sabato 12 febbraio 2011

"Tropa de Elite" di José Padilha

È stato presentato ieri al festival di Berlino Tropa de Elite 2 – O Inimigo Agora è Utro, il seguito del fortunato film del brasiliano José Padilha che alla Berlinale del 2008 si era aggiudicato contro ogni pronostico l’Orso d’oro battendo sul filo di lana il capolavoro di Paul Thomas Anderson Il Petroliere. Cogliamo l’occasione per proporvi la nostra recensione del primo film scritta per il mensile Cinem'Art all’epoca dell’uscita nei nostri cinema.


Tropa de Elite, pur non presentando un particolare sguardo d’autore e facendo ricorso ad una struttura narrativa tipica del solido prodotto hollywoodiano (spettacolarizzazione, costruzione temporale non lineare, utilizzo un po’ ammiccante della voce fuori campo), è di sicuro un buon lavoro ed ha il notevole pregio di restituire la tragica situazione delle favelas in gran parte della sua complessità. Fin dall’inizio la scelta è quella di concentrarsi sulla polizia, a differenza ad esempio del celebre City of God di Meirelles, dove il punto di vista adottato era quello dei trafficanti.
A Rio de Janeiro nel 1997 la maggioranza dei poliziotti, sottopagati e male addestrati, tende ad essere facilmente corruttibile e sembra non avere alcuna intenzione di rischiare la vita mettendosi in guerra con i trafficanti che controllano le favelas. Se la polizia è in gran parte corrotta, la popolazione sembra stare dalla parte dei trafficanti, i quali perlomeno assicurano agli abitanti delle favelas una certa protezione. Poi c’è la tropa de elite che dà il titolo al film, detta anche Bope, vale a dire l’implacabile squadra dei reparti speciali (che può contare solo su cento unità) con il compito di risolvere le situazioni di emergenza. In questo contesto apparentemente senza via d’uscita, viene ordinato al capitano del Bope Nascimento (il convincente Wagner Moura) di fare una serie di irruzioni in alcune favelas per renderle temporaneamente sicure in previsione dell’arrivo di Papa Giovanni Paolo II.


Tropa de Elite è una pellicola d’azione ben costruita che, intrattenendo con abilità lo spettatore, denuncia l’inefficienza e l’inadeguatezza degli organi della polizia brasiliana e guarda con rispetto al Bope, pur raffigurando un panorama complesso e per nulla manicheo in cui non è semplice discernere il bene dal male – si pensi ai ragazzi benestanti della ONG che contribuiscono a finanziare il mercato della droga dei trafficanti. Dal vincitore di un festival importante come quello di Berlino, comunque, ci saremmo aspettati uno sguardo più profondo, spiazzante e, soprattutto, un linguaggio cinematografico maggiormente ricercato ed innovativo.

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