martedì 22 febbraio 2011

"S. Darko" di Chris Fisher


Sette anni dopo la morte di Donnie e la vittoria alle elezioni presidenziali di George H. W. Bush su Dukakis, la sorella Samantha (Daveigh Chase) scappa di casa con un amica (Briana Evigan). Le due vengono tradite dalla loro macchina e si ritrovano in un posto sperduto degli States, dove mancano all'appello alcuni bambini scomparsi. Da qui il plot si esibirà in una notevole serie di evoluzioni quanto mai improbabili e contorte.
S. Darko dà sicuramente il meglio di sé quando si fa spaccato di una società piuttosto che coacervo di pseudo-elucubrazioni filosofiche sul tempo forzate e poco credibili. Questo secondo episodio da tale punto di vista esagera parecchio: e il troppo evidentemente stroppia. A differenza del cult-movie di Richard Kelly il film di Chris Fisher, oltre ad essere con ogni evidenza molto meno riuscito nel complesso e ben più confusionario nella descrizione dell'intrigo spazio-temporale (già nel film del 2001 si avvertiva che c'era qualcosa che non tornava), introduce con insistenza un interessante legame tra la tematica dei viaggi nel tempo e la disperata volontà dei giovani protagonisti di cancellare i tanti traumi o errori legati al loro pur breve vissuto.
Quella che emerge è una visione del mondo, della provincia e della società statunitensi per nulla banale o scontata, anzi in una certa misura inaspettata. In un passaggio della pellicola l'amica di Samantha chiede al protagonista maschile (Ed Westwick, che ricorda vagamente l’idolo delle teen-ager Robert Pattinson) se crede nelle seconde possibilità. La risposta è forte, lapidaria e, considerato il contesto filmico dal quale proviene, spiazza per la sua causticità: “Credo che la vita faccia schifo e poi si muore”.


Tutto questo però sullo sfondo di un film davvero indifendibile, spesso irritante per la sua struttura narrativa e in particolare per come porta avanti in modo incoerente e arzigogolato tutta la questione delle dimensioni spazio-temporali parallele, presente in modo molto più consistente che in Donnie Darko. S. Darko poi non risparmia allo spettatore neppure momenti involontariamente auto-parodici, come il melenso finale. Fischer viene da tre pellicole mediocri (tutte da lui sceneggiate) e da una serie di regie televisive occasionali arrivate dopo i flop cinematografici. Si vede.

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