mercoledì 26 gennaio 2011

Steven Soderbergh: un buon mestierante con velleità d'autore


Il curioso caso di Steven Soderbergh. Prendendo in prestito il titolo del sopravvalutato film di David Fincher uscito da noi nel 2009, ci sembra che sia possibile rendere nel migliore dei modi, con sintetica efficacia, l'ambiguità della figura del regista nato ad Atlanta nel 1963. Il nostro vuole essere un tentativo di comprendere la personalità e lo spessore artistico (più o meno sostanzioso, a seconda dei punti di vista) di un cineasta per molteplici aspetti davvero curioso, di difficile catalogazione e, in generale, decifrabile con fatica.
Uscito inaspettatamente dal festival di Cannes del 1989 come il grande trionfatore con la sua opera prima Sesso, bugie e videotape (Palma d'oro per il miglior film e premio per il miglior attore a James Spader), viene subito salutato dalla critica come l'enfant prodige del cinema indipendente statunitense. Pochi soldi, mezzi tecnici esigui, tante belle idee: Soderbergh riesce a conquistare il cuore del presidente della giuria Wim Wenders e al contempo ad attirare su di sé, di lì a poco, l'attenzione di addetti ai lavori e appassionati cinefili. Davvero niente male per un ventiseienne al suo primo film. Questo dolente affresco di una provincia americana in cui la quotidianità corrode e le persone sono accomunate dall’essere sole, insoddisfatte e con diversi problemi nei rapporti interpersonali, carica molto le aspettative della critica. La curiosità di vedere i prossimi passi di Soderbergh, a questo punto, è davvero molta. Fatto sta che per sette anni buoni il nostro non ne azzecca più una: Delitti e segreti (1991), Piccolo grande Aaron (1993), Torbide Ossessioni (1996), Schizopolis (1997) sono per differenti motivi, e in varie misure, dei flop artistici ancor prima che commerciali.


Poi l'inaspettata rinascita, con Hollywood; e più precisamente con un film sofisticatamente mainstream come Out of Sight (1998), dove la storia del coinvolgimento amoroso tra un affascinante rapinatore di banche (George Clooney) e una sexy e tenace agente di polizia (una Jennifer Lopez in uno dei pochi ruoli degni di nota della sua carriera cinematografica) viene confezionata con gran classe, avvincente ironia ed uno stile cool quanto basta per catturare il pubblico giovanile.
Soderbergh sembra aver trovato all'interno dell'industria hollywoodiana la propria dimensione, certo molto lontana dallo statuto di “autore indipendente” che gli era stato attribuito fin troppo frettolosamente in seguito al suo sorprendente esordio. Sulla stessa lunghezza d'onda di Out of Sight si muove il primo capitolo della trilogia su Ocean e la sua banda di ladri gentiluomini, Ocean's Eleven (2001). Il remake di Colpo Grosso è infatti un frizzante e divertente tentativo (in buona parte riuscito) di riunire una serie sterminata di star di grosso calibro all'interno di una pellicola senza pretese, con l'intento di intrattenere in modo elegante puntando dichiaratamente quasi tutto sul carisma degli interpreti (George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts, Matt Damon, Andy Garcia, tutti in un colpo solo). Se il primo esperimento risulta gradevole, il secondo capitolo (Ocean's Twelve, 2004) è sterilmente contorto nella struttura, stordisce lo spettatore a suon di colpi di scena di discutibile interesse ed indugia eccessivamente su vezzi e smorfie delle star. Con Ocean's 13 (2007), che può contare persino sulla presenza di Al Pacino, la musica cambia e si torna ai livelli di Ocean's Eleven.


Oltre ad essere in grado di dirigere prodotti leggeri e scanzonati gestendo con abilità attori di prim'ordine, però, nel frattempo Soderbergh ha dimostrato anche di poter dare vita con eguale forza a pellicole in cui l'impegno sociale ha un peso decisivo, nonostante coesista immancabilmente con le esigenze di Hollywood. Si pensi a Erin Brockovich o a Traffic (entrambi del 2000). Il primo racconta  la vera storia (naturalmente romanzata) della donna che dà il titolo al film, la quale, sola, disoccupata e con tre figli a carico, finisce per divenire una paladina dei diritti civili dopo aver iniziato un po' per caso a lavorare come assistente in uno studio legale; il secondo affronta il tema della piaga della droga che dal Messico giunge agli Stati Uniti, mostrando la corruzione di polizia e politica da una parte e dall'altra della dogana. I due film sono opere solide che emozionano, commuovono, fanno riflettere sulla società americana di oggi. Ma sono anche piuttosto evidentemente costruite per piacere ad un pubblico vasto e ai membri dell'Academy, lasciando di conseguenza un po’ a desiderare in quanto a profondità. I risultati a tal proposito parlano da sé: entrambe le pellicole superano i 120 milioni di dollari solo al botteghino americano, Julia Roberts vince l'Oscar come miglior attrice per Erin Brockovich, mentre Traffic porta a casa addirittura quattro statuette, fruttando il premio per miglior regia a Soderbergh e per il miglior attore non protagonista a Benicio Del Toro.


Arrivati a questo punto, sembrerebbe di aver definitivamente decifrato la figura di Steven Soderbergh. Eppure, il regista dopo Ocean's Eleven stupisce ancora. A partire dal 2001, infatti, prende corpo la sua ormai celebre tattica: vale a dire l'utilizzo della assai remunerativa saga di Ocean per finanziarsi progetti personali, sulla carta anche piuttosto rischiosi, alcuni dei quali molto più vicini allo spirito indipendente del suo esordio. Così Ocean's Eleven porta a Full Frontal e Solaris (ambedue del 2002), Ocean's Twelve è il preludio a Bubble (2006) e Intrigo a Berlino (2007), Ocean's 13 è la premessa economicamente necessaria al deludente film-fiume su Che Guevara,  presentato nella sua versione integrale al festival di Cannes del 2008 e poi distribuito in tutto il mondo diviso in due parti (Che – L'argentino e Che – Guerriglia).
Ad eccezione di Bubble opera molto interessante, girata interamente in digitale nell'arco di due sole settimane e che si avvale di attori non professionisti ricollegandosi a Sesso, bugie e videotape per come riesce a rappresentare una società che sta agli antipodi del Mito e dell'American way of life gli altri lavori sono una grossa delusione. Alla luce di questi ultimi anni, la sensazione che si ha è che nel momento in cui Soderbergh decide di alzare veramente il tiro, il più delle volte prende degli abbagli, non riuscendo a gestire col talento la misura delle proprie ambizioni. In Full Frontal tenta di rifarsi alla tradizione meta-cinematografica dei maestri del cinema europeo (Godard in primis), ma il risultato è solo a tratti affascinante, disvelando alla lunga la propria pochezza. È poi un mistero il motivo per il quale abbia deciso di rifare, ovviamente banalizzandolo, il capolavoro di Tarkovskij del 1972, così come colpisce l'inutilità di quel mal riuscito omaggio al cinema classico hollywoodiano degli anni quaranta che è Intrigo a Berlino.


Ora, il film su Che Guevara sembrava la giusta occasione per il grande riscatto, ma il troppo rispetto per la figura di Guevara ha finito per paralizzare Soderbergh, il quale nel condivisibile tentativo di rendere la figura del rivoluzionario e la sua guerra di liberazione nel modo meno epico e più anti-spettacolare possibile, rimane imprigionato all'interno di una struttura piatta, fredda, totalmente priva di sussulti.
Per chi scrive, Soderbergh sembra ormai rivelarsi, a vent'anni dal suo esordio, come uno dei registi più sopravvalutati e discontinui del panorama statunitense, e probabilmente sarebbe per lui un bene se prendesse definitivamente atto di  essere, quando vuole, un buon, a volte anche un ottimo, mestierante. Niente di più, niente di meno.

Articolo pubblicato nel numero 14 di Cinem'Art (Maggio 2009)

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