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mercoledì 1 ottobre 2014

Annunciato il programma del Festival Internazionale del Film di Roma 2014: la grande sorpresa è "L'amore bugiardo - Gone Girl" di David Fincher


L'altro ieri è stato presentato il programma ufficiale della nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (16-25 ottobre). Oltre ai film sulla carta più interessanti tra quelli già svelati nelle precedenti settimane – Trash di Stephen Daldry, la serie televisiva The Knick diretta da Steven Soderbergh, Time out of Mind di Oren Moverman, Stoneheasrts Asylum di Brad Anderson, Black and White di Mike Binder e Kamisama no iutoori di Takashi Miike, cui verrà conferito il Maverick Director Award –, sono state diverse le gradite novità. 

martedì 6 marzo 2012

"21" di Robert Luketic


L’australiano Robert Luketic, regista de La rivincita delle bionde (2001), Quel mostro di suocera (2005) e La dura verità (2009), è specializzato in pellicole di intrattenimento (di solito commedie) frivole, prive di spessore e tendenzialmente dense di stereotipi. Nonostante la presenza di due attori del calibro di Kevin Spacey e Laurence Fishburne, 21 (2008) non fa certo eccezione.
Il riservato Ben Campbell (Jim Sturgess) è tra gli studenti più brillanti del M.I.T., una delle maggiori università al mondo nella ricerca tecnologica, ed ha come sogno nel cassetto quello di iscriversi, concluso il suo corso di studi, alla prestigiosa facoltà di medicina di Harvard. L’iscrizione è troppo onerosa per le sue modeste disponibilità economiche, ma gli si presenta un’occasione d’oro: un cinico professore universitario (Kevin Spacey) lo invita ad unirsi ad un gruppo di studenti da lui formato che, applicando un sofisticato sistema di conteggio delle carte, durante i fine settimana si trasferisce nei casinò di Las Vegas per vincere migliaia di dollari al tavolo del Blackjack. Qualcosa però inizierà ad andare storto.

giovedì 9 febbraio 2012

"Millennium - Uomini che odiano le donne" di David Fincher: la recensione


A poco più di due anni di distanza dalla versione scandinava di Niels Arden Oplev (Uomini che odiano le donne), arriva nei cinema italiani il nuovo adattamento cinematografico firmato da David Fincher del primo capitolo della fortunata saga letteraria di Stieg Larsson. Tre settimane fa vi avevo già scritto che sulla carta le atmosfere delle pagine dello scrittore svedese, scomparso anzitempo nel novembre del 2004, si adattavano perfettamente allo stile e alla poetica del regista di Seven, Fight Club, Zodiac e The Social Network (questi a mio avviso i suoi titoli più riusciti). Dopo la visione di Millennium - Uomini che odiano le donne, tutto ciò mi è risultato evidente nei fatti (o, per meglio dire, nelle immagini). L’unico handicap per lo spettatore europeo (che a differenza di quello americano conosce bene l’originale del 2009) è la vicinanza cronologica tra i due film. Va da sé che l’opera di Fincher non può far certo leva sui colpi di scena di cui si alimenta la storia con protagonisti il giornalista Mikael Blomkvist e l’hacker Lisbeth Salander, né tanto meno sulla suspense legata al procedere della loro appassionante attività investigativa. Il che naturalmente non è un problema di poco conto.

sabato 14 gennaio 2012

"Millennium - Uomini che odiano le donne" di David Fincher: i titoli di testa e un trailer di 8 minuti


Uscirà nelle nostre sale il prossimo 3 febbraio l'ultima fatica di David Fincher, tratta dal primo volume della trilogia best-seller di Stieg Larrson e remake del film del 2009 di Niels Arden Oplev che lanciò l'attrice svedese Noomi Rapace (ora impegnatissima ad Hollywood). Distribuita nei cinema statunitensi lo scorso 21 dicembre, la pellicola è molto attesa in quanto, alla intrigante trama del romanzo dello scrittore svedese deceduto nel 2004 all'età di 50 anni, è lecito aspettarsi che il regista di opere quali Seven (1995), Fight Club (1999), Zodiac (2007) e The Social Netework (2010) sia in grado di aggiungere quello stile e quella messa in scena raffinati e dal forte impatto emotivo che da sempre contraddistinguono il suo cinema.

domenica 30 ottobre 2011

"The Girl with the Dragon Tatoo" di David Fincher: il secondo trailer


Il nuovo trailer in lingua originale di The Girl with the Dragon Tatoo, online da poco più di un mese, dura il doppio (quasi quattro minuti) e non ha il ritmo estremo del primo trailer, che sfociava quasi nel subliminale per la velocità con la quale si succedevano le inquadrature. Da questa seconda versione si può avere una visione più chiara del lavoro di Fincher, che sembra contraddistinguersi per una suggestiva atmosfera dark, da sempre nelle corde del quarantanovenne cineasta statunitense (vedi in particolare il claustrofobico Alien 3, Seven, Fight Club e Zodiac, ma lo stesso meno riuscito Panic Room). The Girl with the Dragon Tatoo uscirà nelle sale nordamericane il 21 dicembre, appena prima delle vacanze natalizie, mentre in Italia dovremo aspettare il 27 gennaio, quando uscirà con il titolo Millenium: Uomini che odiano le donne.

giovedì 2 giugno 2011

Online il trailer ufficiale (e autorizzato) di "The Girl with the Dragon Tatoo" di David Fincher


Fino a qualche giorno fa circolava sul web il trailer non autorizzato del nuovo film di David Fincher, il remake di Uomini che odiano le donne (Niels Arden Oplev, 2009), adattamento cinematografico del noto best-seller di Stieg Larrson. Sembra che il trailer, che ha impazzato in rete a partire dallo scorso 28 maggio prima di essere definitivamente bloccato dalla Sony, sia stato ripreso da uno spettatore mentre veniva mostrato in anteprima in un cinema nordamericano a precedere la proiezione di Una notte da leoni 2. Dal momento che era stato ripreso di nascosto e quasi sicuramente con la videocamera di un cellulare, la qualità del trailer "rubato" era davvero scarsa. 
Dopo il deludente Il curioso caso di Benjamin Button e il solido ma tutto fuorché epocale (come alcuni critici entusiastici e frettolosi lo hanno etichettato) The Social Network, David Fincher riuscirà con The Girl with the Dragon Tatoo a tornare sui livelli di Seven, Fight Club e Zodiac? Non lo sapremo almeno fino al prossimo 21 dicembre, giorno di uscita della pellicola nella sale statunitensi (il 26 dicembre che trovate nel poster sopra fa riferimento all'uscita in Gran Bretagna). Intanto, cliccando qui sotto, potete guardare lo sfrenato trailer che la Sony da ieri ha ufficialmente reso disponibile online.

martedì 11 maggio 2010

Il curioso caso di Benjamin Button: se gli incubi incantano più dei sogni


Non ci sentiamo di ricorrere a mezzi termini o a una serie di giri di parole: l'ultimo, attesissimo, lavoro di David Fincher rappresenta un vero e proprio passo falso. Il curioso caso di Benjamin Button, pluricandidato agli Oscar 2009 con ben 13 nominations, è l'ambizioso racconto della vita di Benjamin Button (Brad Pitt), appunto, nato vecchio il giorno in cui ebbero fine le ostilità della Grande Guerra. La madre muore mettendolo alla luce e il padre, una volta resosi conto delle sue condizioni, decide di non tenerlo lasciandolo davanti ad un ospizio gestito da un uomo e da una donna di colore. Impietosita dal povero bimbo, solo e abbandonato nella fredda notte dell' 11 novembre 1918, la donna decide di prendersene cura. Un medico, vedendo questo neonato rugoso con la pelle, il tessuto muscolare e gli organi di un uomo con alle spalle un'intera esistenza, afferma che non c'è nulla da fare (“il corpo lo abbandona prima che cominci a vivere”). Ma piano piano, con il passare degli anni, le persone che vivono intorno a Benjamin si rendono conto che non è affatto destinato ad una morte prematura, bensì a vivere una vita esattamente al contrario rispetto a quella di tutti gli altri: giorno dopo giorno invece di invecchiare ringiovanisce, il tempo che passa cancella segni e rughe dal suo corpo piuttosto che depositarne. Durante il proprio eccentrico viaggio tra le cose, Benjamin incontrerà una serie di persone più o meno stravaganti, parteciperà a suo modo alla seconda guerra mondiale, si invaghirà di diverse donne e in particolare si innamorerà della bella Daisy Fuller (Cate Blanchett), che conosce da piccolo nella casa-ospizio e con cui si incontrerà più avanti in diverse occasioni, stringendo con lei una relazione molto intensa all'età di circa quarant'anni. Nel momento in cui, cioè, i due riusciranno a ritrovarsi a metà strada come fossero una normale coppia di innamorati.

La dimensione onirica e sognante domina chiaramente incontrastata nel film e Fincher ce lo sottolinea facendo un uso reiterato della dissolvenza incrociata. Nei suoi lavori precedenti il contesto di riferimento era sempre stato invece quello di una realtà nera, prepotentemente corposa e presente: l'universo metropolitano alienante, violento, invivibile e perennemente piovoso di Seven (1995), o la condizione di totale spaesamento, in Fight Club (1999), di diversi trentenni americani, insoddisfatti della propria vita apatica e monotona, che si riuniscono per combattere tra di loro a mani nude nel disperato tentativo di provare qualcosa, di sentirsi vivi all'interno di un universo consumistico soffocante e reprimente. Per non parlare di quel claustrofobico e orrorifico Kammerspiel – intendendo con il termine tedesco un qualsiasi racconto girato esclusivamente, o molto prevalentemente, in interni – che è Alien 3 (1992), l'esordio cinematografico di un Fincher trentenne con alle spalle già un'invidiabile carriera nel videoclip e nella pubblicità.

In Button invece gli esterni prevalgono decisamente sugli interni, l'oniricità e la fantasia su una cupezza, un nichilismo e un disincanto pressoché titanici. Il problema di questo film comunque non è certo l'essere completamente (o quasi) estraneo alla poetica che negli anni il suo cineasta aveva con coerenza tratteggiato; anzi, l'eclettismo e la capacità di mettersi in gioco rischiando tutto pur di cercare nuove vie ed inediti approcci dovrebbe essere considerato un pregio e non certo un limite per un autore. Purché però il tocco dell'autore in questione rimanga in qualche modo riconoscibile (come accadeva ad esempio in Zodiac, 2007): Button invece, anche sotto l'aspetto stilistico, sembra il film di qualcun altro e, ancor peggio, si rivela una pellicola mal riuscita nel suo complesso, sostanzialmente fredda, patinata e priva di sussulti. Deficitaria proprio in quelle che erano solitamente le carte vincenti di Fincher: ritmo incalzante, movimenti avvolgenti e trascinanti della macchina da presa atti a portare lo spettatore nel cuore dell'azione (valga per tutti il solo esempio dell'impeccabile sequenza finale di Seven, una sorta di perfetta bomba ad orologeria). Il regista appare in questo contesto davvero spaesato, come un pesce fuor d'acqua, non riuscendo mai a dare forza alle proprie immagini, risultando decisamente poco ispirato nella costruzione della messa in scena e non essendo in grado di creare neanche una sequenza di particolare interesse. La mancanza di incisività della regia rispecchia perfettamente quella della pellicola: e il film, pur scorrendo piuttosto velocemente e senza particolari intoppi, nonostante la durata di due ore e quaranta minuti circa, affronta temi elevati quali la vita, la morte e l'amore con un approccio eccessivamente semplicistico e platealmente didascalico. A tal proposito è particolarmente esemplare l'epilogo, dal carattere decisamente artificioso, sulla necessità di vedere il mondo, di conoscere le culture differenti e di ascoltare le voci più distanti dalle proprie per arricchirsi e cercare di vivere la vita nella sua pienezza. Oppure, si pensi alla sequenza in cui vengono ripercorse in modo rigido e schematico la serie di circostanze che porta all'incidente di cui è protagonista Daisy Fuller, nel frattempo divenuta una ballerina di caratura internazionale, il cui cognome è un chiaro omaggio a Loïe Fuller, una delle più grandi esponenti della balletto moderno americano. Considerando questi ultimi aspetti, è doveroso soffermarsi sulla decisiva complicità del pur esperto e valido sceneggiatore Eric Roth (Forrest Gump, Munich, Alì, Insider), il quale indugia su un'edulcorata e zuccherosa visione del mondo (la frase “non sai mai cosa c'è in serbo per te” riecheggia più volte in modo piuttosto irritante, suonando falsa) e su una serie di metafore troppo scontate e meccanicamente reiterate per emozionare davvero (si pensi al colibrì e al suo velocissimo battito di ali come simbolo della vita e delle sue infinite possibilità). I migliori film di Fincher – Zodiac, Fight Club e Seven – partivano sempre da script buoni e Button soffre moltissimo la scontatezza e la poca profondità della sceneggiatura di Roth, trovando invece in un cast di ottimo livello un notevole, forse l'unico, punto di forza.

Restano da capire le motivazioni della partecipazione di Fincher a questo progetto. Se l'obiettivo era quello di cambiare registro e lasciare il segno anche in una favola alla Forrest Gump, ci sembra che il tentativo sia clamorosamente fallito: Button infatti non ha neanche lontanamente la forza espressiva, l'ispirazione, la vitalità, la genuina ironia della pellicola di Zemeckis. Se quello del cineasta di Fight Club voleva essere invece un tentativo di dimostrare la propria capacità di limitare il proprio affascinante virtuosismo, in passato più di qualche volta eccessivo e slegato da una solida giustificazione sul piano diegetico, bisogna dire che non se ne sentiva il bisogno dopo la grande prova di maturità stilistica mostrata in Zodiac. A meno che il suo ultimo film non sia stato il necessario debito da saldare per il credito ricevuto poco meno di due anni fa dalla Paramount, che accettò di finanziare con ben 65 milioni di dollari un film totalmente antispettacolare che andava in una direzione opposta a quella di Seven. E che rappresenta tuttora il momento più alto della carriera di Fincher.

Pubblicato nel numero 12 di Cinem'Art (Marzo 2009)