Il trentanovenne
romano Gabriele Mainetti ha esordito nel lungometraggio con un film bizzarro e
originale, capace di intrattenere fondendo felicemente generi e toni. E ha sorpreso
un po’ tutti.
In Italia il cinema di genere e d’intrattenimento è il più
delle volte sinonimo di commedie nazional-popolari che, più o meno riuscite a
seconda dei casi, sono troppo spesso molto simili tra loro. In questo contesto,
dopo il fortunato caso del 2014 di Smetto
quando voglio (qui trovate la mia intervista a Sydney Sibilia per il numero 6 di Fabrique du cinéma), Lo
chiamavano Jeeg Robot rappresenta un altro importante elemento di
discontinuità. Al suo primo lavoro dietro la macchina da presa, infatti, Gabriele
Mainetti ha realizzato un film di supereroi molto sui generis ambientato in una Tor Bella Monaca dominata dalla
malavita. L’operazione è coraggiosa e risulta strettamente legata alla poetica
portata avanti dal regista sin dai pluripremiati cortometraggi Basette (2006)
e Tiger Boy (2012).




