un'accozzaglia di luoghi comuni. Cinematografici e narrativi.

    RispondiElimina
  2. Benvenuto nel mio blog A.V.
    A mio modo di vedere "Avatar" è innanzitutto visivamente potentissimo ed è stato il primo (e ancora tra i pochi) film a utilizzare con forza le possibilità della terza dimensione. Se sul piano narrativo è tutto fuorché innovativo, come scrivevo anche io in questa recensione parlando di una narrazione che funziona in modo sostanzialmente classico, non condivido ciò che scrivi sull'accozzaglia di luoghi comuni. Riprende dei tratti tipici di storie letterarie e cinematografiche del passato, certo, ma con consapevolezza e mestiere.

    RispondiElimina
  3. Il film più brutto della storia del cinema. Effetti speciali e basta. Niente cuore. Solo tecnica. E sto maledetto 3D. Cameron dovrebbe imparare da uno come Hasanavicius che un anno dopo ha sfornato il bellissimo The Artist senza usare tecnologie incredibili, ma solo bianco, nero (è anche muto) e grandi attori.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Denny B., non sono d'accordo con quanto scrivi: io ho trovato "Avatar" un grande film con tanta ottima tecnica ma anche cuore, per ricorrere alle tue stesse parole!

      Elimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...