Dopo il successo della serata di ieri, con la proiezione di alcuni dei corti vincitori delle precedenti nove edizioni, stasera il Festival Pontino del Cortometraggio proporrà una seconda selezione dei corti premiati negli scorsi anni, impreziosita dalla presenza di un ospite davvero speciale: il pubblico del Teatro Moderno di Latina avrà infatti la possibilità di incontrare il modellatore 3D Stefano Dubay, che racconterà la sua esperienza di scultore digitale per alcuni dei più importanti studi hollywoodiani.
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domenica 2 novembre 2014
giovedì 28 marzo 2013
"The We and the I" di Michel Gondry: il trailer
Dopo essere stato presentato alla 65a edizione del Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réaliseateurs, nel corso di questo mese l'ultimo film di Michel Gondry sta uscendo in alcuni cinema statunitensi dei grandi centri urbani (New York, Los Angeles, Philadelphia, San Francisco, Seattle e Portland) seguendo il tradizionale percorso della limited release destinato ai film indipendenti.
The We and the I narra le storie di alcuni adolescenti che, consumato l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive, si ritrovano sullo stesso autobus che li riporterà a casa attraversando le vie del Bronx. Durante questo viaggio condiviso, ci viene mostrata l'evoluzione dei rapporti interpersonali tra i compagni di scuola.
giovedì 29 dicembre 2011
"Beginners" di Mike Mills: la recensione
Di Beginners avevo già scritto qualche riga lo scorso giugno, proponendovi il bellissimo trailer originale, di per sé già un gioiellino. Presentata con successo di critica al festival di Toronto del 2010 e uscita sei mesi fa nei cinema statunitensi, questa bizzarra commedia malinconica, ironica e romantica inizialmente sarebbe dovuta essere distribuita nei nostri cinema a partire dal 9 dicembre. Sfortunatamente, invece, è stato in seguito deciso di renderla disponibile qualche giorno prima (il 6 dicembre) ma direttamente sul mercato home video, senza farla passare prima per il tradizionale circuito delle sale. Davvero un peccato, visto che siamo senza ombra di dubbio di fronte ad uno dei migliori film dell’anno, entrato con pieno merito nella top ten di molti accorti critici statunitensi.
sabato 24 dicembre 2011
Michel Gondry e il "Taxi Driver" casereccio (per augurarvi Buone Feste)
Michel Gondry sembra aver deciso di continuare l'opera di Jerry (Jack Black) e Mike (Mos Def), i due protagonisti dell'inventivo, affascinante e metacinematografico Be Kind Rewind (2008). Il quarantottenne cineasta francese si è infatti di recente anch'egli dedicato alla produzione "maroccata" di un film celebre: qualche giorno fa è apparso su youtube il suo personale rifacimento amatoriale fatto in casa di Taxi Driver (1976), il capolavoro di Martin Scorsese magistralmente interpretato da Robert De Niro che fu Palma d'oro a Cannes.
In poco più di due minuti e mezzo c'è un po' di tutto: tra le altre cose, una sequenza iniziale in macchina con retroproiezioni caserecce fatte con foto tenute a mano, piccole matite colorate al posto di proiettili, la celebre sequenza dello specchio rimessa in scena con tanto di operatore che si vede riflesso in modo riconoscibile e un suggestivo rifacimento, molto particolare, della sequenza finale del massacro. Il tutto con un inedito Gondry nei panni di Travis Bickle.
Proponendovi questa breve chiccha per cinefili amanti dell'estetica "povera" di Michel Gondry (che trovate subito qui sotto), vi auguro Buone Feste e un felice Natale.
domenica 30 gennaio 2011
"The Green Hornet" di Michel Gondry
Era senza dubbio uno dei film più attesi dell’inizio di questo nuovo anno, The Green Hornet. La curiosità circa l’apporto che Michel Gondry, fra i cineasti più visionari degli ultimi anni, avrebbe potuto dare alla causa di un blockbuster in 3D da 120 milioni di dollari dedicato al prototipo dei supereroi mascherati transmediali, nato nel 1936 per la radio e poi sviluppatosi nelle successive decadi tra televisione, cinema e fumetto, era infatti davvero molta.
Costato poco meno del triplo di tutta la precedente filmografia di Gondry, The Green Hornet racconta la storia del fannullone Britt (Seth Rogen), unico figlio del magnate James Reid che alla morte del padre eredita l’imponente impero mediatico familiare. Incompetente e completamente inadeguato al prestigioso ruolo che si ritrova improvvisamente a ricoprire, il nostro con l’aiuto del misterioso Kato, ex meccanico personale del padre dalle molteplici e insospettabili abilità, diventa una sorta di supereroe sfigato e incapace, mosso dalla voglia di divertirsi combinando guai più che da solidi principi etico-morali.
Coadiuvato dalla sceneggiatura firmata dalla coppia formata da Seth Rogen e Evan Goldberg (la stessa degli scripts di Suxbad e Strafumati), Gondry va forse nell’unica direzione che gli era possibile percorrere in questo particolare contesto. Decide di non prendersi affatto sul serio: gioca con gli stereotipi del classico superhero-movie dilettandosi nel ribaltarli costantemente e spingendo con forza sul registro parodistico. Gondry è pur sempre Gondry, insomma, e non avrebbe certo potuto portare avanti un’operazione alla Nolan. Il risultato complessivo è un film divertente, a tratti persino esilarante, che scorre piacevolmente senza avere alcuna caduta di ritmo per le sue due ore di durata. Tra una serie di riusciti passaggi comici, è d’obbligo citare perlomeno la spassosissima sequenza di apertura che vede protagonisti il boss della malavita losangelina Benjamin Chudnofsky (l’irresistibile Cristoph Waltz nei panni del personaggio di gran lunga più interessante del film) e l’irrispettoso neocriminale James Franco.
Del Gondry cui eravamo abituati non c’è però quasi traccia, anche se il suo personale tocco si palesa felicemente in qualche momento particolarmente inventivo (la sequenza degli split-screens che si generano l’uno dall’altro o l’animazione che verso la fine del film mostra il ragionamento in progress di Britt Reid/Seth Rogen) e nel ricorso alle musiche rock dei Rolling Stones, dei White Stripes o di Johnny Cash. È inutile negare, ad ogni modo, che da un ingegnoso sperimentatore come il cineasta transalpino, anche in un ambito squisitamente commerciale come questo, era lecito aspettarsi molto di più sul piano visivo. Chi sperava in una messa in scena fantasiosa che desse nuova linfa all’estetica tipica del film di supereroi rimarrà deluso. E anche parecchio.
Altra nota dolente riguarda poi l’uso del 3D, molto scolastico e che non aggiunge praticamente nulla alle possibilità espressive di The Green Hornet. Da questo punto di vista, l’immersivo e visivamente affascinante Tron: Legacy (uscito lo scorso 29 dicembre) appartiene davvero ad un’altra categoria. La sensazione è che Gondry sia rimasto intrappolato nelle strette maglie del più classico dei film su commissione senza trovare la giusta via per imporre il proprio sguardo autoriale. Ammesso che abbia realmente sentito l’esigenza di farlo.
A questo punto non resta che augurarsi che grazie a questo frivolo divertissement, poco più che un atipico, frizzante pop-corn movie privo di qualsivoglia pretesa artistica, il regista di Versailles riesca nell’immediato futuro ad avere carta bianca per progetti personali che siano in continuità con la propria immaginifica poetica estetica. Anche se, a ben vedere, il finora modesto risultato al botteghino statunitense (70 milioni di dollari a 15 giorni dall’uscita) potrebbe non fargli conquistare un credito di rilievo all’interno del sistema degli Studios.
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sabato 8 maggio 2010
L'infinita letizia di una mente candida: l'estetica del sogno nel cinema di Michel Gondry

Dopo lo spazio dedicato al cinema dei due Anderson, di Michael Mann, Kathryn Bigelow e Clint Eastwood, continuiamo idealmente il nostro viaggio nel grande cinema americano contemporaneo occupandoci del quarantacinquenne Michel Gondry, il cineasta francese che da anni lavora negli Stati Uniti con una certa continuità e del quale è recentemente uscito Be Kind Rewind (2008). Stimato regista di pubblicità televisive e videoclip, esordisce nella settima arte con il bizzarro lungometraggio Human Nature (2001), a cui seguono il sublime Eternal Sunshine of a Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello, 2004) e il poeticamente eccentrico L’Arte del Sogno (2006). Nel 2005 dirige Block Party (inedito in Italia), una sorta di documentario musicale che alterna interventi del comico Dave Chappelle a performance di grandi personalità dell’hip-pop americano. A maggio del 2008 è stato presentato a Cannes Tokio!, un film composto da tre episodi ispirati alla metropoli nipponica a cui ha partecipato con Interior Design.
Human Nature, scritto da Charlie Kaufman, è una commedia molto divertente che ragiona beffardamente, e in maniera non banale, sulla indissolubile conflittualità tra civiltà e impulsi istintivi presente negli esseri umani. Interpretato da Patricia Acquette e Tim Robbins, uno scienziato un po’ fuori di testa ossessionato dall’idea di insegnare le buone maniere ai topi, è un lavoro ironico e piacevole, ma che non raggiunge la profondità e la maturità delle opere del 2004 e del 2006.
Tanto Eternal Sunshine quanto L’Arte del Sogno si concentrano sulla dimensione mentale dei rispettivi protagonisti ed al centro di entrambi c’è una storia d’amore. Così come in ambedue vi è uno sfondo piuttosto esplicito di malinconia e tristezza, ma anche un barlume di speranza (spesso affidato alla soggettività dello spettatore). Se il primo è una delle più intense, poetiche e commoventi rappresentazioni cinematografiche del rapporto di coppia, il secondo è un appassionato e seducente inno al potenziale immaginifico e creativo della mente umana: una straordinaria dichiarazione d’amore alle sue affascinanti, misteriose ed infinite (a volte anche crudeli) possibilità.
Eternal Sunshine deve molta della sua efficacia e della sua originalità alla particolare tessitura narrativa dettata dallo straordinario script, che ha giustamente fruttato a Kaufman l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. È solo attraverso il geniale escamotage legato alla possibilità di cancellare la memoria di una persona dalla propria mente, infatti, che il film riesce a presentare, andando avanti e indietro nel tempo (o meglio, nelle memorie del protagonista), i momenti più significativi del rapporto tra Joel e Clementine, interpretati in modo superbo da Jim Carrey e Kate Winslet. E soprattutto è grazie a questa trovata che è stato possibile mettere in scena una delle sequenze più toccanti della pellicola: i due, dopo aver ascoltato le rispettive audiocassette (registrate poco prima di cancellarsi l’un l’altro dalla memoria) in cui descrivono il partner in modo feroce, scoprono di essere già stati insieme in precedenza e, pur essendosi da poco conosciuti per la seconda volta, sono già nelle condizioni di sapere tutto ciò che detestano dell’altro e che molto probabilmente contribuirà ancora a creare difficoltà nel loro rapporto. In ogni caso, decidono di riprovarci. Come andrà a finire la loro storia? La maggiore consapevolezza li renderà più forti o continueranno inesorabilmente a fare gli stessi errori, come sembrano suggerire le ultimissime immagini del film, che mostrano un istante ripetuto per ben tre volte della corsa di Joel e Clementine su una spiaggia innevata?

Il finale è sospeso ed aperto a ogni interpretazione, così come lo sarà quello de L’Arte del Sogno. Eternal Sunshine raggiunge vette di liricità proprie della grande opera d’arte e Gondry (autore del soggetto insieme a Kaufman e Pierre Bismuth) mette in gioco la sua straordinaria abilità nel tradurre tutto ciò in immagini di una bellezza ammaliante e in trovate estetiche “povere” e geniali, spesso legate ad un evidente e funzionale – dal momento che si vuole mettere in scena la “materia dei sogni” – spirito fanciullesco. Caratteristiche estetiche che saranno tutte riconfermate nel film successivo e che potremmo azzardare rappresentino per ora il segno principale dell’autorialità di Gondry.
Con L’arte del Sogno, il cineasta di Versailles si cimenta per la prima volta anche nella scrittura per il cinema. Siamo lontani dai tortuosi meccanismi narrativi di Eternal Sunshine e l’azione è fondamentalmente lineare, pur passando continuamente dalla dimensione del sogno a quella della realtà, fino alla impossibilità di determinatezza di entrambe. In molti hanno detto e scritto che L’Arte del Sogno, rispetto a Eternal Sunshine, sarebbe meno solido e convincente per quanto concerne la struttura narrativa. Mereghetti, interpretando il pensiero dei più, etichetta il film sul suo celebre dizionario, pur apprezzandolo, come “più personale ma meno compatto”. Sul “più personale” non ci sono dubbi: Stéphane Miroux è evidentemente un alter-ego del cineasta francese, e la palese passione con la quale viene tratteggiata la bizzarra figura del devoto e goffo sognatore (che desidererebbe fare come professione l’inventore) sta proprio lì a dimostrarlo. È sul “meno compatto”, però, che non siamo affatto d’accordo con il critico cinematografico milanese. L’Arte del Sogno, a nostro avviso, risulta strettamente unito in tutte le sue parti e, in ultima analisi, profondamente coerente. Il punto di vista che presenta l’opera è quello di Stéphane e la forma cinematografica ovviamente ne risente, anzi è modellata di conseguenza. L’obiettivo di Gondry è quello di far provare allo spettatore l’esperienza quotidiana del protagonista, il quale fin da piccolo è stato soggetto a frequenti episodi di inversione tra sogno e realtà. È del tutto necessario, quindi, che la condizione del fruitore della pellicola, con lo scorrere dei minuti, divenga sempre più chiaramente omologa a quella di Stéphane, la cui vita è fortemente condizionata da quello che è in tutto e per tutto un disturbo psichico. Non ci è dato mai sapere con certezza, fino in fondo, quali dei fatti che appaiono sullo schermo possano essere effettivamente considerati “reali”. Moltissime sequenze del film, anche quelle che apparentemente potremmo più facilmente associare alla vera vita di Stéphane, presentano dei tratti e degli aspetti onirici e surreali più o meno espliciti. Ecco dunque che i confini tra realtà e irrealtà, fatti e sogni, tendono a essere sempre più sottili, imprecisi e indefiniti. Fino alla significativa sequenza finale (chiaramente onirica), in cui Stéphane e Stéphanie, la ragazza di cui è innamorato, raggiungono con un cavallo di stoffa una barca di tessuto e si dirigono con essa verso il mare aperto, fatto di cellophane. L’Arte del Sogno riesce a restituire in maniera poetica, attraverso il linguaggio delle immagini, la magia e la forza ora redentrice ora manipolatrice dei flussi chimici del nostro cervello e degli incredibili ed innumerevoli mondi “virtuali” ad essi collegati. La pellicola è, come ogni lavoro di Gondry, anche un’esperienza visiva di altissimo livello, impeccabile dal punto di vista estetico e che riesce a sfruttare in modo eccellente la povertà dei mezzi a disposizione, utilizzando abilmente le svariate creazioni di stoffa e feltro dell’artista Lauri Faggioni e ricorrendo ad effetti speciali artigianali per animarle.

Con la sfera del sogno ha a che fare anche Be Kind Rewind, lungometraggio commovente e surreale, orgogliosamente per cinéphiles, intriso di amore per la settima arte dal primo all’ultimo fotogramma. Narrando la storia di due amici (interpretati da Jack Black e Mos Def) che rigirano amatorialmente i film smagnetizzatisi della videoteca dove lavora uno di loro, Gondry si mette completamente a nudo e dà libero sfogo alla propria inventiva per dare forma al suo irrefrenabile e appassionato desiderio di immagini in movimento. Cinema che sogna, sogni di celluloide: Michel Gondry è il regista che più di ogni altro è affascinato dal mettere in evidenza le potenzialità ontologicamente oniriche del mezzo cinematografico, il linguaggio artistico per sua stessa natura più vicino a quello dei sogni e della mente umana. All’insegna del motto Eternal Sunshine of a Spotless Mind, appunto: l’infinita letizia di una mente candida.

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