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martedì 29 marzo 2016

Il nuovo film di Woody Allen "Café Society" aprirà la 69a edizione del Festival di Cannes


Come previsto da alcune testate statunitensi, tra cui anche la prestigiosa Variety che proprio di recente aveva pubblicato online un interessante articolo pieno di anticipazioni sulla prossima kermesse transalpina, ad aprire fuori concorso la 69a edizione del Festival di Cannes sarà Café Society, il quarantaseiesimo lavoro dietro la macchina da presa di Woody Allen. Il prolifico cineasta newyorchese, abituato da decenni (in realtà quasi dall'inizio della sua carriera) a scrivere e dirigere almeno un film all'anno, raggiunge in questo modo uno storico record: fra un mese e mezzo infatti diventerà il primo regista ad aver aperto per tre volte con una propria opera il  Festival di Cannes.

giovedì 16 aprile 2015

Festival di Cannes 2015: ufficializzato il programma della 68a edizione. Garrone, Sorrentino e Moretti in corsa per la Palma d'oro


Torno a pubblicare sul blog dopo alcune settimane in cui ho dovuto dedicarmi esclusivamente alla tesi di dottorato e l'occasione è di quelle importanti: da poche ore, infatti, è stato annunciato il programma ufficiale della 68a edizione del Festival di Cannes. Quest'anno, come d'altronde anticipato dalle previsioni che circolavano da tempo, sono addirittura tre i film italiani in concorso: Mia madre di Nanni Moretti, nelle sale da oggi, Youth - La giovinezza di Paolo Sorrentino e Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Tutti e tre i registi, probabilmente i più amati in assoluto all'estero tra i nostri cineasti in attività, hanno già vinto dei premi al Festival di Cannes. Nanni Moretti si è aggiudicato la Palma d'oro con La stanza del figlio nel 2001 e il premio per la miglior regia con Caro diario nel 1994, Matteo Garrone ha vinto due Gran Premi della Giuria nel 2008 e nel 2014, rispettivamente con Gomorra e Reality, e Paolo Sorrentino si è aggiudicato nel 2008 il Premio della Giuria con Il divo

lunedì 16 aprile 2012

"To Rome with Love" di Woody Allen: la recensione


L’attesa per l’ultima opera di Woody Allen, tra i critici italiani, era molta. L’assai prolifico cineasta statunitense, infatti, dopo le recenti esperienze lavorative a Londra (Match Point, Scoop, Sogni e delitti e Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni), Barcellona (Vicky Cristina Barcelona) e Parigi (Midnight in Paris), ha scritto e messo in scena una storia, questa volta corale, ambientata nella storica capitale italiana. E lo ha fatto seguendo sostanzialmente il punto di vista di una serie di personaggi americani che si trovano a Roma per studio, vacanza, diletto o, come nel caso della coppia interpretata dallo stesso Allen e da Judy Davis, per conoscere il fidanzato della figlia e la sua famiglia. Di conseguenza, è necessario premettere fin d’ora che la visione della città non può che risultare sostanzialmente ingenua e semplicistica. Il film sarà criticato per questo, con ogni probabilità anche aspramente, ma forse è stato ancor più ingenuo di Allen chi si aspettava dal film una visione profonda o particolarmente fedele della società e della vita romane, se non italiane più in generale.

domenica 15 aprile 2012

"To Rome with Love" di Woody Allen: la conferenza stampa

«Girare un film all’anno mi permette di non pensare ai terribili problemi della vita»: Woody Allen presenta il suo nuovo film in anteprima mondiale alla stampa romana.


Nella cornice del lussuoso Hotel Parco dei Principi, presso i Parioli, venerdì scorso 13 aprile si è svolta la conferenza stampa dell’anteprima mondiale di To Rome with Love, il nuovo film di Woody Allen ambientato nella nostra capitale. Presenti alla conferenza erano l’amministratore delegato di Medusa, società produttrice del film, Giampaolo Letta, il critico cinematografico Enrico Magrelli nelle vesti del moderatore, Woody Allen e gli attori Alec Baldwin, Penelope Cruz, Jesse Eisenberg e Roberto Benigni. Seduti nelle prime file, invece, c’erano gli attori italiani del cast Alessandro Tiberi, Alessandra Mastronardi, Flavio Parenti e Corrado Fortuna. Nonostante il concentrato di star planetarie, il grande mattatore è stato senza ombra di dubbio il nostro Benigni, che si è lanciato in un paio di interventi molto divertenti, rendendo sicuramente ancora più piacevole l’atmosfera dell’occasione.

lunedì 9 aprile 2012

"To Rome with Love" di Woody Allen: il trailer italiano


Dopo l'affascinante, surreale e malinconico Midnight in Paris, che ha fruttato a Woody Allen il quarto Oscar (il terzo per la miglior sceneggiatura originale) e con 148 milioni e mezzo di dollari si è rivelato il più grande successo economico di una lunga e prolifica carriera, il celebre cineasta newyorchese per il suo ultimo lavoro si è spostato da Parigi a Roma. To Rome with Love, coprodotto dalla Medusa, uscirà in primis il 20 aprile in Italia, per poi essere distribuito solo a giugno negli Stati Uniti e perfino a luglio in Francia (il che dovrebbe farne escludere una presenza al prossimo festival di Cannes). Il cast è, come al solito nei film di Allen, particolarmente ricco: oltre allo stesso Allen, ci sono Penelope Cruz, Ellen Page, Jesse Eisenberg, Alec Baldwin, Judy Davis e Roberto Benigni, nei panni di un personaggio che, come si può intuire dal trailer che potete vedere proseguendo a leggere l'articolo, si annuncia esilarante.

giovedì 10 febbraio 2011

"Vicky Cristina Barcelona" di Woody Allen


Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson), rispettivamente studentessa universitaria specializzanda sull’identità catalana e aspirante regista amante di ogni tipo di forma artistica, sono due attraenti amiche che si recano per una vacanza estiva a Barcellona, desiderose di conoscere l’architettura e l’arte della città spagnola.
Qui, pur avendo idee completamente opposte sull’amore e sul rapporto di coppia, finiscono entrambe per farsi coinvolgere dall’affascinante pittore Juan Antonio (Javier Bardem). Cristina è libera, ma Vicky deve sposarsi a breve: la situazione si complica ulteriormente con il ritorno della passionale, seducente, emotivamente instabile e paranoica ex moglie dell’artista spagnolo, Maria Elena (Penelope Cruz), che porterà ad un intenso ménage à trois tra tre dei quattro protagonisti.


Ciò che più di ogni altra cosa rende Vicky Cristina Barcelona un film riuscito è la sceneggiatura (da sempre cavallo di battaglia di Woody Allen), composta da dialoghi brillanti e molto ben costruiti che coinvolgono fin da subito lo spettatore, delineando i personaggi con un brio ed un'ironia trascinanti. Ironia come veicolo, però, di una costante e strisciante riflessione, profondamente malinconica, sulla natura degli esseri umani e in particolare del rapporto che lega questi ultimi al sentimento amoroso. Pur essendo presente fin dall’inizio (si pensi anche solo al tono scanzonato e giocoso con cui il narratore esterno presenta tutte le vicende), il registro ironico diviene davvero preponderante nel momento in cui entra in scena Maria Elena, a metà circa del film. Penelope Cruz (vincitrice per questo ruolo dell’Oscar come miglior attrice non protagonista) è infatti protagonista in compagnia di Javier Bardem di sequenze davvero esilaranti, con le quali il regista si diverte nel mettere in luce le difficoltà e le idiosincrasie che presenta il loro appassionato e quantomeno bizzarro rapporto.


Gli attori principali offrono delle prove molto convincenti ed è palpabile il coinvolgimento con cui  hanno contribuito alla realizzazione della pellicola, che riscatta Woody Allen dopo il passo falso di Sogni e delitti, fredda riproposizione in chiave grottesca dei medesimi temi del lucido, disincantato, memorabile Match Point (indubbiamente il suo lavoro più ispirato degli ultimi dieci anni). Da segnalare sinteticamente, in coda, l’efficacia del finale “sospeso” e il breve, ma molto suggestivo, gioco di dissolvenze sui primi piani di Bardem e della Hall a precedere il loro primo bacio.

sabato 26 giugno 2010

Buon Compleanno, Paul!


Oggi compie 40 anni Paul Thomas Anderson, il più talentuoso e ambizioso regista che il cinema mondiale abbia offerto a partire dagli anni Novanta dello scorso secolo. Autore di alcune delle sequenze cinematograficamente più significative dell'ultimo decennio, Paul Thomas Anderson è cineasta raffinatissimo. Anche se dopo Il petroliere l'atteggiamento dei critici nei suoi confronti sembra sia cambiato piuttosto sensibilmente, l'impressione di fondo è che il regista statunitense sia tuttora parzialmente sottovalutato, soprattutto da certa critica italiana non ancora in grado di coglierne appieno la grandezza. A soli 40 anni è autore di almeno due capolavori (Magnolia e Il petroliere, appunto) e di due film straordinari (Boogie Nights e Ubriaco d'amore). Raramente nella storia del cinema si sono visti autori così giovani dirigere opere che prepotentemente ostentano una tale maturità: girare un film come Magnolia a 29 anni non è proprio uno scherzo. Anzi, è roba da fuoriclasse, da registi con una marcia in più.
Troppo frettolosamente etichettato da diversi critici come ambizioso e magniloquente fino all'eccesso, il nostro è, in particolar modo negli Stati Uniti, giustamente adorato dalla critica ma soprattutto dai colleghi e dagli addetti ai lavori: Stanley Kubrick lo volle conoscere di persona dopo essere stato ammaliato dall'esuberanza stilistico-narrativa di Boogie NightsWoody Allen fu colpito grandemente da Magnolia; Francis Ford Coppola considera Ubriaco d'amore uno dei film più innovativi degli ultimi anni (nel corso di una sua bella intervista rilasciata lo scorso anno a LA Weekly, lo ha definito senza troppi giri di parole “fresh”, “unique”, “a work of art”); Quentin Tarantino ha da poco pubblicamente esternato che lo considera il più grande “film-maker artist” in circolazione nel panorama nordamericano. A tal proposito ci sembra interessante far presente che proprio Tarantino, notoriamente conosciuto per la grandezza smisurata del suo ego, ha affermato di essere stato spinto dal collega ad alzare la posta in gioco in Bastardi senza gloria: “Se un paio di anni fa non fosse uscito Il petroliere, difficilmente avrei girato il mio nuovo film. Nessuno mi spinge a fare meglio, a migliorarmi, più del mio amico Paul”.

Ci sarebbe davvero molto da scrivere su questo cineasta straordinario e sul ruolo da lui svolto nella cinematografia statunitense contemporanea. Per ora, ci limitiamo a rimandarvi alle recensioni di Ubriaco d'amore e Il petroliere già presenti nel blog e a proporvi la nostra recensione (che trovate qui) di uno dei più importanti film degli ultimi 15 anni: Magnolia.

mercoledì 14 aprile 2010

"Manhattan" e quel malinconico amore per New York e per la Vita

Quando si pensa al cinema degli anni d'oro di Woody Allen (in particolare quello degli anni '70 e '80), la mente non può che soffermarsi sul suo appassionato, viscerale, genuino rapporto con New York, dove è nato, cresciuto e tuttora vive. È nella Grande Mela, infatti, che l'autore statunitense di origine ebrea ha girato alcuni dei suoi film più importanti e riusciti. Con l'uscita nelle sale del suo ultimo lavoro Basta che funzioni (Whatever Works il titolo originale), il quasi settantaquattrenne cineasta è tornato a parlare della sua adorata città natale dopo le ultime parentesi europee di Match Point, Scoop, Sogni e delitti e Vicky Cristina Barcelona.

Parlando del rapporto simbiotico tra Allen e New York è impossibile non soffermarsi su una delle pellicole maggiormente significative della sua filmografia, quel Manhattan del 1979 che si pone ancora oggi come la sua più esplicita dichiarazione d'amore (a tratti fortemente malinconica) a New York, nonché come una delle prove più convincenti della propria carriera, tanto dal punto di vista della costruzione dei dialoghi e della sceneggiatura, da sempre autentico cavallo di battaglia di Allen, quanto da quello della messa in scena.
Isaac è un noto autore comico del piccolo schermo che ha in cantiere un romanzo dalla forte matrice autobiografica. Viene da due matrimoni rivelatisi dei tragici fallimenti e al momento ha un'inconsueta relazione con una diciassettenne che sogna di fare l'attrice. Quando però il suo amico Yale, sposato da molti anni, decide di chiudere la storia con l'attraente amante Mary (Diane Keaton), Isaac se ne innamorerà perdutamente riuscendo naturalmente a complicarsi ulteriormente la vita.
Allen, da molti definito come un intellettuale prestato al cinema, non si nasconde e scopre subito le carte. Il bellissimo breve prologo del film è composto da una serie di inquadrature fisse, dei dettagli, delle suggestive cartoline in movimento della Grande Mela: si vedono grattacieli che svettano fieramente nei cieli, strade e vicoli affollati, Broadway, Central Park, una Times Square brulicante di luci, fino ad uno skyline notturno con tanto di fuochi d'artificio. Dopo questo incipit fortemente contestualizzante inizia il vero e proprio film, all'interno del quale, come sempre, prendono vita quei tipici personaggi di stampo alleniano nevrotici, confusi e persi, che loro malgrado si cacciano in situazioni sentimentali complicate e dalle prospettive nebulose. Finendo poi per fare del male a se stessi e a chi li circonda.


Questa volta però, come era d'altronde avvenuto anche due anni prima con Io e Annie, il regista newyorchese, pur facendo ampiamente ricorso alla sua caratteristica verve e al proprio trascinante sarcasmo, vira decisamente verso il registro malinconico nell'analizzare il rapporto di coppia da una prospettiva introspettiva e psicoanalitica. Parafrasando il titolo del film collettaneo girato nel 1989 dallo stesso Allen insieme a Scorsese e Coppola, in Manhattan ci vengono presentate delle semplici new york stories dalle quali, sullo sfondo di una città di cui con forza si decantano bellezza e unicità, emerge un'umanità che non sa smettere di ingarbugliarsi nei più svariati modi l'esistenza. E che, come dice in conclusione il protagonista Isaac con malinconica ironia e in un momento di pressante sconforto, “si crea costantemente dei problemi veramente inutili e nevrotici perché questo le impedisce di occuparsi dei più insolubili e terrificanti problemi universali”.
Come si accennava in precedenza, Manhattan è anche una delle opere alleniane più interessanti dal punto di vista stilistico e della messa in scena, essendo un film davvero intrigante e ammaliante anche solo sul piano estetico. Come non citare, a tal proposito, lo straordinario uso del bianco e nero (eccellente il lavoro del direttore della fotografia Gordon Willis) che permette al cineasta di giocare in modo particolarmente efficace con il contrasto chiaroscurale dato dall'alternanza di luci ed ombre. Molto ispirata è poi la sequenza che segna la nascita del coinvolgimento tra Isaac e Mary, bizzarramente ambientata all'interno di un planetario in cui i due capitano casualmente per ripararsi da un vigoroso acquazzone: facendo una passeggiata lungo il sistema solare, impareranno a stimarsi vicendevolmente e forse ad iniziare ad amarsi. In questo contesto non si può non fare anche un breve cenno ai meravigliosi carrelli “a precedere” con cui vengono riprese le numerose camminate per i marciapiedi e per le strade newyorchesi dei vari personaggi, che con il loro movimento fluido assecondano in maniera mirabile la verbosità irrefrenabile e inquieta dei protagonisti del film.
Definita felicemente da Mereghetti nel suo Dizionario dei film come “una commedia nevrotico-crepuscolare”, l'opera colpisce in realtà anche per come si presenta gravida di passione, oltre naturalmente che per New York, per la vita nel suo complesso. Nonostante spesso faccia male, sembra dirci in fin dei conti Allen, la vita è comunque un qualcosa che vale decisamente la pena di essere vissuta. Con slancio, partecipazione e consapevolezza degli inevitabili e periodici alti e bassi.

Articolo precedentemente pubblicato su www.moviesushi.it