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sabato 10 agosto 2013

"Une promesse" di Patrice Leconte è il film a sorpresa (fuori concorso) della 70a edizione del Festival di Venezia; Carrie Fisher completa la giuria del Concorso


Une promesse (A Promise) di Patrice Leconte è il film a sorpresa, fuori concorso, della 70a edizione del Festival di Venezia ormai alle porte (28 agosto-7 settembre). Il sessantaseienne cineasta francese torna così al Lido dopo l'esperienza in concorso del 2002 con L'uomo del treno. Interpretata da Rebecca Hall, Alan Rickman e Richard Madden, la pellicola è un melodramma ambientato nella Germania pre-prima guerra mondiale ed è tratta da un racconto dello scrittore Stefen Zweig.

lunedì 17 settembre 2012

Record al botteghino statunitense per "The Master"; il primo trailer sottotitolato in italiano e la conferenza stampa del Festival di Toronto


Dopo i due prestigiosi premi del Festival di Venezia e le indiscrezioni sulla vittoria anche del Leone d'oro in una prima delibera della giuria poi rivista, venerdì scorso negli Stati Uniti ha avuto inizio la distribuzione limitata di The Master. Ed è stato un successo senza precedenti: il film di Paul Thomas Anderson ha infatti stabilito il nuovo record di incasso per una limited release nel primo fine settimana di programmazione, ottenendo la ragguardevole cifra di 736.311 dollari in soli 5 cinema con una media per schermo di ben 147.262 dollari (il precedente primato di 130.749 dollari era stato registrato da Moonrise Kingdom di Wes Anderson, uscito in 4 sale lo scorso 25 maggio).

sabato 8 settembre 2012

Venezia 69: "Passion" di Brian De Palma e "The Company You Keep" di Robert Redford


In attesa di conoscere i nomi dei vincitori della 69a edizione del Festival di Venezia, che saranno svelati a breve nel corso della cerimonia di premiazione che si svolgerà a partire dalle 19 in Sala Grande, qui sotto vi propongo le mie recensioni di due degli ultimi film presentati al Festival di Venezia: Passion di Brian De Palma e The Company You Keep di Robert Redford. 
Nel frattempo il Mouse d'oro, per il quale ho fatto parte della giuria, ha decretato i suoi vincitori: il Mouse d'oro al miglior film in concorso è andato al sopravvalutato Pieta di Kim Ki-duk, mentre il Mouse d'argento, assegnato dalla critica online italiana al film più apprezzato tra quelli non in concorso, è stato assegnato ad Anton's Right Here di Lyubov Arkus.

martedì 7 agosto 2012

Finalmente c'è l'ufficialità: "The Master" sarà in concorso a Venezia!


Un'ora fa circa mi è arrivato via mail il tanto atteso comunicato stampa della Biennale che ufficializza la presenza in concorso al Festival di Venezia di The Master di Paul Thomas Anderson. Sono state dunque confermate le molteplici indiscrezioni delle ultime settimane: il film sarà proiettato in 70 mm il 1° settembre alle ore 19 in Sala Grande, alla presenza del regista e della delegazione ufficiale. Inutile ricordarvi che qui su Cinemagnolie avrete la possibilità di leggere la recensione in anteprima!

martedì 8 marzo 2011

"Pa-ra-da" di Marco Pontecorvo


La storia è quella (vera) del clown francese Miloud Oukili, che nel 1992 lascia Parigi per recarsi a Bucarest e cercare di offrire un’occasione di riscatto ad alcuni delle migliaia di bambini, scappati dagli orfanotrofi o dalla loro tragica quotidianità familiare, che vivono in pessime condizioni per le strade della capitale della Romania del dopo Ceausescu. Dopo aver affrontato una serie innumerevole di ostacoli ed essere stato per un attimo sul punto di mollare tutto, il clown di origini franco-algerine (ben interpretato da Jalil Lespert) riesce, con l’aiuto di un’assistente sociale italiana (Evita Ciri), a coinvolgere alcuni dei cosiddetti boskettari nell’ambizioso progetto consistente nel creare con loro una compagnia circense itinerante (tutt’ora esistente ed attiva).

lunedì 28 febbraio 2011

"A Single Man" di Tom Ford. Una storia d'amore


Fresco vincitore dell’Oscar come miglior attore protagonista per l’impeccabile interpretazione di re Giorgio VI nel solido e formalmente rigoroso ma non memorabile Il discorso del re di Tom Hooper, omaggiamo Colin Firth proponendovi la nostra recensione di A Single Man, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Christopher Isherwood in cui il grande attore britannico ha fornito quella che forse rimane tuttora la migliore performance della sua carriera. 
Al 66° Festival di Venezia lo stilista texano Tom Ford, alla prima fatica dietro la macchina da presa, stupì un po’ tutti dimostrando con questo suo ottimo esordio una padronanza del mezzo e un senso drammaturgico invidiabili, essendo egli anche autore (insieme a David Scearce) di una sceneggiatura davvero ben scritta che si alimenta di dialoghi insolitamente profondi e perfettamente calibrati.

venerdì 21 gennaio 2011

"Lebanon" di Samuel Maoz


La storia di Lebanon, intenso e crudo lungometraggio vincitore del Leone d’oro al festival di Venezia del 2009, è poco più di un canovaccio: è il 6 giugno del 1982, il primo giorno della Guerra del Libano, quando quattro militari israeliani all’interno di un carro armato ricevono l’ordine di scortare una truppa di soldati sino ad una cittadina da poco bombardata dalla FDI (Forze di Difesa Israeliane).
Il film è ambientato quasi esclusivamente all’interno dell’imponente mezzo bellico “Rinoceronte”, e gli abbacinanti orrori della guerra ci vengono sistematicamente presentati attraverso il punto di vista soggettivo del protagonista Shmulik, il tiratore che osserva l’inesprimibile strage attraverso il filtro del mirino del cannone. Una scelta stilistica rischiosa questa, che avrebbe potuto portare il film ad una staticità visiva non indifferente. E invece Samuel Maoz, esordiente regista israeliano, nel rappresentare i concitati momenti delle battaglie riesce a dinamizzare la messa in scena alternando sapientemente queste seducenti riprese con un funzionale ricorso alla macchina a mano. Il tutto condito da un montaggio rapido particolarmente efficace e da un’inusuale ed efficacissima insistenza, per un film di guerra, su primi piani e dettagli del viso dei quattro militari sconvolti dalle urla di persone che muoiono e soffrono disperatamente.


L’obiettivo è chiaramente quello di restituire, sfruttando appieno le possibilità del mezzo filmico, l’esperienza dell’essere umano in guerra. In Lebanon non c’è spazio per eroi solitari che partono da soli per andare a sconfiggere un esercito nemico: ci sono degli uomini che davanti all’orrore si sentono inadeguati e bloccati, che hanno difficoltà a premere il grilletto o che arrivano a gridare con  tutte le loro forze residue di voler tornare a casa dalla madre. Da questo punto di vista, il riferimento è più l’introspettivo La sottile linea rossa di Terrence Malick che l’action-movie Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg.
La pellicola di Maoz si palesa come un'allucinante rappresentazione di un giorno di ordinaria follia nella Guerra del Libano, in cui uomini uccidono continuamente e insensatamente altri uomini, essendo però prima ogni altra cosa un’opera di assoluto valore sul piano visivo. Dopo lo straordinario The Hurt Locker, ingiustamente ignorato dalla giuria nell'edizione del 2008, al festival di Venezia si è visto ancora una volta un war-movie di livello eccelso, un gradino sotto al film della Bigelow solo per quanto concerne l’impatto emotivo complessivo che ne scaturisce.
Sembra impossibile che un tale raffinato cineasta sia al suo primo lungometraggio e abbia alle spalle un solo documentario del 2000 (Total Eclipse), eppure è così. Almeno dal punto di vista formale, questo film ha avuto di gran lunga una marcia in più rispetto alle altre pellicole viste nel sessantaseiesimo concorso veneziano.


giovedì 20 gennaio 2011

"Soul Kitchen" di Fatih Akin


Presentato con successo alla penultima edizione del festival di Venezia, Soul Kitchen si portò a casa con pieno merito il Gran Premio della Giuria, risultando indubbiamente uno dei film più riusciti tra quelli presentati nel concorso del 2009. Il cineasta tedesco Fatih Akin, turco di seconda generazione e già conosciuto per due opere intense e drammatiche come La sposa turca (Orso d’oro a Berlino) e Ai confini del paradiso (premio per la sceneggiatura a Cannes), spiazza per l'autorevolezza che mette in campo nello scegliere con successo la via e le atmosfere della commedia. Dimostrando così di essere un autore eclettico e trovando, alla sua prima incursione nel genere, la commedia perfetta.


Zinos è un giovane tedesco di evidenti origini greche (l'ostico cognome Kazantsakis lascia ben pochi dubbi) ed è proprietario dell'osteria “Soul Kitchen”, alquanto spartana, derivata da un baraccone allo sfascio ma frequentata con assiduità da una serie di fedelissimi clienti che non si distinguono certo per i raffinati gusti culinari (il menù tipo è composto da spaghetti alla panna, cotolette e patatine fritte). Con l’aiuto dell'affascinante cameriera Lucia, il nostro manda avanti l’attività tra alti e bassi, sempre alle prese con bollette e affitto da pagare. Dopo essersi goffamente infortunato alla schiena per un banale incidente domestico, però, si trova costretto a cercare un nuovo cuoco. È in questo momento che decide di offrire il posto di lavoro a Shayn, un geniale e irrequieto chef licenziato da un ristorante di classe a causa del suo comportamento iracondo. A questo punto diviene dunque prioritario, pena il fallimento, spostare il target di riferimento del locale. Nel frattempo, Zinos si imbatte in un vecchio compagno di scuola che non vede da anni e nel fratello Illias, uno scassinatore con poca voglia di lavorare che ha finalmente la possibilità di uscire di galera. Da qui in avanti molti avvenimenti sconvolgeranno la vita del protagonista, in continuo affanno nel cercare di ovviare alle innumerevoli sventure che inesorabilmente lo investono, quasi fosse una sorta di Paperino degli anni 2000.


Frizzante e spassosa, la pellicola ha il pregio (a dire il vero piuttosto raro per una commedia frizzante) di non incappare mai in una sola stonatura. Arrivando ad essere in più occasioni davvero esilarante. Se ne potrebbero fare in serie, ma a titolo esemplificativo ci limiteremo ad un solo esempio: durante una serata in cui il locale è molto frequentato, nel preparare un piatto particolare lo chef abbonda volontariamente nel dosaggio di un ingrediente dagli effetti afrodisiaci. Una rigida agente del fisco, presa in seguito dal desiderio, finisce per fare sesso nel bel mezzo dell'osteria con il compagno di classe di Zinos. Il mattino successivo, Zinos si congratulerà sinceramente con l’amico facendogli notare di aver “fottuto il fisco”.
Incentrato come tutti i precedenti lavori di Akin attorno alla vita di immigrati o tedeschi di origine straniera, Soul Kitchen ha ritmo, vivacità e brillantezza invidiabili. Costruito con indubbia sapienza drammaturgica, mette in campo trovate narrative e visive di notevole efficacia che si sviluppano felicemente di pari passo con le costanti evoluzioni musicali della ricca e colorata colonna sonora. Adam Bousdoukos, l'interprete di Zinos, fornisce una prova d'attore sorprendente, trasmettendo in modo impagabile diversi aspetti comici del proprio personaggio mediante la mimica dell'intero corpo. Insomma, non manca davvero nulla a questa commedia-fumetto dai toni scanzonati ma non priva di sfumature malinconiche. Divertita ed estremamente divertente: in una parola, imperdibile.

venerdì 7 maggio 2010

"Teza" di Haile Gerima


“L’idea di identità e di liberazione rappresenta forse per me e per la mia visione di cinema indipendente il vero obiettivo” (Haile Gerima)

Ambientato lungo l’arco di tre decadi in due Paesi (Germania e Etiopia) e quattro luoghi differenti, Teza di Haile Gerima narra con straordinario talento visivo e l’ambizione propria delle grandi opere la storia di Anberber, dottore etiope formatosi in Germania alla fine degli anni Settanta che torna il decennio successivo in patria, ad Addis Adeba. In seguito alla caduta del regime di Mengistu, il suo intento è quello di dare una mano alla popolazione guarendo quante più persone possibile. Dopo essere stato rispedito in Germania alla fine degli anni ottanta dal comando rivoluzionario, nel 1990 torna dopo molti anni nel suo paese nativo, dove ritrova la famiglia e i luoghi dell’infanzia.
Il film parte da qui, per poi mostrare attraverso una serie di flashback i trascorsi del protagonista, quei ricordi del passato che emergono nel nevralgico momento del problematico confronto con la propria cultura d’origine, così diversa da quella laica e razionale che aveva imparato a conoscere e ad apprezzare in Europa – la quale, comunque, non ha saputo evitare guerre mondiali, violenza e razzismo dilaganti. Assistiamo così ad un complesso, sfaccettato ed affascinante viaggio identitario, in cui la storia personale di Anberber si intreccia costantemente con la travagliata Storia del popolo etiope (in perenne guerra civile dagli anni settanta), raggiungendo eccellenti vette di liricità. La guerra alla fine sembra emergere come tragico, probabilmente unico, minimo comune denominatore tra culture opposte che non hanno praticamente nulla in comune. Per il cineasta però non tutto è perduto: Amberer (interpretato in modo molto convincente da Aaron Arefe), dopo aver viaggiato in modo sofferto nel suo passato, acquista profondamente consapevolezza di sé, della propria storia e di quella del popolo etiope. Decide così di prendere nuovamente in mano la sua vita, dedicandosi all’attività di insegnante nella speranza di poter contribuire in tal modo a quel cambiamento sociale e politico che da tanti anni auspicava.

Haile Gerima, probabilmente il più importante autore proveniente dal continente nero, rivela una eccellente padronanza del mezzo cinematografico, gettando una luce splendente sulle possibilità del cinema africano e fornendo una grande prova di maturità, tanto a livello contenutistico quanto stilistico. La macchina da presa è spesso mobile, alla costante ricerca dell’espressione del soggettivo stato d’animo del protagonista, e riesce a restituire mirabilmente – con sorprendente forza visiva – la fase di confusione e perdizione in cui egli versa per gran parte del film. Il regista, coadiuvato da un’ottima sceneggiatura, costruisce un meccanismo diegetico stimolante e apparentemente privo di falle, passando abilmente da uno spazio temporale all’altro con una scioltezza ed una coerenza rispetto alle esigenze narrative veramente notevoli: ogni cosa sembra avvenire al momento giusto e ogni singolo flashback è del tutto funzionale all’approfondimento del personaggio e delle sue esperienze vissute. Interessante poi è l’utilizzo della colonna sonora, che alterna momenti di musica africana ad altri in cui le immagini vengono suggestivamente accompagnate da sonorità blues.
Con Teza siamo di fronte ad una pellicola di grande valore, senza ombra di dubbio il lavoro più intimo, intenso e significativo apparso sugli schermi della penultima edizione del festival di Venezia. Vincitore del Gran Premio della Giuria e del premio Osella per la miglior sceneggiatura, avrebbe meritato il Leone d'Oro (anche se The Wrestler di Darren Aronofsky non è stata certo una scelta di cattivo gusto): il più bel film dell'anno. Da recuperare in dvd, assolutamente.