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giovedì 18 settembre 2014

"Lei" di Spike Jonze e l’umanesimo ai tempi dell’intelligenza artificiale


Alle origini di Lei: I’m Here e Mourir auprès de toi

L’idea alla base di Lei deve essere maturata in Spike Jonze nel corso degli ultimi anni, come naturale conseguenza del percorso recentemente intrapreso con la realizzazione di due cortometraggi poco noti, assai diversi tra loro per minutaggio, stile e ambizione, ma connessi sul piano tematico: I’m Here (2010) e Mourir auprès de toi (2011), quest’ultimo diretto con Simon Cahn, regista francese perlopiù di video pubblicitari e musicali.
I’m Here è ambientato a Los Angeles in un futuro prossimo che ha tutte le caratteristiche del nostro tempo, a eccezione del fatto che esseri umani e robot condividono lo stesso spazio metropolitano.

giovedì 29 dicembre 2011

"Beginners" di Mike Mills: la recensione


Di Beginners avevo già scritto qualche riga lo scorso giugno, proponendovi il bellissimo trailer originale, di per sé già un gioiellino. Presentata con successo di critica al festival di Toronto del 2010 e uscita sei mesi fa nei cinema statunitensi, questa bizzarra commedia malinconica, ironica e romantica inizialmente sarebbe dovuta essere distribuita nei nostri cinema a partire dal 9 dicembre. Sfortunatamente, invece, è stato in seguito deciso di renderla disponibile qualche giorno prima (il 6 dicembre) ma direttamente sul mercato home video, senza farla passare prima per il tradizionale circuito delle sale. Davvero un peccato, visto che siamo senza ombra di dubbio di fronte ad uno dei migliori film dell’anno, entrato con pieno merito nella top ten di molti accorti critici statunitensi.

domenica 26 dicembre 2010

Due parole sulla scena finale di Magnolia per augurarvi buone feste


Jim e Claudia, due dei numerosi personaggi che abitano il mondo di Magnolia, si sono trovati da poco. Lei ha un passato travagliato che le condiziona pesantemente il presente. Lui è un poliziotto sensibile, introspettivo e con un matrimonio alle spalle che non ha funzionato. Si incontrano per caso. 
La paura di mettersi in gioco innamorandosi porta Claudia a scappare dal ristorante in cui si sono dati il loro primo appuntamento. La frase che dice a Jim prima di andarsene è particolarmente significativa ed è ripresa dal verso di apertura della canzone di Aimee Mann Deathly: "Ora che ci siamo incontrati, hai nulla in contrario se non ci vediamo mai più?". Alla fine del film Jim deciderà di andare a parlare con Claudia. E questo è il modo poetico con cui Paul Thomas Anderson conclude la traiettoria narrativa dei due e al contempo il film tutto.


Forse per Claudia e Jim comincerà una nuova vita. Ed è proprio da qui, dalle possibilità redentrici dell'amore, che Anderson partirà per il suo successivo film Ubriaco d'amore, una delle love story cinematografiche più inventive ed anticonvenzionali degli ultimi due decenni
Da notare, in questi due straordinari minuti che chiudono Magnoliail fondamentale uso della colonna sonora, così importante per il regista tanto da arrivare a sovrastare le parole di Jim, udibili con difficoltà e solo in alcuni momenti (nel video di Youtube qui sopra avete a disposizione i sottotitoli). 
Lo stile minimalista adottato da Anderson, con la macchina da presa che si avvicina lentamente al volto di Claudia, dà ulteriore forza alla canzone Save Me di Aimee Mann, i cui versi rappresentano con evidenza lo stato soggettivo del personaggio femminile inquadrato. Non a caso, Jim si vede solo di spalle: il fulcro della scena è l'evoluzione finale di Claudia.
Uno dei tanti momenti indimenticabili di Magnolia, una lezione di regia e di costruzione drammaturgica.

Buone feste ai lettori fedeli e occasionali di Cinemagnolie


sabato 8 maggio 2010

L'infinita letizia di una mente candida: l'estetica del sogno nel cinema di Michel Gondry


Dopo lo spazio dedicato al cinema dei due Anderson, di Michael Mann, Kathryn Bigelow e Clint Eastwood, continuiamo idealmente il nostro viaggio nel grande cinema americano contemporaneo occupandoci del quarantacinquenne Michel Gondry, il cineasta francese che da anni lavora negli Stati Uniti con una certa continuità e del quale è recentemente uscito Be Kind Rewind (2008). Stimato regista di pubblicità televisive e videoclip, esordisce nella settima arte con il bizzarro lungometraggio Human Nature (2001), a cui seguono il sublime Eternal Sunshine of a Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello, 2004) e il poeticamente eccentrico L’Arte del Sogno (2006). Nel 2005 dirige Block Party (inedito in Italia), una sorta di documentario musicale che alterna interventi del comico Dave Chappelle a performance di grandi personalità dell’hip-pop americano. A maggio del 2008 è stato presentato a Cannes Tokio!, un film composto da tre episodi ispirati alla metropoli nipponica a cui ha partecipato con Interior Design.
Human Nature, scritto da Charlie Kaufman, è una commedia molto divertente che ragiona beffardamente, e in maniera non banale, sulla indissolubile conflittualità tra civiltà e impulsi istintivi presente negli esseri umani. Interpretato da Patricia Acquette e Tim Robbins, uno scienziato un po’ fuori di testa ossessionato dall’idea di insegnare le buone maniere ai topi, è un lavoro ironico e piacevole, ma che non raggiunge la profondità e la maturità delle opere del 2004 e del 2006.
Tanto Eternal Sunshine quanto L’Arte del Sogno si concentrano sulla dimensione mentale dei rispettivi protagonisti ed al centro di entrambi c’è una storia d’amore. Così come in ambedue vi è uno sfondo piuttosto esplicito di malinconia e tristezza, ma anche un barlume di speranza (spesso affidato alla soggettività dello spettatore). Se il primo è una delle più intense, poetiche e commoventi rappresentazioni cinematografiche del rapporto di coppia, il secondo è un appassionato e seducente inno al potenziale immaginifico e creativo della mente umana: una straordinaria dichiarazione d’amore alle sue affascinanti, misteriose ed infinite (a volte anche crudeli) possibilità.
Eternal Sunshine deve molta della sua efficacia e della sua originalità alla particolare tessitura narrativa dettata dallo straordinario script, che ha giustamente fruttato a Kaufman l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. È solo attraverso il geniale escamotage legato alla possibilità di cancellare la memoria di una persona dalla propria mente, infatti, che il film riesce a presentare, andando avanti e indietro nel tempo (o meglio, nelle memorie del protagonista), i momenti più significativi del rapporto tra Joel e Clementine, interpretati in modo superbo da Jim Carrey e Kate Winslet. E soprattutto è grazie a questa trovata che è stato possibile mettere in scena una delle sequenze più toccanti della pellicola: i due, dopo aver ascoltato le rispettive audiocassette (registrate poco prima di cancellarsi l’un l’altro dalla memoria) in cui descrivono il partner in modo feroce, scoprono di essere già stati insieme in precedenza e, pur essendosi da poco conosciuti per la seconda volta, sono già nelle condizioni di sapere tutto ciò che detestano dell’altro e che molto probabilmente contribuirà ancora a creare difficoltà nel loro rapporto. In ogni caso, decidono di riprovarci. Come andrà a finire la loro storia? La maggiore consapevolezza li renderà più forti o continueranno inesorabilmente a fare gli stessi errori, come sembrano suggerire le ultimissime immagini del film, che mostrano un istante ripetuto per ben tre volte della corsa di Joel e Clementine su una spiaggia innevata?


Il finale è sospeso ed aperto a ogni interpretazione, così come lo sarà quello de L’Arte del Sogno. Eternal Sunshine raggiunge vette di liricità proprie della grande opera d’arte e Gondry (autore del soggetto insieme a Kaufman e Pierre Bismuth) mette in gioco la sua straordinaria abilità nel tradurre tutto ciò in immagini di una bellezza ammaliante e in trovate estetiche “povere” e geniali, spesso legate ad un evidente e funzionale – dal momento che si vuole mettere in scena la “materia dei sogni” – spirito fanciullesco. Caratteristiche estetiche che saranno tutte riconfermate nel film successivo e che potremmo azzardare rappresentino per ora il segno principale dell’autorialità di Gondry.

Con L’arte del Sogno, il cineasta di Versailles si cimenta per la prima volta anche nella scrittura per il cinema. Siamo lontani dai tortuosi meccanismi narrativi di Eternal Sunshine e l’azione è fondamentalmente lineare, pur passando continuamente dalla dimensione del sogno a quella della realtà, fino alla impossibilità di determinatezza di entrambe. In molti hanno detto e scritto che L’Arte del Sogno, rispetto a Eternal Sunshine, sarebbe meno solido e convincente per quanto concerne la struttura narrativa. Mereghetti, interpretando il pensiero dei più, etichetta il film sul suo celebre dizionario, pur apprezzandolo, come “più personale ma meno compatto”. Sul “più personale” non ci sono dubbi: Stéphane Miroux è evidentemente un alter-ego del cineasta francese, e la palese passione con la quale viene tratteggiata la bizzarra figura del devoto e goffo sognatore (che desidererebbe fare come professione l’inventore) sta proprio lì a dimostrarlo. È sul “meno compatto”, però, che non siamo affatto d’accordo con il critico cinematografico milanese. L’Arte del Sogno, a nostro avviso, risulta strettamente unito in tutte le sue parti e, in ultima analisi, profondamente coerente. Il punto di vista che presenta l’opera è quello di Stéphane e la forma cinematografica ovviamente ne risente, anzi è modellata di conseguenza. L’obiettivo di Gondry è quello di far provare allo spettatore l’esperienza quotidiana del protagonista, il quale fin da piccolo è stato soggetto a frequenti episodi di inversione tra sogno e realtà. È del tutto necessario, quindi, che la condizione del fruitore della pellicola, con lo scorrere dei minuti, divenga sempre più chiaramente omologa a quella di Stéphane, la cui vita è fortemente condizionata da quello che è in tutto e per tutto un disturbo psichico. Non ci è dato mai sapere con certezza, fino in fondo, quali dei fatti che appaiono sullo schermo possano essere effettivamente considerati “reali”. Moltissime sequenze del film, anche quelle che apparentemente potremmo più facilmente associare alla vera vita di Stéphane, presentano dei tratti e degli aspetti onirici e surreali più o meno espliciti. Ecco dunque che i confini tra realtà e irrealtà, fatti e sogni, tendono a essere sempre più sottili, imprecisi e indefiniti. Fino alla significativa sequenza finale (chiaramente onirica), in cui Stéphane e Stéphanie, la ragazza di cui è innamorato, raggiungono con un cavallo di stoffa una barca di tessuto e si dirigono con essa verso il mare aperto, fatto di cellophane. L’Arte del Sogno riesce a restituire in maniera poetica, attraverso il linguaggio delle immagini, la magia e la forza ora redentrice ora manipolatrice dei flussi chimici del nostro cervello e degli incredibili ed innumerevoli mondi “virtuali” ad essi collegati. La pellicola è, come ogni lavoro di Gondry, anche un’esperienza visiva di altissimo livello, impeccabile dal punto di vista estetico e che riesce a sfruttare in modo eccellente la povertà dei mezzi a disposizione, utilizzando abilmente le svariate creazioni di stoffa e feltro dell’artista Lauri Faggioni e ricorrendo ad effetti speciali artigianali per animarle.


Con la sfera del sogno ha a che fare anche Be Kind Rewind, lungometraggio commovente e surreale, orgogliosamente per cinéphiles, intriso di amore per la settima arte dal primo all’ultimo fotogramma. Narrando la storia di due amici (interpretati da Jack Black e Mos Def) che rigirano amatorialmente i film smagnetizzatisi della videoteca dove lavora uno di loro, Gondry si mette completamente a nudo e dà libero sfogo alla propria inventiva per dare forma al suo irrefrenabile e appassionato desiderio di immagini in movimento. Cinema che sogna, sogni di celluloide: Michel Gondry è il regista che più di ogni altro è affascinato dal mettere in evidenza le potenzialità ontologicamente oniriche del mezzo cinematografico, il linguaggio artistico per sua stessa natura più vicino a quello dei sogni e della mente umana. All’insegna del motto Eternal Sunshine of a Spotless Mind, appunto: l’infinita letizia di una mente candida.


Pubblicato nel numero 5 di Cinem’Art (Giugno 2008)