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giovedì 3 novembre 2016

"Punto di non ritorno - Before the Flood": guarda gratuitamente online il documentario con Leonardo DiCaprio sugli effetti del riscaldamento globale


Il 30 ottobre scorso, pochi giorni fa, è andato in onda sul canale del National Geographic (Sky) Punto di non ritorno - Before the Flood, l'interessante e ben costruito documentario fortemente voluto da Leonardo DiCaprio incentrato sugli effetti del riscaldamento globale sulla Terra, nonché sulle possibilità che l'umanità ancora ha di salvare il mondo "prima dell'alluvione" (Before the Flood appunto, come recita il titolo originale del film). 
Nel corso di due anni il premio Oscar per Revenant - Redivivo, nominato nel 2014 Ambasciatore di Pace delle Nazioni Unite contro i cambiamenti climatici, ha viaggiato per il mondo alla scoperta del drammatico impatto sul nostro pianeta del global warming.

venerdì 29 gennaio 2016

"The Audition" di Martin Scorsese: guarda il corto da 70 milioni di dollari con Leonardo DiCaprio, Robert De Niro e Brad Pitt (sottotitoli in italiano)


Dopo non essere stato proiettato all'ultimo Festival di Venezia, ufficialmente per problemi di natura tecnica, tre giorni fa è apparso online su Vimeo il cortometraggio The Audition, firmato da Martin Scorsese e interpretato da Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, lo stesso Scorsese e Brad Pitt. Ora, a seguito della cancellazione del video su Vimeo, è possibile guardarlo su Youtube (non saprei dire ancora per quanto, affrettatevi!).
Costato la cifra monstre di 70 milioni di dollari e commissionato da una grande catena di casinò resort delle Filippine, il film è sceneggiato da Terence Winter (autore dello script di The Wolf of Wall Street) e racconta con ironia i malumori tra DiCaprio e De Niro, entrambi convocati da Scorsese a Manila per fare un provino per il ruolo da protagonista del suo nuovo progetto cinematografico.

lunedì 30 dicembre 2013

"The Wolf of Wall Street" di Martin Scorsese: il secondo trailer italiano e una nuova clip in lingua originale


Uscito negli Stati Uniti il giorno di Natale e avendo finora avuto un discreto successo di pubblico (34 milioni di dollari nei primi 5 giorni di programmazione, secondo i dati del noto sito Box Office Mojo), l'ultimo film di Martin Scorsese sui vizi del mondo della finanza con Leonardo DiCaprioJonah Hill, Matthew McConaughey e Margot Robbie arriverà in Italia fra poco meno di un mese, il 23 gennaio.

lunedì 4 novembre 2013

"The Wolf of Wall Street" di Martin Scorsese: il primo trailer italiano e il secondo trailer in lingua originale


Interpretato da Leonardo DiCaprio, Jonah Hill e Matthew McConaughey, il nuovo film di Martin Scorsese sarà distribuito nelle sale degli Stati Uniti il 25 dicembre (la data di uscita italiana non è stata ancora comunicata) e racconterà il mondo degli eccessi della finanza nordamericana attraverso la vera storia di Jordan Belfort, broker di grande successo finito in carcere nel 1998 in seguito all'incriminazione per frode fiscale e riciclaggio di denaro sporco.

mercoledì 13 giugno 2012

Il backstage dello straordinario piano sequenza finale di "Hugo Cabret" di Martin Scorsese


Di quanto abbia travato affascinante Hugo Cabret ho già scritto nella mia recensione dell'ultima opera di Martin Scorsese. Qui sotto vi propongo un interessante breve video, realizzato con una videocamera montata sopra la macchina da presa con cui è stato girato il film, che ci permette di apprezzare il backstage del complesso e suggestivo piano sequenza della scena finale. Buona visione.


mercoledì 1 febbraio 2012

"Hugo Cabret" di Martin Scorsese


Fresco di 11 nomination agli Oscar e dopo essersi aggiudicato poco più di una settimana prima il Golden Globe per la miglior regia, arriva finalmente nei cinema italiani Hugo Cabret di Martin Scorsese. Uscito negli Stati Uniti lo scorso 23 novembre, il film è finora risultato un grosso insuccesso commerciale (è costato la bellezza di 170 milioni di dollari e ne ha incassati 90 nei botteghini di tutto il mondo) pur essendo stato unanimemente apprezzato dalla comunità critica internazionale.

sabato 24 dicembre 2011

Michel Gondry e il "Taxi Driver" casereccio (per augurarvi Buone Feste)


Michel Gondry sembra aver deciso di continuare l'opera di Jerry (Jack Black) e Mike (Mos Def), i due protagonisti dell'inventivo, affascinante e metacinematografico Be Kind Rewind (2008). Il quarantottenne cineasta francese si è infatti di recente anch'egli dedicato alla produzione "maroccata" di un film celebre: qualche giorno fa è apparso su youtube il suo personale rifacimento amatoriale fatto in casa di Taxi Driver (1976), il capolavoro di Martin Scorsese magistralmente interpretato da Robert De Niro che fu Palma d'oro a Cannes.
In poco più di due minuti e mezzo c'è un po' di tutto: tra le altre cose, una sequenza iniziale in macchina con retroproiezioni caserecce fatte con foto tenute a mano, piccole matite colorate al posto di proiettili, la celebre sequenza dello specchio rimessa in scena con tanto di operatore che si vede riflesso in modo riconoscibile e un suggestivo rifacimento, molto particolare, della sequenza finale del massacro. Il tutto con un inedito Gondry nei panni di Travis Bickle.
Proponendovi questa breve chiccha per cinefili amanti dell'estetica "povera" di Michel Gondry (che trovate subito qui sotto), vi auguro Buone Feste e un felice Natale.

lunedì 11 aprile 2011

L'ultimo Scorsese: tra Storia, Presente e Memoria


Nell'ultimo decennio non v'è dubbio che l'immagine di Martin Scorsese (Flushing, Long Island, 1942), cresciuto nel cuore della Little Italy della Grande Mela, sia andata strettamente legandosi all'industria hollywoodiana. Infatti se si tralascia la produzione documentaria — The Blues: Dal Mali al Mississippi, 2003; No Direction Home: Bob Dylan, 2005; Shine a Light, 2007; oltre a Il mio viaggio in Italia del 2001, sorta di seguito all'affascinante e ricca lezione di cinema del 1995 Viaggio personale con Martin Scorsese nel cinema americano —, ci si accorge che Gangs of New York, The Aviator (2004) e The Departed (2006) sono costati mediamente 100 milioni di dollari, venendo finanziati principalmente da colossi come Miramax e/o Warner Bros.
Siamo ben lontani dunque dai tempi degli esordi, in cui si guardava un film di Scorsese e si pensava alla libertà e alla genuina creatività di John Cassavetes (lo stesso regista italo-americano ha dichiarato, a metà degli anni novanta, di aver sempre cercato fino a quel momento di unire nel suo cinema Orson Welles e il simbolo del versante finzionale del New American Cinema). E indubbiamente i budget consistenti portano in dote un bagaglio di compromessi difficili da respingere: si pensi agli ingenti tagli (ben 51 minuti!) imposti dalla produzione in Gangs of New York, che oltre a renderne la narrazione a tratti discontinua ne ritardarono l'uscita di un anno; oppure alla manifesta tendenza agiografica espressa in The Aviator, forse l'opera di Scorsese figurativamente più intensa e ispirata degli ultimi anni, in cui però non si fa alcun riferimento al notorio razzismo e antisemitismo del grande imprenditore americano.

venerdì 14 gennaio 2011

Vittorio De Seta e il documentario breve


Quando si pensa al linguaggio del documentario, generalmente non si prendono in considerazione le notevoli possibilità insite nel documentario a breve durata. Come detto nell’articolo dedicato al cortometraggio, quest’ultimo offre al regista l’opportunità di esprimersi limitandosi all’essenziale. 
Ma ha davvero senso tentare di raccontare un luogo o un fenomeno storico-sociale in poche decine di minuti? Certamente sì, se si decide di circoscrivere il campo di indagine a singoli frammenti della realtà che ci circonda. E la dimostrazione più lampante di ciò si può trovare nelle prime straordinarie opere di Vittorio De Seta (Palermo, 1923), grandissimo regista riconosciuto in tutto il mondo come indiscusso maestro del documentario. Tra il 1954 e il 1958, l’ottantasettenne siciliano ha girato dieci documentari brevi (della durata media di dieci minuti circa) sulla faticosa vita dei pescatori, dei minatori e dei contadini del Sud Italia. Vedendo oggi opere come Lu tempu de li pisci spata, Surfarara o Isole di fuoco (vincitore nel 1955 del premio per il miglior documentario-cortometraggio al Festival di Cannes), si ha l’impagabile possibilità di entrare in contatto con un mondo di tradizioni e valori arcaici scomparso, spazzato via dal rapido avanzare del progresso tecnologico portato in dote dal boom economico a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. 


Il possente fascino del cinema di De Seta risiede principalmente nel fatto che in esso l’ansia del mostrare la realtà va sempre di pari passo con l’urgenza dettata dalle possibilità formalizzanti dell’immagine filmica. A tal proposito, Roberto Saviano coglie il senso più profondo della poetica desetiana quando scrive che la “struttura bicefala” delle sue opere è “capace di guardare contemporaneamente all’inferno degli umani e alla meravigliosità che emana la pulsione del vivere”, non cedendo mai né “all’informazione esclusiva” né “al gesto estetico soltanto”. D’altronde, come lo ha felicemente definito il suo grande ammiratore Martin Scorsese, De Seta non è altro che “un antropologo che si esprime con la voce di un poeta”. 

Articolo pubblicato su "Corto Magazine", il magazine della settima edizione del Festival Pontino del Cortometraggio.

mercoledì 28 aprile 2010

Shutter Island: l'isola del rimosso

Che ci aspettavamo molto da Shutter Island lo avevamo già scritto nella rubrica “Stars & Stripes” del numero 17. Quando un autore di un certo spessore sente il bisogno di cimentarsi con atmosfere riconducibili all’horror, generalmente è lecito attendersi un’opera complessa che vada oltre la superficie della trama, per presentare in maniera più o meno evidente, a seconda dei casi, un composito e profondo tessuto metaforico capace di far riflettere sulla società e sul mondo che ci circonda. Non è certo un mistero, infatti, che con La notte dei morti viventi (1968) per la prima volta si siano palesate in tutta la loro potenza, nel genere horror, le enormi possibilità espressive del sottotesto. In tal senso, l’esempio più alto nella storia del cinema è Shining (1980) di Stanley Kubrick, che a sua volta sempre nel 1968 con 2001: Odissea nello spazio aveva condotto, nell’ambito del genere fantascientifico, un’operazione molto simile a quella di Romero, aprendo la science fiction cinematografica ad orizzonti fino a quel momento impensabili. Shutter Island certamente non va in questa direzione: le sue ambizioni sono ben più contenute ma, come cercheremo di argomentare, è comunque da considerarsi un eccellente film di genere, in grado di riportare ai fasti delle produzioni hollywoodiane degli anni quaranta o cinquanta. L’opera di Scorsese – la cui uscita nei cinema, inizialmente prevista per ottobre dello scorso anno, è stata posticipata in tutto il mondo di cinque mesi per mancanza di liquidità della Paramount e per l’indisponibilità di DiCaprio nel partecipare alla promozione del film – proprio come Shining non è direttamente ascrivibile al genere horror, tuttavia, però, rimanda chiaramente agli oscuri e labirintici meandri della mente umana. Trovando nella scenografia di Dante Ferretti e nella fotografia di Robert Richardson (entrambi collaboratori di lungo corso di Scorsese) degli evidenti punti di forza.
Tratto dall’omonimo best-seller del 2003 di Dennis Lehane (autore anche di Mystic River, il cui adattamento cinematografico ha portato al grande film di Clint Eastwood), Shutter Island è ambientato nel 1954 in un’isola al largo di Boston su cui sorge un imponente ospedale psichiatrico per criminali psicopatici. Teddy Daniels, agente federale di una certa fama e veterano della seconda guerra mondiale (Leonardo DiCaprio), si reca in loco in compagnia del collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) per indagare sul misterioso caso di Rachel Solando, una paziente scomparsa senza aver lasciato dietro di sé alcuna traccia della fuga. La struttura in cui sono rinchiusi i pazienti è divisa in tre padiglioni (uno riservato agli uomini, uno alle donne, l’altro ai soggetti più pericolosi) ed è gestita dal dottor Cawley (Ben Kingsley) e dal sinistro dottor Naehring (Max von Sydow), figure che fin dall’inizio si rivelano piuttosto ambigue, dando in più occasioni la sensazione di non avere alcun interesse nell’agevolare il lavoro dei due agenti. Con il procedere delle indagini, il mistero si infittisce sempre di più e Teddy, oltre a sospettare che l’ospedale sia in realtà una copertura per dei macabri esperimenti sul cervello dei pazienti, inizia persino a dubitare del proprio collega.

Il film è stato accolto dalla critica nordamericana e italiana in maniera pressoché tiepida. Ci sono stati anche dei critici importanti che lo hanno apprezzato moltissimo (più avanti ne citeremo uno statunitense), ma la maggioranza è stata concorde nel sottolineare come il film perda progressivamente in incisività e coerenza con il passare dei minuti, smarrendo così il bandolo della matassa proprio nel momento cruciale in cui comincia ad addentrarsi nel cuore del racconto filmico. Al contrario, a nostro avviso, Shutter Island è un thriller con evidenti e stimolanti venature horror e noir, in cui le convenzioni di ognuno di questi generi riescono a convivere in maniera assai felice per tutto l’evolversi delle vicende diegetiche. Ciò avviene in primis grazie a due elementi decisivi: la solida e calibrata sceneggiatura di Laeta Kalogridis, molto abile nella gestione di cambi di ritmo, momenti di suspense e colpi di scena nonostante le sue prove precedenti (Alexander di Oliver Stone e Pathfinder – La leggenda del guerriero vichingo) non avessero convinto granché; la regia impeccabile di Scorsese, che riesce in ogni momento ad assecondare perfettamente i risvolti narrativi, affascinando lo spettatore e accompagnandolo sapientemente per l’intera durata della pellicola.
Teso, coinvolgente e girato con la maestria che ormai da decenni contraddistingue il suo navigato regista, Shutter Island tuttavia, nonostante sia magnificamente confezionato e possa essere considerato senza riserve al livello dei lavori dell’ultimo Scorsese (da Gangs of New York in poi), non asseconda quella che probabilmente era la speranza di molti cinefili. Difatti, che il celebre cineasta italo-americano fosse in grado di trarre dall’avvincente romanzo di Lehane una pellicola ineccepibile sul piano della costruzione narrativa ed estremamente stimolante dal punto di vista figurativo e della messa in scena, lo si poteva anche dare per scontato. Ciò che con ogni evidenza manca al lavoro di Scorsese è proprio quel sottotesto allegorico di cui si parlava in riferimento a Shining e La notte dei morti viventi. Per quanto Todd McCarthy sia indiscutibilmente uno dei più rilevanti e rispettati critici statunitensi, la sua affermazione secondo la quale Shutter Island occuperebbe nella filmografia di Scorsese la medesima posizione ricoperta da Shining nell’opera di Kubrick, ci sembra palesemente esagerata e ben poco condivisibile. Anzi, una delle poche stonature che emergono dallo script del film, appare proprio legata a quello che sembra un incomprensibile tentativo, isolato e mai più ripreso nel prosieguo della narrazione, di rimandare al capolavoro di Kubrick: quando Teddy Daniels e il partner Chuck Aule entrano per la prima volta nell’edificio in cui dimora il dottor Cawley, questi li informa del fatto che la struttura, così come il padiglione C in cui sono internati i pazienti più pericolosi, è stata costruita all’epoca della guerra civile. L’assonanza con ciò che viene detto a Jack Nicholson all’inizio di Shining sull’Overlook Hotel, le cui fondamenta erano state erette su un villaggio indiano distrutto, non sembra casuale. Anche se l’affermazione del dottor Cawley, inserita un po’ pretestuosamente (almeno è questa l’impressione che abbiamo avuto dopo la prima visione), non si materializza in alcun modo come un invito a leggere la struttura profonda del film, nel caso di Shutter Island pressoché inesistente.

Ad ogni modo, Scorsese con questa sua ultima fatica ci regala senza dubbio un ottimo film di genere, in cui, come già si accennava in precedenza, elementi tipici del noir (il protagonista dal passato tormentato alle prese con un caso che lo mette a dura prova) e dell’horror (il penitenziario colmo di criminali psicopatici, l’ambientazione costantemente cupa e minacciosa) si fondono felicemente all’interno di un thriller coinvolgente e sostanzialmente privo di falle; il cui tallone d’Achille è, forse, quello di essere fin troppo prodigo in spiegazioni conclusive, non lasciando assolutamente nulla all’immaginazione dello spettatore. In ogni caso, è necessario sottolineare che tale scelta è in fondo totalmente coerente con la natura della pellicola, caratterizzata com’è da un forte legame con il tradizionale cinema di genere, tendenzialmente poco incline a finali aperti a più interpretazioni. Davvero molto interessante il personaggio offerto a Leonardo DiCaprio, sempre più attore feticcio di Scorsese (è ormai alla quarta collaborazione consecutiva) e qui alle prese con un tipo di ruolo che nella storia del cinema hollywoodiano raramente è stato ricoperto da una star di prima grandezza.

Articolo pubblicato nel numero 20 di Cinem'Art (Marzo-Aprile 2010)