A due anni dalla perentoria, alquanto inattesa nelle proporzioni, affermazione ai botteghini dell'assai controverso ma solido e potente American Sniper (547 milioni di dollari di incassi in tutto il mondo, di cui 350 nei soli Stati Uniti), Clint Eastwood sta per tornare nei cinema di tutto il mondo con Sully, il suo ultimo lavoro dietro la macchina da presa che vedrà Tom Hanks nei panni del protagonista. Sceneggiato da Todd Komarnicki, autore in precedenza dei copioni di due film non particolarmente riusciti (Resistance, 2003, di cui curò anche la regia; Perfect Stranger, 2007), il lungometraggio racconta la storia di Chesley Sullenberger, il pilota che il 15 gennaio del 2009 effettuò lo storico ammaraggio sul fiume Hudson, salvando le vite di 155 persone tra passeggeri e membri dell'equipaggio.
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lunedì 25 luglio 2016
sabato 24 settembre 2011
"J. Edgar" di Clint Eastwood: il trailer ufficiale
L'atteso nuovo film di Clint Eastwood, in uscita il 9 novembre negli Stati Uniti e da noi a gennaio in un giorno non ancora stabilito, racconterà la storia di J. Edgar Hoover, carismatico e celeberrimo direttore dell'FBI per quasi cinquant'anni (dal 1924 al 1972). Il controverso personaggio, uno dei più potenti e influenti della storia americana dello scorso secolo, è interpretato da Leonardo DiCaprio; del cast fanno parte anche Naomi Watts, Judi Dench e Josh Lucas. J. Edgar arriva a un solo anno di distanza dallo straordinario Hereafter, forse il film che negli ultimi due anni, con The Tree of Life di Terrence Malick, ha più stimolato un acceso e appassionato dibattito all'interno della comunità critica, tra entusiasti che hanno gridato al capolavoro e delusi che lo hanno considerato un notevole passo falso in bilico tra il kitsch e il melenso.
In attesa di vedere J. Edgar nelle sale italiane, eccovi il trailer ufficiale in lingua inglese:
martedì 31 maggio 2011
Buon compleanno, Clint
Oggi compie ottantadue anni Clint Eastwood, uno dei registi più importanti tuttora in attività sul piano internazionale. Negli ultimi trent'anni il cineasta californiano (San Francisco, 1930) ci ha regalato alcune delle opere più significative del nostro tempo, trovando con il passare degli anni una maturità e un'ispirazione davvero invidiabili e che saranno certamente di ispirazione per molti giovani colleghi. In questi giorni Eastwood sta lavorando alla post-produzione della sua ultima pellicola, quel J. Edgar in uscita negli Stati Uniti il prossimo Natale che racconterà la controversa storia del celebre J. Edgar Hoover (interpretato da DiCaprio), influente direttore dell'FBI dal 1935 al 1972, anno della morte.
L'infaticabile Clint, appena ultimati i lavori legati a questo bio-pic cui lavora ormai tre anni, si dedicherà al remake del noto musical È nata una stella, la cui protagonista sarà la cantante Beyoncé Knowles: non si può certo dire che il nostro, nonostante l'età, non ami ancora prendersi dei rischi.
lunedì 27 dicembre 2010
"Hereafter" di Clint Eastwood
Ho visto Hereafter allo scorso festival di Torino (26 novembre-4 dicembre). Con un ritardo di quasi un mese, che per un blogger corrisponde all’incirca a qualche anno luce, vi posto qualche riga a riguardo. Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 5 gennaio ed è sicuramente l’appuntamento cinematografico da non perdere a cavallo tra le festività. Per parlare brevemente dell’ultima fatica di Clint Eastwood, non si può che partire dalla componente emotiva. L’opera dell’ottantenne regista statunitense, senza dubbio uno dei cineasti più significativi dei nostri tempi, è in grado di sprigionare una energia emozionale come di rado il cinema sa fare. E la cosa ancor più interessante è che il buon Clint ottiene il risultato – come del resto ci ha ormai abituato da almeno un paio di decenni – con uno stile asciutto ed essenziale, che fa della sottrazione una scelta linguistica improrogabile. Morale.
Alcuni storceranno il naso per il modo in cui viene trattato il tema della morte (il convincente Matt Damon, uno dei protagonisti, è un sensitivo capace di mettere in contatto il mondo dei vivi con i morti a loro cari) e per il finale ben poco eastwoodiano. Eppure il film proprio nell’escamotage narrativo legato alla natura soprannaturale del personaggio interpretato da Damon trova una forza straordinaria, riuscendo con grazia a riflettere sulla morte e soprattutto sul rapporto con essa di coloro che restano. Scritto con maestria da uno dei migliori sceneggiatori in circolazione, il Peter Morgan di The Queen e Frost/Nixon che a Torino si è presentato con un’altra grande sceneggiatura (l’ottimo I due presidenti di Richard Loncraine, che ricostruisce i rapporti politici tra Clinton e Blair), Hereafter evita ogni tipo di retorica e molte situazioni che in mano ad altri registi o sceneggiatori avrebbero potuto sfociare nel melenso, quando non nel ridicolo, qui raggiungono potenti vette di liricità. Accolto in modo sostanzialmente freddo dalla critica americana, Hereafter forse non è il miglior film di Eastwood. Il più poetico, con ogni probabilità.
Alcuni storceranno il naso per il modo in cui viene trattato il tema della morte (il convincente Matt Damon, uno dei protagonisti, è un sensitivo capace di mettere in contatto il mondo dei vivi con i morti a loro cari) e per il finale ben poco eastwoodiano. Eppure il film proprio nell’escamotage narrativo legato alla natura soprannaturale del personaggio interpretato da Damon trova una forza straordinaria, riuscendo con grazia a riflettere sulla morte e soprattutto sul rapporto con essa di coloro che restano. Scritto con maestria da uno dei migliori sceneggiatori in circolazione, il Peter Morgan di The Queen e Frost/Nixon che a Torino si è presentato con un’altra grande sceneggiatura (l’ottimo I due presidenti di Richard Loncraine, che ricostruisce i rapporti politici tra Clinton e Blair), Hereafter evita ogni tipo di retorica e molte situazioni che in mano ad altri registi o sceneggiatori avrebbero potuto sfociare nel melenso, quando non nel ridicolo, qui raggiungono potenti vette di liricità. Accolto in modo sostanzialmente freddo dalla critica americana, Hereafter forse non è il miglior film di Eastwood. Il più poetico, con ogni probabilità.
venerdì 2 luglio 2010
Clint Eastwood: l'ultimo dei "classici", tra osservanza e rottura delle regole

Clint Eastwood (San Francisco, 1930) è uno dei più importanti cineasti viventi. Notevole punto di forza nell'arco della sua lunghissima carriera cinematografica, cominciata come attore e proseguita a partire dagli anni Settanta ancor più gloriosamente come regista (non perdendo mai la voglia di dirigersi e mettersi così doppiamente in gioco), è il suo essere stato sempre poco incline a mode e tendenze, fedele a un'idea di cinema vicina a quella di grandi classici quali Ford, Hawks o Anthony Mann. Ha seguito un affascinantissimo e del tutto personale percorso di crescita artistico-registico, passando quasi come un oggetto estraneo e anacronistico attraverso la New Hollywood e tutti gli sviluppi successivi dell'industria cinematografica a stelle e strisce. Non a caso, è stato da molti definito come “l'ultimo dei classici”: quando in America arrivavano gli echi della Nouvelle Vague, il buon Clint dirigeva film di genere che tutto sommato rispettavano i canoni del cinema classico tradizionale (da Brivido nella notte del 1971 a Il texano dagli occhi di ghiaccio del 1976); quando, tra gli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, il cinema hollywoodiano si orientava verso un tripudio di effetti speciali e la forma-tipo del blockbuster, ha partorito opere radicalmente démodé come Bronco Billy (1980), Honkytonk Man (1982), Il cavaliere pallido (1985), Bird (1988), Cacciatore bianco, cuore nero (1990), Gli spietati (1992). Spirito libero, ingiustamente riconosciuto dalla critica come un grandissimo solo in seguito alla metà degli anni ottanta, da Mystic River (2003) si è stabilizzato su standard elevatissimi, non sbagliando mai un film, come gli era successo in passato con gli scialbi Firefox (1982) e La recluta (1991).

Una delle peculiarità dell'Eastwood regista, sta nella capacità straordinaria di delineare storie solide che appassionano e catturano dal primo all'ultimo minuto, dando in ogni momento l'impressione di avere tutto il materiale diegetico ben sotto controllo. Questa sua indiscussa abilità è già visibile nell'interessante esordio dietro la macchina da presa: in Brivido nella notte, che si alimenta di una regia di stampo classico ma con diverse “aperture” (sequenza musicale di qualche minuto, come tributo al jazz, che ha molto marginalmente a che fare con la narrazione, uso della macchina a mano piuttosto marcato in determinati frangenti), lo spettatore si identifica fin da subito con il disc-jockey da lui stesso interpretato, la cui vita viene sconvolta da un'invasiva e disturbata ammiratrice. A tutto ciò, ovviamente, si lega a doppio filo la sua nota concezione dello stile e della regia: vale a dire il non essere legato ad una particolare pratica stilistica, in nome delle mutevoli esigenze narrative. Quando si incontra il cinema di un grande regista, si finisce praticamente sempre nell'imbattersi in questo tipo di discorso. Tale fondamentale tratto formale generalmente porta con sé, oltre alla compresenza di diverse modalità di ripresa all'interno di una stessa pellicola, anche l'interesse per la contaminazione dei generi — altro topos che accomuna tutti i cineasti di un certo rilievo. Il cinema di Eastwood è pieno di esempi del genere: la macchina a mano, cui si faceva riferimento poc'anzi in relazione agli “squarci” eastwoodiani all'interno di una struttura tradizionalmente classica, utilizzata in momenti particolarmente concitati viene ad esempio diverse volte abbinata ad atmosfere dark che rimandano all'immaginario horror (lo stesso Brivido nella notte, ma anche Lo straniero senza nome, 1973, e persino l'ultimo Changeling, 2008).

Insomma, un cineasta che sia degno di questo nome, proprio come ogni artista che si rispetti, è necessario che abbia nell'eclettismo una componente fondamentale della propria personalità artistica. Ed Eastwood da questo punto di vista certo non fa eccezione. Continuando brevemente il complessivo discorso stilistico-estetico, val la pena riferire sinteticamente della passione del regista ormai settantottenne per le soggettive, sempre particolarmente evocative, e per le semi-soggettive, inquadrature in cui la cinepresa è posizionata alle spalle o appena di fianco al personaggio che guarda. La semi-soggettiva sarà sempre presente in tutto il cinema eastwoodiano, pur essendo utilizzata in modo veramente sistematico solo nel trittico western che anticipa il capolavoro Gli Spietati (Lo straniero senza nome, Il texano dagli occhi di ghiaccio e Il cavaliere pallido).
La figura stilistica della soggettiva, invece, ci porta a parlare del dittico del 2006 costituito da Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, incentrato sulla cruenta battaglia consumatasi verso la fine del secondo conflitto mondiale nella piccola isola di Iwo Jima. Queste due pellicole, allo stesso tempo complementari e totalmente autonome (la visione di una non richiede necessariamente quella dell'altra), costituiscono insieme un'esperienza cinematografica fuori dal comune: in Flags of Our Fathers viene rappresentata la guerra dal punto di vista dei marines americani, in Lettere da Iwo Jima lo sguardo privilegiato è quello dei soldati nipponici. Nessun altro, perlomeno nell'ambito del cinema bellico statunitense, aveva mai fatto una cosa di questo tipo. Come scrive Alberto Pezzotta nel Castoro dedicato ad Eastwood, infatti, anche se già vi erano stati film che avevano come protagonisti soldati nazisti (I giovani leoni di Dmytryk del 1959, La croce di ferro di Peckinpah del 1977) o mettevano sullo stesso piano un nemico rispetto ad un americano (Duello nell'Atlantico di Dick Powell del 1957 o Duello nel Pacifico di Boorman del 1968), Lettere da Iwo Jima va ben oltre, essendo un “letterale controcampo di Flags of Our Fathers” che “mette in scena l'americano come nemico, rappresentandolo dall'esterno. (...) E ciò è tanto più audace in quanto alla differenza di fronte si aggiunge quella di cultura e di lingua”.
Il sincero sforzo, quasi da antropologo, di comprendere una cultura altra rispetto a quella d'appartenenza, per poi mettere in luce con forza ed un variabile grado di esplicitazione quell'indissolubile legame che ci unisce tutti in quanto esseri umani, fa forse di Lettere da Iwo Jima il lavoro concettualmente più significativo dell'intera opera eastwoodiana. Questo legame ci sembra sia sottolineato dal punto di vista stilistico, in entrambi i film, attraverso l'utilizzo di una soggettiva che è molto spesso legata a visioni di morte (in diversi casi l'oggetto dello sguardo in un'inquadratura soggettiva sono brandelli di corpo senza vita), come a sottolineare che l'identificazione dell'uomo di qualsivoglia razza o credo con la guerra non può che passare attraverso il lutto. Sia Flags of of Our Fathers che Lettere da Iwo Jima sono però anche, come il cinema di Eastwood tutto, un'amara riflessione sulla solitudine dei singoli individui, lasciati in balia di se stessi e per nulla tutelati dalle autorità che detengono il potere e che dovrebbero, almeno sulla carta, garantire protezione e giustizia.
Il sincero sforzo, quasi da antropologo, di comprendere una cultura altra rispetto a quella d'appartenenza, per poi mettere in luce con forza ed un variabile grado di esplicitazione quell'indissolubile legame che ci unisce tutti in quanto esseri umani, fa forse di Lettere da Iwo Jima il lavoro concettualmente più significativo dell'intera opera eastwoodiana. Questo legame ci sembra sia sottolineato dal punto di vista stilistico, in entrambi i film, attraverso l'utilizzo di una soggettiva che è molto spesso legata a visioni di morte (in diversi casi l'oggetto dello sguardo in un'inquadratura soggettiva sono brandelli di corpo senza vita), come a sottolineare che l'identificazione dell'uomo di qualsivoglia razza o credo con la guerra non può che passare attraverso il lutto. Sia Flags of of Our Fathers che Lettere da Iwo Jima sono però anche, come il cinema di Eastwood tutto, un'amara riflessione sulla solitudine dei singoli individui, lasciati in balia di se stessi e per nulla tutelati dalle autorità che detengono il potere e che dovrebbero, almeno sulla carta, garantire protezione e giustizia.

Questo tema si riconferma in modo evidente e con particolare forza espressiva in Changeling: la storia della strenua lotta di una madre che, nel tentativo di riabbracciare il proprio figlio rapito, si imbatte suo malgrado nella dilagante corruzione dell'intero dipartimento di polizia di Los Angeles, colpisce al cuore ed è sviluppata con la ormai celebre sapienza narrativa del regista californiano. Lo spettatore prova sulla propria pelle l'angoscia della tenace protagonista e la pellicola si rivela un dramma con insospettabili sfumature horror, che sono poi quelle niente affatto astratte della follia umana. Una breve sequenza è davvero molto interessante: la sorpresa del bimbo sostituito (da qui il titolo originale) viene anticipato di qualche secondo da un passaggio di montaggio deciso e poco fluido, quasi ad avvertire subliminalmente lo spettatore che a breve assisteremo a qualcosa che non quadra. Un altro dei piccoli “squarci” all'interno di quello stile asciutto e “classico” tipicamente eastwoodiano.
Articolo pubblicato nel numero 10 di Cinem'Art (Gennaio 2009)
domenica 11 aprile 2010
Invictus: Nelson Mandela visto da Clint
Il 2008 è stato per lui un annus mirabilis, con le uscite a pochi mesi di distanza di un potente e misurato dramma intimista (Changeling) e di un coinvolgente viaggio all’interno di un intenso percorso di crescita umano (Gran Torino, il suo ultimo lavoro d’attore con il quale ha sapientemente fatto i conti con il proprio passato: l’ispettore Callaghan). A questo punto, ci si sarebbe potuti aspettare una pausa di riflessione, anche perché nel decennio che sta per concludersi ha sinora firmato ben dieci pellicole ed è stato l’autore di alcuni dei film più significativi del periodo in questione: Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004), Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima (girati insieme, entrambi del 2006), oltre alle due opere del 2008 appena citate. Invece il buon vecchio Clint, classe 1930, si è subito rimboccato le maniche e ha deciso di gettarsi a capofitto su una storia che gli permettesse in qualche modo di continuare la strada intrapresa con Gran Torino. Se in quest’ultimo il protagonista Walt Kowalski, un anziano razzista, ruvido e reazionario reduce dalla guerra coreana, imparava ad apprezzare la comunità cinese che negli anni aveva popolato il suo quartiere, in Invictus la storia di Nelson Mandela e del Sudafrica nel periodo che va dal 1990 al 1995 (dalla scarcerazione alla storica vittoria della squadra sudafricana di rugby nella Coppa del Mondo) si fa toccante inno universale alla tolleranza e alla solidarietà. La particolare vicenda degli Springboks e della loro impresa – su cui Mandela con lungimiranza scommise per cercare a tutti i costi di ricucire le enormi lacerazioni nel tessuto politico, economico e sociale di un paese appena uscito dall’apartheid – nelle mani di Eastwood diviene dunque un mirabile ed efficace racconto di formazione di un popolo.

Ma per ora torniamo alla storia del film, così da poter poi affrontare brevemente anche l’inevitabile discorso sullo stile, al quale è impossibile sottrarsi avendo a che fare con Clint. Seguendo una linea-guida ispirata alla riconciliazione, ciò che Mandela volle fortemente evitare fin dall’inizio del suo mandato fu entrare nella spirale di un’aspra polarizzazione tra comunità bianca e nera, che avrebbe quasi certamente portato il Sudafrica alla guerra civile. Appena insediatosi, cercò in tutti i modi di tranquillizzare i bianchi che temevano ritorsioni, diffondendo forti messaggi di unità nazionale e cercando di dimostrare in tutti i modi la propria imparzialità. La frattura sociale era direttamente proporzionale a quella economica e il neo-leader, inizialmente incompreso da tutti i membri del governo e del proprio partito, vide nel rugby (sport amato dai bianchi e che aveva rappresentato per anni l’apartheid e la repressione dei neri) la grande possibilità di unificare il paese. Così, prima si batté affinché agli Springboks non venissero cambiati nome e colori sociali, come volevano in molti tra ministri e popolazione, poi riuscì nell’impresa di far divenire il rugby uno sport nazionale, amato da tutta la popolazione. L’insperata vittoria ai mondiali di una squadra qualificatasi alla manifestazione solo in quanto paese ospitante, costituì così il primo fondamentale passo verso l’effettiva unificazione del Sudafrica, riuscendo ad unire nella gioia tutti i 43 milioni di abitanti e facendoli sentire per la prima volta un popolo unito. Oltre ogni pregiudizio e incomprensione. Questa fu la grandezza di Nelson Mandela: comprendere a fondo che in qualche modo il rugby, nella situazione impervia in cui versava il paese, fosse da considerarsi una priorità. Solo in seguito ad una raggiunta unità, infatti, sarebbero state davvero possibili le necessarie riforme.
Nell’estrema semplicità della sequenza finale, che narra la storica vittoria degli Springboks sui temibili All Blacks neozelandesi alternando ruvide immagini dal campo a immagini che mostrano persone in luoghi disparati del Sudafrica mentre seguono con eguale passione la partita (per la prima volta sintonizzati su una stessa lunghezza d’onda emotiva), c’è tutto il cinema di Clint Eastwood. Un cinema capace di emozionare in modo trascinante con poche, scarne pennellate: in questo caso specifico attraverso un banale montaggio alternato. Eastwood negli anni ha fatto dell’essenzialità e della sottrazione un possente tratto poetico e la sua lezione, di questi tempi, è sempre più da tenere in considerazione. Si può ancora emozionare con semplicità e, come Eastwood sa fare da sempre, toccando con sapienza, tempestività e senso del ritmo le giuste corde emotive. Battendosi per l’essenzialità sul piano espressivo, ma rifuggendo a qualsiasi livello la semplificazione: alla costante ricerca della complessità delle sfumature e del chiaroscuro. Nonostante le straordinarie possibilità espressive del nuovo cinema in 3D di James Cameron (anche chi ama Eastwood e il minimalismo cinematografico ha il dovere di andare a vedere Avatar), sarebbe banale e imperdonabile dimenticarsi, oggi, delle altrettanto floride possibilità di quella bidimensionalità che sinora ha fatto grande la settima arte. Mentre concludiamo di scrivere questo articolo, questo cineasta californiano che per noi è senza dubbio uno dei più importanti cineasti viventi, come abbiamo già avuto modo di affermare in questa rubrica in occasione dell’uscita di Changeling, continua nella sua attività irrefrenabile. All’età di 80 anni, nel pieno della maturità artistica, sta girando Hereafter, incentrato sulla vita di tre persone – un operaio americano, un giornalista francese e uno studente londinese – toccate in differenti modi dalla morte e che viene definito dalle venature soprannaturali. Sembrerebbe la trama di un film a metà tra Iñarritu e Shyamalan. Ma invece è solo l’eclettico, inossidabile Clint.
Nell’estrema semplicità della sequenza finale, che narra la storica vittoria degli Springboks sui temibili All Blacks neozelandesi alternando ruvide immagini dal campo a immagini che mostrano persone in luoghi disparati del Sudafrica mentre seguono con eguale passione la partita (per la prima volta sintonizzati su una stessa lunghezza d’onda emotiva), c’è tutto il cinema di Clint Eastwood. Un cinema capace di emozionare in modo trascinante con poche, scarne pennellate: in questo caso specifico attraverso un banale montaggio alternato. Eastwood negli anni ha fatto dell’essenzialità e della sottrazione un possente tratto poetico e la sua lezione, di questi tempi, è sempre più da tenere in considerazione. Si può ancora emozionare con semplicità e, come Eastwood sa fare da sempre, toccando con sapienza, tempestività e senso del ritmo le giuste corde emotive. Battendosi per l’essenzialità sul piano espressivo, ma rifuggendo a qualsiasi livello la semplificazione: alla costante ricerca della complessità delle sfumature e del chiaroscuro. Nonostante le straordinarie possibilità espressive del nuovo cinema in 3D di James Cameron (anche chi ama Eastwood e il minimalismo cinematografico ha il dovere di andare a vedere Avatar), sarebbe banale e imperdonabile dimenticarsi, oggi, delle altrettanto floride possibilità di quella bidimensionalità che sinora ha fatto grande la settima arte. Mentre concludiamo di scrivere questo articolo, questo cineasta californiano che per noi è senza dubbio uno dei più importanti cineasti viventi, come abbiamo già avuto modo di affermare in questa rubrica in occasione dell’uscita di Changeling, continua nella sua attività irrefrenabile. All’età di 80 anni, nel pieno della maturità artistica, sta girando Hereafter, incentrato sulla vita di tre persone – un operaio americano, un giornalista francese e uno studente londinese – toccate in differenti modi dalla morte e che viene definito dalle venature soprannaturali. Sembrerebbe la trama di un film a metà tra Iñarritu e Shyamalan. Ma invece è solo l’eclettico, inossidabile Clint.
Articolo pubblicato nel numero 20 di Cinem'Art (Gennaio/Febbraio 2010)
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