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lunedì 29 ottobre 2012

"Silent Hill Revelation 3D" nei cinema dal 31 ottobre

                                
Distribuito dalla Moviemax, mercoledì 31 ottobre uscirà nei cinema italiani Silent Hill Revelation 3D, seguito cinematografico di Silent Hill (2006) questa volta ispirato al terzo capitolo della celebre saga di videogame creata e sviluppata dalla Konami (la prestigiosa società autrice, tra gli altri, di veri e propri videogiochi di culto come Metal Gear Solid e Pro Evolution Soccer).
Presentato al Comic-Con dello scorso luglio e costato 20 milioni di dollari, Silent Hill Revelation 3D narra la storia della giovane Heather Mason che, dopo anni di incubi legati alla spettrale città denominata appunto Silent Hill, alla vigilia del suo diciottesimo compleanno decide di recarvisi per indagare sulla scomparsa del padre e risolvere le proprie molteplici questioni irrisolte. Una volta arrivata a destinazione, però, la ragazza si troverà costretta ad affrontare una forte crisi identitaria, oltre che una serie di sinistre minacce che rischieranno seriamente di farla rimanere prigioniera dei suoi incubi e delle sue ossessioni.

martedì 8 maggio 2012

"La cosa in cima alle scale" di Michele Torbidoni


La settimana scorsa, mi è stata offerta dal regista Michele Torbidoni la possibilità di visionare questo cortometraggio. Torbidoni è un ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha frequentato nell'ormai lontano biennio 1995-1997 (gli anni di Salvatore Mereu, Francesco Munzi e Eros Puglielli). Oggi di professione fa l'User Interface Designer (progetta e sviluppa l'aspetto visuale di applicazioni per computer e tablet) e La cosa in cima alle scale rappresenta il suo ritorno al linguaggio delle immagini in movimento a circa 17 anni di distanza da The Net, interessante corto per certi versi anticipatore di Matrix e che può essere visto  su Vimeo cliccando qui.

venerdì 20 aprile 2012

"Quella casa nel bosco" di Drew Goddard: la recensione


Salutato oltreoceano come un film piacevolmente imprevedibile e sistematicamente atto a giocare con gli stereotipi tipici del genere di riferimento, si era creata una certa aspettativa nei confronti di questo horror diretto da Drew Goddard (sceneggiatore di Cloverfield e di numerosi episodi di serie tv tra cui Lost, AliasBuffy e Angel) e da egli stesso scritto insieme a Joss Whedon (creatore di Buffy, AngelFirefly e regista/sceneggiatore di The Avengers, in uscita il 25 aprile). Come hanno notato fin dallo scorso marzo i critici che hanno avuto la possibilità di vederlo al South by Southwest Film Festival, effettivamente Quella casa nel bosco (titolo originale: The Cabin in the Woods) ha il pregio di spiazzare a più riprese lo spettatore, facendosi gioco di lui e, viene da aggiungere, proponendosi come un’onnivora macchina rielaboratrice di codici, temi e luoghi comuni che nel corso della storia del cinema hanno abitato e al contempo alimentato il genere horror.

lunedì 28 marzo 2011

"The Ward - Il reparto" di John Carpenter



Buttando giù qualche riga su questo film che ho visto a fine novembre a Torino e proponendovi il trailer italiano, poco meno di un mese fa vi avevo promesso che avrei scritto qualcos'altro sull'ultima opera di Carpenter in occasione della sua uscita nei cinema italiani. Dopo la seconda visione, il mio giudizio sul film non è cambiato: The Ward - Il reparto è un ottimo b-movie che segue con perseveranza (e classe) i più tradizionali codici del genere horror. 

La storia, come da copione,  è essenziale e certo non delle più originali. Nel 1966 una ragazza (Amber Heard), dopo essere stata trovata dalla polizia nei pressi di una casa cui ha dato fuoco, viene portata in un reparto isolato e per sole donne di un ospedale psichiatrico. All’interno della sinistra struttura, una presenza misteriosa comincia ad uccidere una dopo l’altra tutte le ragazze ospiti del reparto. Fino al bel colpo di scena finale, che fa letteralmente sobbalzare dalla poltrona.

domenica 6 marzo 2011

Qualche considerazione su "The Ward" di John Carpenter: il trailer italiano


Presentato lo scorso ottobre a Torino, nel contesto di un festival che si è rivelato contro ogni pronostico davvero di ottimo livello e con almeno una quindicina di titoli di grande qualità, nel prossimo mese di aprile arriverà nei cinema italiani l'ultima opera del maestro dell'horror John Carpenter. 
Storia di un gruppo di ragazze con disturbi mentali ricoverate in un sinistro ospedale psichiatrico, The Ward - Il reparto è un buon film che inchioda lo spettatore alla poltrona per un'ora e mezza, sfruttando con indubbia abilità i più semplici ma al contempo efficaci trucchi della messa in scena del genere di riferimento per creare un'atmosfera di tensione costante. Fino al colpo di scena finale. 

sabato 25 settembre 2010

George Romero's Survival of the Dead

Dopo quanto accaduto con il penultimo episodio della saga, di certo non c’è da essere particolarmente ottimisti. Nel nostro paese Diary of the Dead (tradotto con il titolo Le cronache dei morti viventi) è uscito nell'ottobre del 2009 in un’unica sala romana del Nuovo Cinema Aquila con ben due anni di ritardo rispetto all'anno di produzione della pellicola. Una tale “distribuzione”, se ci si passa questo termine, può avere un senso solo se pensata come presentazione (nella capitale fu fatta un’anteprima stampa) in vista dell’uscita in dvd. Nonostante abbia partecipato, con un discreto successo di pubblico e critica, alle edizioni dello scorso anno dei festival di Venezia e Toronto, difficilmente l’ultimo Survival of the Dead (2009) potrà contare su un trattamento diverso rispetto a quello riservato al suo predecessore. Persino in patria, negli Stati Uniti, è stato distribuito solo lo scorso 28 maggio in appena 20 sale, dopo essere stato già disponibile dal mese precedente attraverso il circuito del video on demand. Da noi probabilmente sarà in futuro disponibile solo in dvd, oppure, nella migliore delle ipotesi, sarà distribuito in una manciata di cinema. Ed è davvero un peccato, anche considerato il livello degli horror che invadono le nostre sale nei mesi estivi e in particolare tra giugno e luglio, che sia in pratica divenuto impossibile vedere uno dei film di George Romero al cinema.
Il settantenne cineasta newyorchese, con questo suo interessante Survival of the Dead, porta avanti l’ormai strutturato discorso sugli zombi con indubbie efficacia e solidità. Iniziata con La notte dei morti viventi nel 1968, sviluppatasi con Zombie (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Diary of the Dead (2007) e conclusasi (per ora) con quest’ultimo Survival of the Dead, la saga romeriana si presenta come una delle più importanti nella storia del cinema statunitense. Certamente tra le più coerenti per quanto concerne lo statuto poetico, socio-antropologico e simbolico-metaforico. Ogni episodio è essenziale e si differenzia per la proposizione di determinati temi e – esclusi il meta-cinematografico e sottovalutato Diary of the Dead e proprio Survival of the Dead, che tra l’altro al suo interno propone un inaspettato punto di contatto con il precedente episodio – per l’approfondimento della natura degli zombi, cadaveri che misteriosamente riprendono a vivere.
Allo spettatore non è dato sapere con certezza quale sia effettivamente la causa del ritorno alla vita dei morti: nel primo capitolo, emerge l’ipotesi secondo la quale delle radiazioni provenienti da una sonda spaziale di ritorno da Venere avrebbero riattivato il cervello delle persone recentemente decedute; nel secondo episodio (ambientato tre settimane dopo il primo), si diffonde la notizia di un’infezione virale dalla provenienza sconosciuta; il terzo, il quarto e il quinto episodio, così come Survival of the Dead, non propongono più alcun tentativo di spiegazione. La scienza non è in grado di dare risposte certe e gli uomini, seguendo alla lettera la celebre espressione hobbesiana dell’homo homini lupus, invece di aiutarsi vicendevolmente, danno il più delle volte prova della loro innata tendenza allo sfrenato egoismo, all’intolleranza e alla totale mancanza di lucida razionalità (elemento che più di ogni altro dovrebbe distinguere l’uomo dalle bestie). Persino in situazioni di eccezionale emergenza, gli esseri umani non sono in grado di solidarizzare e di formare un fronte comune ai fini della sopravvivenza della specie: è da questo punto focale che Romero irradia quel radicale pessimismo e quella totale sfiducia nei confronti dell’umanità che, piuttosto esplicitamente, sottende tutta la saga dei morti viventi.

Survival of the Dead, come si accennava all’inizio, si colloca perfettamente all’interno di questo agghiacciante universo che il regista statunitense ha iniziato a delineare nel lontano 1968. La trama, come al solito, non è che un canovaccio studiato meticolosamente per far risaltare quelle allegorie sociologiche, antropologiche e politiche che Romero sa immettere così sapientemente nel flusso narrativo. Da sei giorni i morti hanno cominciato a riprendere vita. Questa volta il principale luogo dell’azione è Plum, una piccola e incantevole isola nella quale, a mano a mano che le vicende narrative si sviluppano, la bellezza della natura risulterà sempre più in netto contrasto con la brutalità dei comportamenti degli uomini che ne fanno parte. Plum è da sempre abitata da due grandi famiglie rivali, gli O’Flynn e i Muldoon. I due capo-famiglia attuali, Patrick O’Flynn e Seamus Muldoon, si odiano fin da quando erano piccoli e sono in profondo disaccordo su come affrontare l’emergenza-morti viventi. Il primo è deciso a sparare in testa a chiunque muoia per evitare ogni pericolo, il secondo invece, spinto dalle proprie ottuse convinzioni religiose, si oppone a una tale drastica soluzione, proponendo di legare tutti gli zombi in attesa che si trovi loro una cura o che si riesca ad educarli a non nutrirsi di carne umana. Nel frattempo un gruppo di quattro militari, giunti nell’isola insieme a un ragazzo nella speranza di trovare in Plum un posto più sicuro rispetto alla terraferma, si schierano con O’Flynn. Il risultato sarà una guerra fratricida tra i pochi uomini rimasti vivi, mentre gli zombi svolgono un ruolo di secondo piano, stanno sullo sfondo quasi fossero dei semplici spettatori esterni di un macabro ed insensato spettacolo tutto umano.
Sul piano tematico, la grande novità e la forza di Survival of the Dead stanno nel fatto che per la prima volta ci si concentra molto sul tema della religione (non sembra azzardato leggere nell’opera una riflessione sull’eutanasia o, più in generale, sulla concezione della vita da parte della Chiesa cattolica e protestante) e su come essa possa dividere e portare gli esseri umani ad uno scontro feroce, senza esclusione di colpi. A differenza dei suoi dead movies precedenti, questa volta Romero punta decisamente sul registro comico-ironico. Tanto che probabilmente i suoi fan, quando avranno modo di vedere Survival of the Dead, all’inizio storceranno un po’ il naso. Eppure non si può fare a meno di notare che, sebbene in alcuni momenti il registro (auto)ironico possa forse apparire un po’ eccessivo o fuori contesto, nell’ambito generale dell’opera non stona affatto, offrendo al film un’inedita aria più distesa e giocosa che alla fine si rivela vincente. Chissà che Romero, a tal proposito, non abbia voluto consapevolmente confrontarsi, ricorrendo a inserti scopertamente grotteschi e comici, con la nuova tendenza parodistica che ha investito i film sui morti viventi a partire dal divertente L’alba dei morti dementi del 2004 (l’ottimo successo negli States del recente Zombieland, in uscita in Italia il 7 maggio, sembra testimoniare che questo filone è destinato a manifestarsi nuovamente nel prossimo futuro).

Che gli zombi continuassero istintivamente a compiere le azioni cui erano abituati da vivi, lo avevamo capito a partire dalle indimenticabili scene del centro commerciale di Zombie, ma la trovata finale con cui si sfrutta questo dato già assodato è potente e geniale (come si sarebbe potuto chiudere meglio questo film?). In alcuni momenti il comico e il sarcasmo funzionano a meraviglia, come ad esempio nella scena in cui Seamus Muldoon spiega nella sua sala da pranzo il motivo per il quale si ostina a non uccidere i morti viventi. Nonostante Survival of the Dead non sia all’altezza dei primi tre capitoli e de La terra dei morti viventi, è comunque un film dalla solida struttura e molto interessante per i temi che propone. Oltre alla già citata immagine finale, almeno due o tre sequenze sono davvero intense e dal forte impatto metaforico. Si potrebbe scrivere che quei pochi straordinari momenti di un film comunque complessivamente riuscito valgono da soli il prezzo del biglietto, se solo ci fosse all’orizzonte una distribuzione.

Articolo pubblicato nel numero 21 di Cinem'Art (Maggio/Giugno 2010)

mercoledì 28 aprile 2010

Shutter Island: l'isola del rimosso

Che ci aspettavamo molto da Shutter Island lo avevamo già scritto nella rubrica “Stars & Stripes” del numero 17. Quando un autore di un certo spessore sente il bisogno di cimentarsi con atmosfere riconducibili all’horror, generalmente è lecito attendersi un’opera complessa che vada oltre la superficie della trama, per presentare in maniera più o meno evidente, a seconda dei casi, un composito e profondo tessuto metaforico capace di far riflettere sulla società e sul mondo che ci circonda. Non è certo un mistero, infatti, che con La notte dei morti viventi (1968) per la prima volta si siano palesate in tutta la loro potenza, nel genere horror, le enormi possibilità espressive del sottotesto. In tal senso, l’esempio più alto nella storia del cinema è Shining (1980) di Stanley Kubrick, che a sua volta sempre nel 1968 con 2001: Odissea nello spazio aveva condotto, nell’ambito del genere fantascientifico, un’operazione molto simile a quella di Romero, aprendo la science fiction cinematografica ad orizzonti fino a quel momento impensabili. Shutter Island certamente non va in questa direzione: le sue ambizioni sono ben più contenute ma, come cercheremo di argomentare, è comunque da considerarsi un eccellente film di genere, in grado di riportare ai fasti delle produzioni hollywoodiane degli anni quaranta o cinquanta. L’opera di Scorsese – la cui uscita nei cinema, inizialmente prevista per ottobre dello scorso anno, è stata posticipata in tutto il mondo di cinque mesi per mancanza di liquidità della Paramount e per l’indisponibilità di DiCaprio nel partecipare alla promozione del film – proprio come Shining non è direttamente ascrivibile al genere horror, tuttavia, però, rimanda chiaramente agli oscuri e labirintici meandri della mente umana. Trovando nella scenografia di Dante Ferretti e nella fotografia di Robert Richardson (entrambi collaboratori di lungo corso di Scorsese) degli evidenti punti di forza.
Tratto dall’omonimo best-seller del 2003 di Dennis Lehane (autore anche di Mystic River, il cui adattamento cinematografico ha portato al grande film di Clint Eastwood), Shutter Island è ambientato nel 1954 in un’isola al largo di Boston su cui sorge un imponente ospedale psichiatrico per criminali psicopatici. Teddy Daniels, agente federale di una certa fama e veterano della seconda guerra mondiale (Leonardo DiCaprio), si reca in loco in compagnia del collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) per indagare sul misterioso caso di Rachel Solando, una paziente scomparsa senza aver lasciato dietro di sé alcuna traccia della fuga. La struttura in cui sono rinchiusi i pazienti è divisa in tre padiglioni (uno riservato agli uomini, uno alle donne, l’altro ai soggetti più pericolosi) ed è gestita dal dottor Cawley (Ben Kingsley) e dal sinistro dottor Naehring (Max von Sydow), figure che fin dall’inizio si rivelano piuttosto ambigue, dando in più occasioni la sensazione di non avere alcun interesse nell’agevolare il lavoro dei due agenti. Con il procedere delle indagini, il mistero si infittisce sempre di più e Teddy, oltre a sospettare che l’ospedale sia in realtà una copertura per dei macabri esperimenti sul cervello dei pazienti, inizia persino a dubitare del proprio collega.

Il film è stato accolto dalla critica nordamericana e italiana in maniera pressoché tiepida. Ci sono stati anche dei critici importanti che lo hanno apprezzato moltissimo (più avanti ne citeremo uno statunitense), ma la maggioranza è stata concorde nel sottolineare come il film perda progressivamente in incisività e coerenza con il passare dei minuti, smarrendo così il bandolo della matassa proprio nel momento cruciale in cui comincia ad addentrarsi nel cuore del racconto filmico. Al contrario, a nostro avviso, Shutter Island è un thriller con evidenti e stimolanti venature horror e noir, in cui le convenzioni di ognuno di questi generi riescono a convivere in maniera assai felice per tutto l’evolversi delle vicende diegetiche. Ciò avviene in primis grazie a due elementi decisivi: la solida e calibrata sceneggiatura di Laeta Kalogridis, molto abile nella gestione di cambi di ritmo, momenti di suspense e colpi di scena nonostante le sue prove precedenti (Alexander di Oliver Stone e Pathfinder – La leggenda del guerriero vichingo) non avessero convinto granché; la regia impeccabile di Scorsese, che riesce in ogni momento ad assecondare perfettamente i risvolti narrativi, affascinando lo spettatore e accompagnandolo sapientemente per l’intera durata della pellicola.
Teso, coinvolgente e girato con la maestria che ormai da decenni contraddistingue il suo navigato regista, Shutter Island tuttavia, nonostante sia magnificamente confezionato e possa essere considerato senza riserve al livello dei lavori dell’ultimo Scorsese (da Gangs of New York in poi), non asseconda quella che probabilmente era la speranza di molti cinefili. Difatti, che il celebre cineasta italo-americano fosse in grado di trarre dall’avvincente romanzo di Lehane una pellicola ineccepibile sul piano della costruzione narrativa ed estremamente stimolante dal punto di vista figurativo e della messa in scena, lo si poteva anche dare per scontato. Ciò che con ogni evidenza manca al lavoro di Scorsese è proprio quel sottotesto allegorico di cui si parlava in riferimento a Shining e La notte dei morti viventi. Per quanto Todd McCarthy sia indiscutibilmente uno dei più rilevanti e rispettati critici statunitensi, la sua affermazione secondo la quale Shutter Island occuperebbe nella filmografia di Scorsese la medesima posizione ricoperta da Shining nell’opera di Kubrick, ci sembra palesemente esagerata e ben poco condivisibile. Anzi, una delle poche stonature che emergono dallo script del film, appare proprio legata a quello che sembra un incomprensibile tentativo, isolato e mai più ripreso nel prosieguo della narrazione, di rimandare al capolavoro di Kubrick: quando Teddy Daniels e il partner Chuck Aule entrano per la prima volta nell’edificio in cui dimora il dottor Cawley, questi li informa del fatto che la struttura, così come il padiglione C in cui sono internati i pazienti più pericolosi, è stata costruita all’epoca della guerra civile. L’assonanza con ciò che viene detto a Jack Nicholson all’inizio di Shining sull’Overlook Hotel, le cui fondamenta erano state erette su un villaggio indiano distrutto, non sembra casuale. Anche se l’affermazione del dottor Cawley, inserita un po’ pretestuosamente (almeno è questa l’impressione che abbiamo avuto dopo la prima visione), non si materializza in alcun modo come un invito a leggere la struttura profonda del film, nel caso di Shutter Island pressoché inesistente.

Ad ogni modo, Scorsese con questa sua ultima fatica ci regala senza dubbio un ottimo film di genere, in cui, come già si accennava in precedenza, elementi tipici del noir (il protagonista dal passato tormentato alle prese con un caso che lo mette a dura prova) e dell’horror (il penitenziario colmo di criminali psicopatici, l’ambientazione costantemente cupa e minacciosa) si fondono felicemente all’interno di un thriller coinvolgente e sostanzialmente privo di falle; il cui tallone d’Achille è, forse, quello di essere fin troppo prodigo in spiegazioni conclusive, non lasciando assolutamente nulla all’immaginazione dello spettatore. In ogni caso, è necessario sottolineare che tale scelta è in fondo totalmente coerente con la natura della pellicola, caratterizzata com’è da un forte legame con il tradizionale cinema di genere, tendenzialmente poco incline a finali aperti a più interpretazioni. Davvero molto interessante il personaggio offerto a Leonardo DiCaprio, sempre più attore feticcio di Scorsese (è ormai alla quarta collaborazione consecutiva) e qui alle prese con un tipo di ruolo che nella storia del cinema hollywoodiano raramente è stato ricoperto da una star di prima grandezza.

Articolo pubblicato nel numero 20 di Cinem'Art (Marzo-Aprile 2010)