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lunedì 27 luglio 2015

"Mission: Impossible - Rogue Nation": il trailer italiano del quinto film della saga sull'agente segreto Ethan Hunt


A quattro anni dal quarto episodio diretto da Brad Bird, che un po' a sorpresa con i suoi 694 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo si è rivelato il più grande successo al box office della saga con protagonista Ethan Hunt, il 19 agosto arriverà nelle nostre sale Mission: Impossible - Rogue Nation. 
Scritto e diretto da Christopher McQuarrie, premio Oscar nel 1996 per l'ottima sceneggiatura de I soliti sospetti e autore di buoni script come quelli di Operazione Valchiria ed Edge of Tomorrow (che però si perdeva in qualche illogicità di troppo nel finale) ma anche del pessimo copione di The Tourist, il film si incentra sulla lotta senza esclusione di colpi tra il team di Ethan Hunt e una misteriosa organizzazione che vuole farli fuori, il Sindacato.

venerdì 22 giugno 2012

"Rock of Ages" di Adam Shankman: la recensione


1987. Mentre nell’industria musicale stanno maturando i tempi per un passaggio dal rock al pop, una bella ragazza proveniente dalla provincia americana (Julianne Hough, una sorta di incrocio tra Christina Aguilera e Jennifer Aniston) si trasferisce a Los Angeles nella speranza di affermarsi come cantante. Qui, grazie all’aiuto di un ragazzo con aspirazioni da musicista appena conosciuto (Diego Bonita), si ritrova subito a lavorare come barista nel celebre "Bourbon Room", lo storico locale dove in passato si sono esibiti alcuni dei principali gruppi rock nazionali. Le cose iniziano però a complicarsi quando la nuova amministrazione losangelina decide di dichiarare guerra al luogo di esibizione notturno, cercando un pretesto legale per farlo chiudere al fine di liberare i giovani dai vizi propri di una vita all’insegna del rock.

giovedì 31 maggio 2012

Per Barbera "The Master" (che sarebbe stato visionato da Tom Cruise) andrà probabilmente a Venezia; le restanti tre parti della conversazione tra Paul Thomas Anderson e Robert Downey Sr.


Mentre negli scorsi giorni il nuovo direttore del festival di Venezia Alberto Barbera si è sbilanciato definendo "probabile" la partecipazione al Lido di The Master (oltre che, per rimanere in ambito statunitense, dei nuovi film di Terrence Malick e Brian De Palma), colgo l'occasione per pubblicare le restanti tre parti della conversazione tra Paul Thomas Anderson e Robert Downey Sr. di cui vi avevo proposto la prima parte in un precedente articolo del 18 maggio. 
Nella seconda parte i due discutono di No More Excuses (1968), nella terza di Two Tons of Turquoise to Taos Tonight (1975), nell'ultima e quarta parte di Putney Swope (1969): tutti lavori di Robert Downey Sr. contenuti nel cofanetto appena uscito a cura della Criterion Collection.

sabato 26 giugno 2010

Magnolia: un audace capolavoro


Immenso. Nessun'altra parola probabilmente potrebbe definire in maniera più appropriata l'intenso, prorompente, strabordante Magnolia, terza opera dell'enfant prodige della San Fernando Valley Paul Thomas Anderson. Dopo l'esuberante Boogie Nights (1997), che raccontava con malinconica ironia e una sorprendente umanità il mondo del porno losangelino tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso, nel 1999 il ventinovenne cineasta californiano torna a far parlare di sé firmando un'opera straordinaria, ambiziosa fino ai limiti dell'inverosimile. L'obiettivo è, sull'evidente modello di America Oggi di Robert Altman (1993), quello di raccontare il fatale intrecciarsi delle vite di 12 persone lungo l'arco di un'unica lunga, palpitante e nevrotica giornata. Gli avvenimenti che accadranno in queste tumultuose 24 ore porteranno i loro tormentati protagonisti a fare i conti con il proprio passato, perché, come dicono uno dei personaggi e il narratore esterno del film, “possiamo chiudere con il passato, ma il passato non chiude con noi”. E ad Anderson tre (tesissime) ore di narrazione bastano appena a rappresentare un mondo in cui si affacciano violentemente emozioni fortissime, sofferenze indicibili e forse, alla fine, inaspettate redenzioni.

Partendo dall'inevitabile presupposto che parlare con la dovuta profondità ed esaustività di un film ricco e complesso come Magnolia è assolutamente impossibile nello spazio di una recensione, proviamo per prima cosa a riassumere in poche righe l'elaborato intreccio narrativo sapientemente costruito dal talentuoso regista/sceneggiatore nordamericano. Nella San Fernando Valley (Los Angeles) si intrecciano le vite di vari personaggi: Earl Partridge, un produttore televisivo malato terminale (Jason Robards) che, alla fine della sua vita, sente il bisogno di riallacciare i rapporti con il figlio abbandonato da adolescente con la madre morente. Questi (Tom Cruise) è un famoso guru del sesso del tubo catodico che però, dietro l'immagine di una superficiale e ostentata sicurezza, nasconde la sofferenza per l'abbandono del padre. A completare questa famiglia vi è la giovane moglie di Earl, Linda (Julianne Moore), una donna sulla quarantina sposatasi per interesse e che si accorge troppo tardi di amare veramente il marito, tradito più volte nel corso degli anni. E ancora Jim, un poliziotto in cerca d’amore (John C. Reilly), un bambino prodigio sfruttato come fenomeno da baraccone televisivo, un presentatore di un quiz per bambini (Philip Baker Hall), anch'egli malato terminale, che messo sotto scacco dai rimorsi confessa alla moglie di averla più volte tradita e al contempo cerca di ricucire i rapporti con Claudia, la figlia da lui molestata sessualmente anni prima (Melora Walters); per ultimo un ex bambino prodigio (William H. Macy), che vessato dal padre non è riuscito a costruire la propria personalità.


Anderson sin dal grandioso prologo – nel quale vengono narrate tre vicende caratterizzate da incredibili coincidenze – enuncia sottotraccia la fondamentale chiave di lettura del film. Egli sottolinea che qualsiasi avvenimento riguardante un uomo non è estraneo alla storia degli altri; ognuno è legato da una fitta rete di rapporti che lo condiziona sia positivamente che negativamente e nella quale il passato gioca un ruolo fondamentale (si pensi alla frase già citata in apertura di articolo). Quando si considerano le più sfortunate o bizzarre vicende altrui come estranee, si tende a marcare una distanza fra sé e gli altri e a non riconoscere quel filo comune che ci lega nel pathos dell'esistenza. Questo sentimento panico è rappresentato in maniera chiara, geniale ed efficace attraverso una delle sequenze, narrativamente parlando, più significative ed inventive degli anni Novanta: tutti i personaggi principali della pellicola, uno dopo l'altro, cantano alcuni versi della canzone Wise Up di Aimee Mann. La musica sottolinea i paralleli fra la sofferenza dei diversi personaggi, conferendo alla sequenza l’idea di persone disparate che per una volta sono sulla stessa lunghezza d’onda emotiva. Suggerendo al contempo in modo poetico e quanto mai originale che in fondo esiste un legame tra le esistenze e il dolore di ogni essere umano. Come hanno fatto notare diversi critici statunitensi particolarmente accorti, con questa sorprendente fusione tra musica e immagini, che arriva quasi a sfociare nel musical, Anderson riesce mirabilmente a comunicare in soli tre minuti un qualcosa che altrimenti avrebbe richiesto decine di pagine di dialoghi e numerose sequenze.

Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire e nel nostro breve intervento abbiamo parlato solo di alcuni dei molteplici temi che, potenti, si irradiano dal sublime universo di Magnolia. Girato e scritto superbamente (diverse sequenze e alcuni scambi dialogici rimarranno nella storia del cinema) e basato su una struttura a incastro di una solidità sbalorditiva, l'opera del 1999 è, per ambizione, coraggio e complessiva forza del linguaggio narrativo-stilistico esibito, senza ombra di dubbio uno dei più importanti film statunitensi degli anni Novanta.