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lunedì 14 gennaio 2013

"Argo" e "Les Misérables" vincono ai Golden Globe; il miglior regista è Ben Affleck, che paragona Paul Thomas Anderson ad Orson Welles


Nella notte sono stati assegnati i Golden Globe, i premi annuali della stampa estera operante a Hollywood. Al favorito Lincoln è andato il solo riconoscimento per l'interpretazione di Daniel Day-Lewis, mentre Argo è stato eletto miglior film drammatico e Les Misérables ha vinto nella categoria della miglior commedia o musical. Il film di Tom Hooper (regista de Il discorso del re) ha conquistato anche i premi per gli attori Hugh Jackman e Anne Hathaway. Nessuno dei tre interpreti di The Master, nonostante le eccellenti prove, è riuscito a ottenere un Golden Globe. 
Ben Affleck, che l'ha spuntata su Steven Spielberg e Kathryn Bigelow come miglior regista, nel suo discorso di ringraziamento ha sottolineato come fosse un onore per lui essere accostato agli altri quattro registi nominati, facendo riferimento anche ai talenti non rientrati nella cinquina e, in particolare, a Paul Thomas Anderson ("Credo sia come Orson Welles").

lunedì 7 gennaio 2013

La National Society of Film Critics premia "Amour" di Michael Haneke; "The Master" ottiene i riconoscimenti per l'attrice non protagonista e la fotografia


Sabato scorso la National Society of Film Critics, organizzazione cui fanno parte 60 tra i critici più noti degli Stati Uniti, ha annunciato i suoi tradizionali premi annuali ed è stato un trionfo per Amour di Michael Haneke (miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista).
Per The Master, giudicato il secondo miglior film dell'anno, sono stati premiati il direttore della fotografia Mihai Malaimare Jr. e l'attrice non protagonista Amy Adams. Paul Thomas Anderson è giunto secondo a pari merito con Kathryn Bigelow tra i registi e alle spalle di Tony Kushner (Lincoln) tra gli sceneggiatori.
Qui sotto trovate l'elenco completo dei vincitori e dei secondi e terzi arrivati per ciascuna categoria (i numeri sulla destra indicano i voti ottenuti).

martedì 18 dicembre 2012

"Operazione Zero Dark Thirty" di Kathryn Bigelow: il nuovo trailer in lingua originale


Operazione Zero Dark Thirty uscirà domani negli Stati Uniti in distribuzione limitata e, in attesa di poterlo vedere anche in Italia (l'uscita nel nostro paese è prevista per giovedì 7 febbraio), per l'occasione vi propongo il nuovo trailer in lingua originale. 
L'atteso ultimo lavoro di Kathryn Bigelow, come ho già scritto in alcuni articoli precedenti, è stato unanimemente assai apprezzato dalla critica d'oltreoceano e racconterà la lunga caccia ad Osama Bin Laden terminata con la cattura e l'uccisione del terrorista da parte di un'unità di Navy Seal.


venerdì 30 novembre 2012

"Zero Dark Thirty" di Kathryn Bigelow: una clip del film e uno spot per la tv


Mostrato nei giorni scorsi in anteprima ad alcuni critici statunitensi, Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow è stato accolto con grandissimo entusiasmo (al momento, il punteggio di Metacritic è 97/100 e quello di Rotten Tomatoes è 100%). Dopo avervi già proposto il teaser trailer e il trailer, qui sotto avete la possibilità di visionare una clip del film di circa un minuto e un breve spot tv.
Il nuovo film della Bigelow, che come ho già scritto in un precedente articolo attendo con ansia, uscirà nei cinema italiani il 7 febbraio 2013 con il titolo Operazione Zero Dark Thirty.

martedì 16 ottobre 2012

"Zero Dark Thirty" di Kathryn Bigelow: il primo trailer esteso


Trascorsi ormai due mesi dal criptico teaser trailer, qualche giorno fa è stato reso disponibile il primo trailer esteso dell'atteso film di Kathryn Bigelow Zero Dark Thirty, che racconterà con uno stile presumibilmente molto vicino a quello di The Hurt Locker la caccia a Osama Bin Laden conclusasi con la morte del terrorista. Per informazioni sul cast, alcuni aspetti produttivi e distributivi o le aspre controversie politiche che il film in questione ha suscitato, potete leggere un mio precedente articolo.
La forza visiva delle immagini che state per vedere è notevole e già solo da questo breve trailer si nota quella peculiare cura per la messa in scena che ha sempre caratterizzato il cinema di Kathryn Bigelow. Zero Dark Thirty uscirà negli Stati Uniti il 19 dicembre. Non è ancora nota la data di distribuzione italiana. 


lunedì 20 agosto 2012

"Zero Dark Thirty" di Kathryn Bigelow: il primo teaser trailer


A quattro anni dal potente e immersivo The Hurt Locker (qui potete leggere la mia recensione), vincitore di ben sei Oscar dopo aver avuto a sorpresa la meglio sullo spettacolare kolossal multimilionario di James Cameron Avatar, Kathryn Bigelow sta lavorando alla post-produzione del suo nuovo film che metterà in scena la ricerca e l'uccisione di Osama Bin Laden da parte dell'ormai noto gruppo di Navy Seals. Del cast faranno parte Jessica Chastain, Joel Edgerton, Mark Strong e Chris Pratt. La sceneggiatura, come nel caso di The Hurt Locker, è firmata da Mark Boal, ex reporter di guerra e attuale compagno della Bigelow.

venerdì 21 ottobre 2011

"Lasciami entrare" di Thomas Alfredson

 

Dopo avervi postato le mie riflessioni su Blood Story, vi propongo ora la mia recensione del film originale, cui facevo implicito riferimento analizzando la pellicola di Reeves e di cui scrissi all’epoca della visione all’anteprima stampa romana del dicembre 2008.
Presentato alla 26a edizione del Torino Film Festival e accolto entusiasticamente da gran parte della critica internazionale, Lasciami entrare di Tomas Alfredson è una sorta di horror sentimentale che in realtà sfugge alla rigidità di una qualsiasi etichetta. Precipuo punto di forza della pellicola in questione è, infatti,  quello di cambiare direzione almeno tre volte nel corso del suo sviluppo: inizialmente, nei primissimi minuti, può legittimamente sembrare un serial killer movie, in un secondo momento si presenta come un vampire movie, per poi finalmente rivelarsi, dopo mezz'ora circa, per ciò che effettivamente è: un'atipica storia d'amore tra un dodicenne e una bambina vampira.

sabato 22 gennaio 2011

Alla scoperta del cinema di Kathryn Bigelow


Kathryn Bigelow (San Carlos, California, 1951) è una delle pochissime registe donne affermatesi negli ultimi anni nel panorama cinematografico mondiale, ha accesso a budget il più delle volte molto consistenti  ed è considerata piuttosto unanimemente dalla critica internazionale, che si divide invece sul complessivo valore di molte delle sue opere, come una sublime cineasta (in particolar modo di sequenze d’azione) dotata di  una consapevolezza linguistico-stilistica e di una padronanza del mezzo cinematografico fuori dal comune.
Figlia di un dirigente di una fabbrica di vernici e di una bibliotecaria, è una personalità artistica eclettica: inizia a dipingere all’età di sette anni e frequenta per due anni il San Francisco Art Institute per poi trasferirsi ventenne a New York, usufruendo di una borsa di studio per l’Indipendent Study Program del Whitney Museum. Qui si forma come pittrice, ha legami con personalità di spicco del mondo dell’arte quali Rauschenberg,  Serra, Acconci e la scrittrice Susan Sontag. In questo periodo entra in contatto con il gruppo concettuale d’avanguardia Art and Language e si interessa alla filosofia e alla semiotica, salvo scoprire di essere attratta principalmente dal linguaggio delle immagini in movimento: nel 1981, allieva del noto regista Milos Forman, ottiene la laurea in studi cinematografici alla Columbia University.
The Set-Up (1978), il suo primo lavoro di diciassette minuti in cui si interroga sulla fascinazione della violenza e sulle potenzialità espressive del cinema, è un esercizio teorico evidentemente influenzato da un approccio decostruzionista derivato dai suoi studi semiotici. Il primo lungometraggio The Loveless (1981, scritto e girato a quattro mani con Monty Montgomery), solido biker movie ambientato nella provincia americana degli anni cinquanta, deve invece molto alla sua formazione pittorica (diverse inquadrature sembrano infatti dei quadri di Hopper e la macchina da presa quasi sempre fissa ha lo scopo di rievocare l’immobilità delle opere pittoriche), facendo riferimento per il tema trattato ai b-movies di produzione cormaniana e citando esplicitamente a più riprese Scorpio Rising (1963, Kenneth Anger), una delle opere più apprezzate dell’avanguardia cinematografica americana.


Il buio si avvicina (1987), in fondo una storia d’amore tra una sensuale vampira e un ragazzo di provincia da lei morso e trasformato, è ancora un b-movie ma segna una svolta fondamentale nella carriera della Bigelow. Oltre ad essere un atipico horror dalle sottili metafore e allegorie socio-politiche che si intreccia, in particolar modo nella parte finale, con codici linguistico-visivi tipici del western (l’ibridazione è una caratteristica importante del cinema bigelowiano), è anche la pellicola che fa intravedere per la prima volta le sue grandi qualità registiche e il suo straordinario talento visivo. Utilizzo virtuoso di carrelli laterali, macchina a mano che si muove in modo spericolato, piani-sequenza conditi all’interno di un montaggio piuttosto deciso e spesso molto rapido: queste tecniche qui ancora un po’ grezze, alle quali si aggiungerà perlomeno un ricorso frequente alla soggettiva, con il passare degli anni verranno affinate e utilizzate sempre più sapientemente e consapevolmente, raggiungendo vette inusitate in Point Break (1991) e soprattutto in Strange Days (1995).


Prima dei due film appena citati la Bigelow gira Blue Steel (1990), thriller d’azione in piena regola, adrenalinico e teso, che vede come protagonista assoluta una donna poliziotto tenace, coraggiosa ed istintiva. Da qui in avanti la cineasta statunitense avrà sempre un particolare occhio di riguardo per i personaggi femminili (assenti, non a caso, solo nei film bellici degli anni 2000), pur  muovendosi costantemente all’interno di generi tipicamente maschili.
Tornado alla questione stilistico-estetica, di Point Break, avvincente e adrenalinico action movie ambientato nel mondo del surf, non si può non ricordare in primis la lunga sequenza mozzafiato dell’inseguimento a piedi tra i due protagonisti, che si alimenta di un sublime mix di violenti carrelli in avanti, soggettive traballanti e steadicam dai movimenti irrequieti; di Strange Days, spietato affresco apocalittico di un futuro prossimo venturo (simbolicamente la vigilia dell’anno 2000) in cui il contesto multirazziale di Los Angeles è dominato da fratture sociali e di classe che appaiono insanabili, indimenticabili sono invece le sequenze “dello Squid”: fluidissime, poco montate e mascherate abilmente da piani sequenza mediante qualche impercettibile passaggio risolto con panoramiche molto veloci. La complessità di un film come Strange Days ad ogni modo, per evidenti motivi di spazio, non può essere analizzata in questa sede.


Il mistero dell’acqua (2000) alterna con grande efficacia drammaturgica due piani temporali legati tra loro a livello geografico (le americane isole di Shoals) ed emotivo (esperienze di morte, sensi di colpa e rapporti familiari molto tesi), segnalandosi principalmente per l’affascinante narrazione a tratti fortemente ellittica (una novità per la Bigelow) e per il profondo e conturbante disagio esistenziale che emana ogni sua sequenza. Di K-19 in estrema sintesi si ricordano, oltre alla macchina da presa che si muove con grande eleganza all’interno degli stretti spazi del sottomarino, il coraggio che ha portato la cineasta a raccontare un episodio della Guerra Fredda, per molti anni sconosciuto, esclusivamente dal punto di vista della marina sovietica, sottolineando a più riprese l’eroismo dei loro marinai, alcuni dei quali sacrificarono la propria vita per scongiurare una guerra atomica. In The Hurt Locker (2008), l’ultimo intenso lungometraggio, sullo sfondo della guerra in Iraq si esalta invece l’eroismo dei marines americani (volontari) della sezione anti-bome, che ogni giorno rischiano la vita, salvandone delle altre, per disinnescare ordigni esplosivi lasciati dai ribelli locali. Attraverso un approccio diaristico, l’obiettivo che si pone la cineasta statunitense è quello di riportare il più fedelmente possibile (non a caso ha affidato lo script al reporter bellico Mark Boal) momenti della vita di questi soldati al fronte, evidenziando così l’assurdità della guerra limitandosi al semplice atto di mostrarla. E propone fin dall’incipit, straordinario per pathos e messa in scena (gli inizi fortemente adrenalinici sono una costante del suo cinema), una eccellente lezione di regia: virtuosa, nervosa, frenetica, composta da movimenti di macchina secchi ed improvvisi e stacchi frequentissimi, spinge lo spettatore a sentirsi partecipe al massimo grado di quanto avviene, quasi portandolo fisicamente al fianco dei soldati.


Quello della Bigelow, tirando le somme, è di certo un cinema prepotentemente visivo (e The Hurt Locker sta ancora una volta a dimostrarlo), “che concede molto poco a chi vuole ricercare l’inesistente originalità delle trame o l’attrazione dei bei dialoghi, ma che riserva emozioni a chi sa cogliere la limpida dinamica di immagini capaci da sole di costruire il racconto e di rivelare in una inquadratura o in un movimento della mdp tutto il complesso universo dei sentimenti e delle passioni umane” (Aldo Viganò). Sarebbe però un gravissimo errore finire per relegare il suo cinema ad un mero esercizio di stile, per quanto di altissimo livello: la Bigelow ha sempre affermato con forza di soffermarsi molto sui caratteri di una storia, non partendo mai dalla tecnica e considerando sempre la tecnologia al servizio della vicenda da narrare. Avendo come costante punto fermo quello di partire dall’interiorità dei personaggi. Come è logico, e come avviene inevitabilmente nel caso di tutti i grandi registi, per quanto diversi possano essere tra loro, è la storia il punto dal quale devono irradiarsi le scelte stilistiche, le quali devono naturalmente avere una profonda correlazione con la diegesi evitando di essere sterilmente fine a se stesse solo perché, magari, considerate di per sé esteticamente affascinanti.

Articolo pubblicato nel numero 9 di Cinem’Art (Dicembre 2008)

venerdì 21 gennaio 2011

"Lebanon" di Samuel Maoz


La storia di Lebanon, intenso e crudo lungometraggio vincitore del Leone d’oro al festival di Venezia del 2009, è poco più di un canovaccio: è il 6 giugno del 1982, il primo giorno della Guerra del Libano, quando quattro militari israeliani all’interno di un carro armato ricevono l’ordine di scortare una truppa di soldati sino ad una cittadina da poco bombardata dalla FDI (Forze di Difesa Israeliane).
Il film è ambientato quasi esclusivamente all’interno dell’imponente mezzo bellico “Rinoceronte”, e gli abbacinanti orrori della guerra ci vengono sistematicamente presentati attraverso il punto di vista soggettivo del protagonista Shmulik, il tiratore che osserva l’inesprimibile strage attraverso il filtro del mirino del cannone. Una scelta stilistica rischiosa questa, che avrebbe potuto portare il film ad una staticità visiva non indifferente. E invece Samuel Maoz, esordiente regista israeliano, nel rappresentare i concitati momenti delle battaglie riesce a dinamizzare la messa in scena alternando sapientemente queste seducenti riprese con un funzionale ricorso alla macchina a mano. Il tutto condito da un montaggio rapido particolarmente efficace e da un’inusuale ed efficacissima insistenza, per un film di guerra, su primi piani e dettagli del viso dei quattro militari sconvolti dalle urla di persone che muoiono e soffrono disperatamente.


L’obiettivo è chiaramente quello di restituire, sfruttando appieno le possibilità del mezzo filmico, l’esperienza dell’essere umano in guerra. In Lebanon non c’è spazio per eroi solitari che partono da soli per andare a sconfiggere un esercito nemico: ci sono degli uomini che davanti all’orrore si sentono inadeguati e bloccati, che hanno difficoltà a premere il grilletto o che arrivano a gridare con  tutte le loro forze residue di voler tornare a casa dalla madre. Da questo punto di vista, il riferimento è più l’introspettivo La sottile linea rossa di Terrence Malick che l’action-movie Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg.
La pellicola di Maoz si palesa come un'allucinante rappresentazione di un giorno di ordinaria follia nella Guerra del Libano, in cui uomini uccidono continuamente e insensatamente altri uomini, essendo però prima ogni altra cosa un’opera di assoluto valore sul piano visivo. Dopo lo straordinario The Hurt Locker, ingiustamente ignorato dalla giuria nell'edizione del 2008, al festival di Venezia si è visto ancora una volta un war-movie di livello eccelso, un gradino sotto al film della Bigelow solo per quanto concerne l’impatto emotivo complessivo che ne scaturisce.
Sembra impossibile che un tale raffinato cineasta sia al suo primo lungometraggio e abbia alle spalle un solo documentario del 2000 (Total Eclipse), eppure è così. Almeno dal punto di vista formale, questo film ha avuto di gran lunga una marcia in più rispetto alle altre pellicole viste nel sessantaseiesimo concorso veneziano.


venerdì 8 ottobre 2010

"Miami Vice" di Michael Mann


Sullo sfondo di una Miami notturna mai così malinconica e disincantata, due agenti speciali del Miami-Dade Police Department si ritrovano sotto copertura a dover far luce su un importante traffico di droga che parte dal Sud America con destinazione Stati Uniti. Come si può facilmente intuire, la storia non rappresenta niente di nuovo. Eppure Miami Vice è un action movie teso e adrenalinico come pochi nelle ultime stagioni cinematografiche, essendo allo stesso tempo più che solido dal punto di vista narrativo e, a differenza della stragrande maggioranza dei film del suo stesso genere, in grado di mettere in campo con decisione una sua anima di fondo.

Michael Mann infatti, oltre a confermarsi sopraffino regista di sequenze d'azione, non rinuncia neanche questa volta ad indagare l'universo privato e sentimentale dei suoi personaggi. Alcune delle sequenze che narrano il coinvolgimento tra le due coppie protagoniste sono intense e sapientemente intrecciate con l'evolversi della trama principale. Sonny (un Colin Farrell qui particolarmente espressivo) e Rico (il fido Jamie Foxx) sono prima di tutto degli esseri umani, ancor prima che abili e scaltri agenti di polizia. Stranamente questo aspetto “umano”, vera e propria costante della poetica manniana, sembra mancare (o perlomeno non si palesa ai livelli di straordinaria efficacia delle sue opere precedenti) nell'ultimo Nemico Pubblico, il gangster movie uscito lo scorso novembre con protagonista Johnny Depp nei panni di John Dillinger.

In ogni caso, il regista impostosi all'attenzione della critica nel 1986 con Manhunter - Frammenti di un omicidio, è oramai da Heat - La sfida (1995) che porta avanti un personale e definito percorso autoriale che assume i tratti complessi di una vera e propria “missione”: dare profondità e consistenza al film d'azione, attuandone un significativo processo di nobilitazione (oltra al già citato Heat – La sfida e naturalmente a Miami Vice, si pensi anche all'ottimo Collateral). Quando poi negli ultimi anni ha cambiato registro optando per il bio-pic (Alì, 2001) o per il film di denuncia (Insider, 1999), ha almeno nel primo caso sfiorato il capolavoro.

Davvero straordinaria la sequenza d'apertura e, ancor di più, quella magica di chiusura, che trae energia e forza inusitate da un montaggio alternato che presenta un vero e proprio doppio finale confluente infine in uno solo. Sì signori, Michael Mann è l'incontrastato re dei registi dei film d'azione. Di questi tempi purtroppo ce ne sono in giro molti (il primo è il pessimo Michael Bay, da alcuni considerato persino un autore) che fanno dell'azione niente più che confusione e sterile (nonché cattivo) esercizio di regia. Mann è al contrario l'esempio principe delle potenzialità insite oggi in un action movie costruito ad arte e che abbia anche qualcosa da dire. Come muove la macchina da presa il cineasta di Chicago, in perfetta simbiosi con musica (chi non ricorda l'utilizzo della voce di Chris Cornell in Collateral?) e movimento degli attori in scena, non c'è nessun altro. Solo Kathryn Bigelow e James Cameron (con i due Terminator e Aliens – Scontro finale) in questi ultimi anni sono forse riusciti con una certa continuità ad essere alla sua altezza. Felicissimo l'uso del digitale HD (altra “missione” dell'ultimo Mann), che inevitabilmente conferisce all'opera maggiore immediatezza e ruvidezza.

lunedì 12 aprile 2010

The Hurt Locker: Kathryn Bigelow e l'immersione ai tempi del 2D


Kathryn Bigelow non è certo una cineasta prolifica. The Hurt Locker (2008) interrompe infatti un’assenza dagli schermi che durava da K-19 (2002), e in tutta la sua attività registica ha diretto solo 8 film in 26 anni, stabilendo una media di anni passati per ogni singolo film forse seconda solo a quella di Terrence Malick e Stanley Kubrick. In genere i suoi sono sempre lavori molto pensati, di grande caratura e, quando è in forma particolare, è in grado di realizzare pellicole indimenticabili (vedi alla voce Strange Days, opera del 1996 a cui si sono interessati un gran numero di studiosi di cinema e che viene mostrata in molti corsi universitari). Prendendo spunto dal reportage del giornalista Mark Boal (che ispirò Paul Haggis per l’ottimo The Valley of Elah), The Hurt Locker mostra con crudo e affascinante realismo la vita quotidiana di alcuni membri del team speciale americano antibombe, impegnato ogni giorno in Iraq nel tentativo di disinnescare le migliaia di ordigni esplosivi lasciati dai ribelli locali.
Il film è diviso in episodi (introdotti da una didascalia che informa progressivamente sul numero di giorni mancanti alla rotazione della squadra) che corrispondono a delle azioni del team sui luoghi in cui viene richiesto il loro intervento. A differenza di Haggis, la Bigelow sceglie di romanzare il meno possibile il materiale messole a disposizione dall’inchiesta giornalistica: lo spettatore assiste a quanto accade ai componenti della “Bravo Company” avendo la sensazione di essere anch'egli presente sul posto, vivendo profondamente le loro stesse emozioni e quindi immergendosi completamente nella loro tragica esperienza quotidiana. In cui la morte è sempre dietro l'angolo.
L'obiettivo che si pone la cineasta statunitense è quello di riportare il più fedelmente possibile (non a caso per la stesura dello script ha voluto lo stesso Boal) momenti della vita di guerra di questi soldati, sottolineando così l’assurdità della guerra limitandosi al semplice atto di mostrarla. In tal modo affronta il tema bellico con un’umanità e una profondità particolarissimi, facendo entrare di diritto The Hurt Locker tra le migliore pellicole di guerra mai girate. Questo approccio diaristico, che a causa della sua ridondanza potrebbe spiazzare più di qualcuno, ci sembra dunque essere un notevole punto di forza del film, che riesce egualmente ad appassionare e ad incollare alla poltrona chi guarda per tutta la sua durata, letteralmente senza un attimo di pausa. La Bigelow si conferma eccellente direttrice di sequenze d’azione (chi non ricorda le sequenze dello “SQUID” in Strange Days o i piani sequenza di Point Break e K-19?) e propone fin dall’incipit, straordinario per pathos e messa in scena, una regia mobilissima, virtuosa, nervosa, composta da movimenti di macchina secchi ed improvvisi, riprese con macchina a mano, stacchi frequentissimi (davvero non si conta il numero di inquadrature utilizzate). Ottenendo così l’encomiabile risultato di rendere lo spettatore estremamente partecipe di quanto succede, quasi portandolo fisicamente, di peso, al fianco dei soldati.
La sensazione netta è quella di assistere ad un film di grande importanza per come si avvicina a mostrare l’esperienza della guerra e, al contempo, di ammirare una vera e propria lezione di regia. Degna di un maestro. D’accordo, l’esperimento 3D allestito da James Cameron in Avatar è meraviglioso, un’orgia empatica sotto molti aspetti senza precedenti. Ma attenzione a gridare al passaggio epocale e a sottovalutare, dandola per spacciata, quella bidimensionalità che fino ad oggi ha fatto dell’espressione cinematografica una matura e potente forma espressiva: come dimostra The Hurt Locker, si può “immergere” e “avvolgere” lo spettatore anche a colpi di 2D e pellicola. Con risultati eccelsi.