giovedì 10 febbraio 2011

"Vicky Cristina Barcelona" di Woody Allen


Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson), rispettivamente studentessa universitaria specializzanda sull’identità catalana e aspirante regista amante di ogni tipo di forma artistica, sono due attraenti amiche che si recano per una vacanza estiva a Barcellona, desiderose di conoscere l’architettura e l’arte della città spagnola.
Qui, pur avendo idee completamente opposte sull’amore e sul rapporto di coppia, finiscono entrambe per farsi coinvolgere dall’affascinante pittore Juan Antonio (Javier Bardem). Cristina è libera, ma Vicky deve sposarsi a breve: la situazione si complica ulteriormente con il ritorno della passionale, seducente, emotivamente instabile e paranoica ex moglie dell’artista spagnolo, Maria Elena (Penelope Cruz), che porterà ad un intenso ménage à trois tra tre dei quattro protagonisti.


Ciò che più di ogni altra cosa rende Vicky Cristina Barcelona un film riuscito è la sceneggiatura (da sempre cavallo di battaglia di Woody Allen), composta da dialoghi brillanti e molto ben costruiti che coinvolgono fin da subito lo spettatore, delineando i personaggi con un brio ed un'ironia trascinanti. Ironia come veicolo, però, di una costante e strisciante riflessione, profondamente malinconica, sulla natura degli esseri umani e in particolare del rapporto che lega questi ultimi al sentimento amoroso. Pur essendo presente fin dall’inizio (si pensi anche solo al tono scanzonato e giocoso con cui il narratore esterno presenta tutte le vicende), il registro ironico diviene davvero preponderante nel momento in cui entra in scena Maria Elena, a metà circa del film. Penelope Cruz (vincitrice per questo ruolo dell’Oscar come miglior attrice non protagonista) è infatti protagonista in compagnia di Javier Bardem di sequenze davvero esilaranti, con le quali il regista si diverte nel mettere in luce le difficoltà e le idiosincrasie che presenta il loro appassionato e quantomeno bizzarro rapporto.


Gli attori principali offrono delle prove molto convincenti ed è palpabile il coinvolgimento con cui  hanno contribuito alla realizzazione della pellicola, che riscatta Woody Allen dopo il passo falso di Sogni e delitti, fredda riproposizione in chiave grottesca dei medesimi temi del lucido, disincantato, memorabile Match Point (indubbiamente il suo lavoro più ispirato degli ultimi dieci anni). Da segnalare sinteticamente, in coda, l’efficacia del finale “sospeso” e il breve, ma molto suggestivo, gioco di dissolvenze sui primi piani di Bardem e della Hall a precedere il loro primo bacio.

mercoledì 9 febbraio 2011

"L'uomo che fissa le capre" di Grant Heslov


Sceneggiatore a quattro mani con George Clooney dell’impeccabile script di Good Night, and Good Luck, Grant Heslov questa volta ci prova come regista, dirigendo nel suo gradevole L’uomo che fissa le capre un cast di tutto rispetto: oltre all’amico Clooney, Ewan McGregor, Kevin Spacey e Jeff Bridges.
Il film è una presa in giro, a tratti persino demenziale, dei presunti tentativi che il governo statunitense avrebbe in passato attuato per cercare di sfruttare il paranormale al fine di combattere i nemici. Bob Wilton, giornalista alla ricerca di un grande scoop che possa imporlo nel suo ambiente lavorativo, si imbatte in un uomo che gli rivela di aver partecipato, nel periodo successivo alla guerra del Vietnam, ad uno speciale programma militare in cui si cercava di sviluppare le capacità psichiche dei soldati. Con tanto di addestramento a tecniche psicologiche di dissuasione alla Luke Skywalker di Guerre Stellari (i soldati sottoposti a questo tipo di esperimenti vengono soprannominati jedi soldiers!). Da qui parte la sua inchiesta su questa incredibile storia, affollata di persone bizzarre e stravaganti, sempre in bilico tra pseudo-superpoteri e follia.


Il riferimento alla disponibilità del governo statunitense a provarle tutte pur di sconfiggere il nemico è chiaro, e dunque, al di là dei progetti legati al potenziamento di abilità paranormali, la mente dello spettatore non può che andare a quei feroci metodi di tortura adottati in Iraq durante l’amministrazione Bush, resi illegali da Obama poco dopo il proprio insediamento. Lo sceneggiatore è Peter Straughan, lo stesso di Star System, pellicola satirica sul mondo del giornalismo cinematografico in cui trovate davvero esilaranti si alternavano a delle pause troppo lunghe. Anche se in alcuni momenti l’intensità comica cala e, soprattutto nella seconda parte, perde abbastanza vistosamente in brillantezza e smalto, l’esordio di Heslov è comunque da considerarsi un lavoro piacevole, che fila piuttosto liscio per la sua ora e mezza di durata.


Davvero spassosi alcuni duetti Clooney-McGregor e un paio di sequenze con un grande Jeff Bridges, che tra l’altro si faceva notare per la sua straordinaria maschera comica anche nel già citato Star System. Un rammarico: vista la trama, il film avrebbe potuto essere ancor più interessante se avesse deciso di graffiare davvero. Rischiando un po’ di più: optando per l’irriverenza. 

martedì 8 febbraio 2011

"In amore niente regole" di George Clooney


Proprio in questi giorni sta girando il suo nuovo film da regista, che mostrerà la corruzione del mondo politico nordamericano e si avvarrà di un cast eccezionale: oltre a Clooney stesso, partecipano infatti al progetto Ryan Gosling, Paul Giamatti, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei e Philip Seymour Hoffman. The Ides of March dovrebbe essere distribuito nelle sale americane e italiane nel 2012 e, tra i film attualmente in produzione, è sicuramente uno dei più attesi. Intanto, ci fa piacere ricordare l’ultima fatica dietro la macchina da presa di George Clooney, In amore niente regole (spregevole traduzione italiana del titolo originale Leatherheads), una riuscita commedia ironico-sentimentale, godibile e spassosa, ambientata nel mondo del football americano.
Siamo nella metà degli anni Venti, periodo in cui cominciavano timidamente a svilupparsi le basi per una forma professionistica di questo sport, affermatasi poi nel decennio successivo cavalcando l’onda del boom economico. Dodge (Clooney) è un buon giocatore di football che ha la grande intuizione di mettere sotto contratto per la propria squadra Carter Rutheford (Krasinski), il più forte giocatore d’America nonché eroe di guerra e vero e proprio mito nazionale, destinato inevitabilmente a riempire tutti gli stadi del paese. Sul suo passato nella Grande Guerra, però, comincerà ad indagare l’attraente e capace giornalista Lexie (Zellweger).


Il film del 2008, come si sarà già intuito, ha poco a che fare con le prime due regie del divo hollywoodiano (le estremamente interessanti Confessioni di una mente pericolosa e Good Night, and Good Luck), pellicole esplicitamente “impegnate”, profonde ed intense: Leatherheads – letteralmente “teste di cuoio”, che si riferisce ai caschi portati dai primi giocatori di football americano – si propone infatti come un brillante e delizioso divertissement, una piacevole e scanzonata escursione nella commedia romantica e sofisticata. Alcuni scambi tra George Clooney e Renée Zellweger rimandano piuttosto chiaramente proprio alle sophisticated comedies della Hollywood degli anni d’oro, ed in particolare a quelle di Capra ed Hawks; e non è difficile immaginare che i due attori per questa pellicola si siano ispirati alla celebre coppia cinematografica composta da Cary Grant e Katharine Hepburn. Clooney è molto abile nell’ innestare, all’interno di questo contesto deliberatamente spensierato e gaio, una riflessione costante e per nulla banale sulla natura ineluttabilmente mendace dell’iconismo e del divismo, mostrando come i grandi eroi nazional-popolari siano spesso creati, o meglio costruiti, sulla menzogna per fini strumentali e opportunistici (in questo caso non può che venire in mente il discorso centrale alla base di Flags of our fathers di Clint Eastwood). L’interpretazione della Zellweger è molto convincente, così come quella di Clooney, che conferisce con ironia tutto il suo carisma al personaggio, forse però caricandolo un po’ troppo in alcuni frangenti. Buona la sceneggiatura degli esordienti Brantley e Reilly.

mercoledì 2 febbraio 2011

Considerazioni sul trailer di "The Tree of Life" di Terrence Malick


È sul web da un mese e mezzo circa l’ammaliante trailer dell’attesissima opera di Terrence Malick, The Tree of Life. Di questo film se ne parla da anni: lungamente cullato dal pensoso regista nordamericano (sono sinora uscite al cinema sole quattro sue pellicole in 37 anni), inizialmente sarebbe dovuto essere presente allo scorso festival di Cannes (maggio 2010). Poi si è parlato della possibilità che partecipasse al concorso veneziano (settembre 2010), ma ancora una volta non c’è stato nulla da fare. Sembra infatti che il suo noto maniacale perfezionismo abbia portato il sessantottenne regista statunitense a passare mesi e mesi in sala di montaggio, rimandando l’uscita del film fino al prossimo maggio 2011 (quando uscirà in contemporanea anche in Italia dopo essere stato presentato, con ogni probabilità, al prossimo festival di Cannes).
Ad inizio 2010 suscitarono grande curiosità i rumors secondo i quali la pellicola si sarebbe aperta con una lunga sequenza in computer grafica rappresentante l’esplosione del Big Bang e la successiva nascita delle prime forme di vita, tra cui i dinosauri. In un secondo momento si ipotizzò che questa non sarebbe stata la prima sequenza del film, bensì un materiale da utilizzare per un documentario di Malick sulla nascita dell’universo, da far uscire nel circuito IMAX in concomitanza con The Tree of Life. Ipotesi, questa, che poi non è stata più ripresa, non avendo trovato alcun tipo di conferma.    
Insomma, si è davvero detto ed immaginato molto su questo progetto di Malick. Da quello che si può intendere dal trailer e secondo alcune delle indiscrezioni più attendibili, sappiamo che il film si incentrerà sulla famiglia O’Brien, dove la madre (Jessica Chastain) e il padre (Brad Pitt) di Jack hanno due approcci completamente differenti all’educazione del figlio. Poi si dovrebbe passare a raccontare la storia di Jack da grande (Sean Penn). Oppure, la storia della famiglia potrebbe essere una parentesi a mo’ di flashback del presente di Sean Penn. Il tutto, poi, dovrebbe in qualche modo essere ricollegato alle dinamiche che regolano l’universo. Anche se non v’è traccia di dinosauri o dell’esplosione che diede origine al cosmo, infatti, nel trailer sono presenti alcune immagini estremamente affascinanti dello spazio e dell’universo.
Quindi, ricapitolando, con The Tree of Life dovremmo avere a che fare con la storia di una famiglia del Midwest degli anni cinquanta del Novecento e la successiva storia di uno dei tre figli della famiglia O'Brien da grande. Sullo sfondo, forse, la nascita e magari l'ipotetica fine del cosmo.


Di rado un trailer è stato in grado di smuovere i sentimenti di chi lo guarda in questo modo. Ogni inquadratura è un’autentica opera d’arte e il flusso delle immagini che ne scaturisce (stupefacenti, tra l'altro, sono i movimenti della macchina da presa) si fondono con la musica di sottofondo e le poche parole che si odono dei diversi personaggi in una commistione che tocca straordinarie vette di liricità. Siamo di fronte, dunque, a della pura poesia per immagini. Da quel poco che si può vedere (è pur sempre un trailer), poi, Brad Pitt è molto convincente nei panni del padre duro e rigoroso e, non soffermandoci sul sempre inteso Sean Penn, la poco conosciuta Jessica Chastain sembra dimostrarsi un’attrice di grande talento.
Nonostante il fitto alone di mistero che tuttora circonda l’opera di Malick, una cosa siamo in grado di dirla con certezza: se il film sarà in grado di mantenere le promesse del trailer tanto sul piano dell’ambizione narrativa quanto su quello esclusivamente estetico-visivo, il prossimo 27 maggio ci sarà da rimanere a bocca aperta. 
Ma ora godetevi il trailer, subito dopo il quale troverete la traduzione delle poetiche parole che pronunciano i diversi personaggi.
       

Jessica Chastain (Mrs. O’Brien): “Ci sono due modi di attraversare la vita: la via della natura e la via della grazia. Dovrai decidere quale seguire”; 
“Sarai cresciuto prima che quell’albero diventi alto”.

Brad Pitt (Mr. O’Brien): “Serve una gran forza di volontà per andare avanti in questo mondo”; 
“Avanti colpiscimi, colpiscimi. Forza, figlio!”

Jessica Chastain (Mrs. O’Brien): “È spaventato da te. Tu ti aspetti da lui delle cose che solamente un adulto potrebbe fare”.

Brad Pitt (Mr. O’Brien): “Io ho sempre solo voluto che tu fossi forte, che fossi l’uomo di te stesso.”

Jack da piccolo: “Padre, madre, lotterete sempre dentro di me. Sempre lo farete”.

Jack da grande (Sean Penn): “Un giorno cadremo e piangeremo ...  e capiremo tutto, ogni cosa”; 
“Guidaci verso la fine del tempo”.

Jessica Chastain (Mrs. O’Brien): “A meno che non ami, la tua vita passerà in un attimo”.

domenica 30 gennaio 2011

"The Green Hornet" di Michel Gondry


Era senza dubbio uno dei film più attesi dell’inizio di questo nuovo anno, The Green Hornet. La curiosità circa l’apporto che Michel Gondry, fra i cineasti più visionari degli ultimi anni, avrebbe potuto dare alla causa di un blockbuster in 3D da 120 milioni di dollari dedicato al prototipo dei supereroi mascherati transmediali, nato nel 1936 per la radio e poi sviluppatosi nelle successive decadi tra televisione, cinema e fumetto, era infatti davvero molta. 
Costato poco meno del triplo di tutta la precedente filmografia di Gondry, The Green Hornet racconta la storia del fannullone Britt (Seth Rogen), unico figlio del magnate James Reid che alla morte del padre eredita l’imponente impero mediatico familiare. Incompetente e completamente inadeguato al prestigioso ruolo che si ritrova improvvisamente a ricoprire, il nostro con l’aiuto del misterioso Kato, ex meccanico personale del padre dalle molteplici e insospettabili abilità, diventa una sorta di supereroe sfigato e incapace, mosso dalla voglia di divertirsi combinando guai più che da solidi principi etico-morali.
Coadiuvato dalla sceneggiatura firmata dalla coppia formata da Seth Rogen e Evan Goldberg (la stessa degli scripts di Suxbad e Strafumati), Gondry va forse nell’unica direzione che gli era possibile percorrere in questo particolare contesto. Decide di non prendersi affatto sul serio: gioca con gli stereotipi del classico superhero-movie dilettandosi nel ribaltarli costantemente e spingendo con forza sul registro parodistico. Gondry è pur sempre Gondry, insomma, e non avrebbe certo potuto portare avanti un’operazione alla Nolan. Il risultato complessivo è un film divertente, a tratti persino esilarante, che scorre piacevolmente senza avere alcuna caduta di ritmo per le sue due ore di durata. Tra una serie di riusciti passaggi comici, è d’obbligo citare perlomeno la spassosissima sequenza di apertura che vede protagonisti il boss della malavita losangelina Benjamin Chudnofsky (l’irresistibile Cristoph Waltz nei panni del personaggio di gran lunga più interessante del film) e l’irrispettoso neocriminale James Franco.


Del Gondry cui eravamo abituati non c’è però quasi traccia, anche se il suo personale tocco si palesa felicemente in qualche momento particolarmente inventivo (la sequenza degli split-screens che si generano l’uno dall’altro o l’animazione che verso la fine del film mostra il ragionamento in progress di Britt Reid/Seth Rogen) e nel ricorso alle musiche rock dei Rolling Stones, dei White Stripes o di Johnny Cash. È inutile negare, ad ogni modo, che da un ingegnoso sperimentatore come il cineasta transalpino, anche in un ambito squisitamente commerciale come questo, era lecito aspettarsi molto di più sul piano visivo. Chi sperava in una messa in scena fantasiosa che desse nuova linfa all’estetica tipica del film di supereroi rimarrà deluso. E anche parecchio.


Altra nota dolente riguarda poi l’uso del 3D, molto scolastico e che non aggiunge praticamente nulla alle possibilità espressive di The Green Hornet. Da questo punto di vista, l’immersivo e visivamente affascinante Tron: Legacy (uscito lo scorso 29 dicembre) appartiene davvero ad un’altra categoria. La sensazione è che Gondry sia rimasto intrappolato nelle strette maglie del più classico dei film su commissione senza trovare la giusta via per imporre il proprio sguardo autoriale. Ammesso che abbia realmente sentito l’esigenza di farlo. 
A questo punto non resta che augurarsi che grazie a questo frivolo divertissement, poco più che un atipico, frizzante pop-corn movie privo di qualsivoglia pretesa artistica, il regista di Versailles riesca nell’immediato futuro ad avere carta bianca per progetti personali che siano in continuità con la propria immaginifica poetica estetica. Anche se, a ben vedere, il finora modesto risultato al botteghino statunitense (70 milioni di dollari a 15 giorni dall’uscita) potrebbe non fargli conquistare un credito di rilievo all’interno del sistema degli Studios.

mercoledì 26 gennaio 2011

Steven Soderbergh: un buon mestierante con velleità d'autore


Il curioso caso di Steven Soderbergh. Prendendo in prestito il titolo del sopravvalutato film di David Fincher uscito da noi nel 2009, ci sembra che sia possibile rendere nel migliore dei modi, con sintetica efficacia, l'ambiguità della figura del regista nato ad Atlanta nel 1963. Il nostro vuole essere un tentativo di comprendere la personalità e lo spessore artistico (più o meno sostanzioso, a seconda dei punti di vista) di un cineasta per molteplici aspetti davvero curioso, di difficile catalogazione e, in generale, decifrabile con fatica.
Uscito inaspettatamente dal festival di Cannes del 1989 come il grande trionfatore con la sua opera prima Sesso, bugie e videotape (Palma d'oro per il miglior film e premio per il miglior attore a James Spader), viene subito salutato dalla critica come l'enfant prodige del cinema indipendente statunitense. Pochi soldi, mezzi tecnici esigui, tante belle idee: Soderbergh riesce a conquistare il cuore del presidente della giuria Wim Wenders e al contempo ad attirare su di sé, di lì a poco, l'attenzione di addetti ai lavori e appassionati cinefili. Davvero niente male per un ventiseienne al suo primo film. Questo dolente affresco di una provincia americana in cui la quotidianità corrode e le persone sono accomunate dall’essere sole, insoddisfatte e con diversi problemi nei rapporti interpersonali, carica molto le aspettative della critica. La curiosità di vedere i prossimi passi di Soderbergh, a questo punto, è davvero molta. Fatto sta che per sette anni buoni il nostro non ne azzecca più una: Delitti e segreti (1991), Piccolo grande Aaron (1993), Torbide Ossessioni (1996), Schizopolis (1997) sono per differenti motivi, e in varie misure, dei flop artistici ancor prima che commerciali.


Poi l'inaspettata rinascita, con Hollywood; e più precisamente con un film sofisticatamente mainstream come Out of Sight (1998), dove la storia del coinvolgimento amoroso tra un affascinante rapinatore di banche (George Clooney) e una sexy e tenace agente di polizia (una Jennifer Lopez in uno dei pochi ruoli degni di nota della sua carriera cinematografica) viene confezionata con gran classe, avvincente ironia ed uno stile cool quanto basta per catturare il pubblico giovanile.
Soderbergh sembra aver trovato all'interno dell'industria hollywoodiana la propria dimensione, certo molto lontana dallo statuto di “autore indipendente” che gli era stato attribuito fin troppo frettolosamente in seguito al suo sorprendente esordio. Sulla stessa lunghezza d'onda di Out of Sight si muove il primo capitolo della trilogia su Ocean e la sua banda di ladri gentiluomini, Ocean's Eleven (2001). Il remake di Colpo Grosso è infatti un frizzante e divertente tentativo (in buona parte riuscito) di riunire una serie sterminata di star di grosso calibro all'interno di una pellicola senza pretese, con l'intento di intrattenere in modo elegante puntando dichiaratamente quasi tutto sul carisma degli interpreti (George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts, Matt Damon, Andy Garcia, tutti in un colpo solo). Se il primo esperimento risulta gradevole, il secondo capitolo (Ocean's Twelve, 2004) è sterilmente contorto nella struttura, stordisce lo spettatore a suon di colpi di scena di discutibile interesse ed indugia eccessivamente su vezzi e smorfie delle star. Con Ocean's 13 (2007), che può contare persino sulla presenza di Al Pacino, la musica cambia e si torna ai livelli di Ocean's Eleven.


Oltre ad essere in grado di dirigere prodotti leggeri e scanzonati gestendo con abilità attori di prim'ordine, però, nel frattempo Soderbergh ha dimostrato anche di poter dare vita con eguale forza a pellicole in cui l'impegno sociale ha un peso decisivo, nonostante coesista immancabilmente con le esigenze di Hollywood. Si pensi a Erin Brockovich o a Traffic (entrambi del 2000). Il primo racconta  la vera storia (naturalmente romanzata) della donna che dà il titolo al film, la quale, sola, disoccupata e con tre figli a carico, finisce per divenire una paladina dei diritti civili dopo aver iniziato un po' per caso a lavorare come assistente in uno studio legale; il secondo affronta il tema della piaga della droga che dal Messico giunge agli Stati Uniti, mostrando la corruzione di polizia e politica da una parte e dall'altra della dogana. I due film sono opere solide che emozionano, commuovono, fanno riflettere sulla società americana di oggi. Ma sono anche piuttosto evidentemente costruite per piacere ad un pubblico vasto e ai membri dell'Academy, lasciando di conseguenza un po’ a desiderare in quanto a profondità. I risultati a tal proposito parlano da sé: entrambe le pellicole superano i 120 milioni di dollari solo al botteghino americano, Julia Roberts vince l'Oscar come miglior attrice per Erin Brockovich, mentre Traffic porta a casa addirittura quattro statuette, fruttando il premio per miglior regia a Soderbergh e per il miglior attore non protagonista a Benicio Del Toro.


Arrivati a questo punto, sembrerebbe di aver definitivamente decifrato la figura di Steven Soderbergh. Eppure, il regista dopo Ocean's Eleven stupisce ancora. A partire dal 2001, infatti, prende corpo la sua ormai celebre tattica: vale a dire l'utilizzo della assai remunerativa saga di Ocean per finanziarsi progetti personali, sulla carta anche piuttosto rischiosi, alcuni dei quali molto più vicini allo spirito indipendente del suo esordio. Così Ocean's Eleven porta a Full Frontal e Solaris (ambedue del 2002), Ocean's Twelve è il preludio a Bubble (2006) e Intrigo a Berlino (2007), Ocean's 13 è la premessa economicamente necessaria al deludente film-fiume su Che Guevara,  presentato nella sua versione integrale al festival di Cannes del 2008 e poi distribuito in tutto il mondo diviso in due parti (Che – L'argentino e Che – Guerriglia).
Ad eccezione di Bubble opera molto interessante, girata interamente in digitale nell'arco di due sole settimane e che si avvale di attori non professionisti ricollegandosi a Sesso, bugie e videotape per come riesce a rappresentare una società che sta agli antipodi del Mito e dell'American way of life gli altri lavori sono una grossa delusione. Alla luce di questi ultimi anni, la sensazione che si ha è che nel momento in cui Soderbergh decide di alzare veramente il tiro, il più delle volte prende degli abbagli, non riuscendo a gestire col talento la misura delle proprie ambizioni. In Full Frontal tenta di rifarsi alla tradizione meta-cinematografica dei maestri del cinema europeo (Godard in primis), ma il risultato è solo a tratti affascinante, disvelando alla lunga la propria pochezza. È poi un mistero il motivo per il quale abbia deciso di rifare, ovviamente banalizzandolo, il capolavoro di Tarkovskij del 1972, così come colpisce l'inutilità di quel mal riuscito omaggio al cinema classico hollywoodiano degli anni quaranta che è Intrigo a Berlino.


Ora, il film su Che Guevara sembrava la giusta occasione per il grande riscatto, ma il troppo rispetto per la figura di Guevara ha finito per paralizzare Soderbergh, il quale nel condivisibile tentativo di rendere la figura del rivoluzionario e la sua guerra di liberazione nel modo meno epico e più anti-spettacolare possibile, rimane imprigionato all'interno di una struttura piatta, fredda, totalmente priva di sussulti.
Per chi scrive, Soderbergh sembra ormai rivelarsi, a vent'anni dal suo esordio, come uno dei registi più sopravvalutati e discontinui del panorama statunitense, e probabilmente sarebbe per lui un bene se prendesse definitivamente atto di  essere, quando vuole, un buon, a volte anche un ottimo, mestierante. Niente di più, niente di meno.

Articolo pubblicato nel numero 14 di Cinem'Art (Maggio 2009)

martedì 25 gennaio 2011

"Kill Bill: volume 1" di Quentin Tarantino

  

Litri di sangue che allagano il set fino a colpire la macchina da presa e a “impallare” il punto di vista dello spettatore come fossimo in un cruento videogame, tanta azione, nessun momento riflessivo e, strano a dirsi per un film di Quentin Tarantino, poche parole (l'intera seconda parte del film è  dedicata alla lotta di Black Mamba/Uma Thurman contro il boss della Yakuza Lucy Liu e il suo temibile entourage). Delle lunghe e davvero ben scritte chiacchierate tra i personaggi de Le Iene, Pulp Fiction o Jackie Brown, con tanto di dissertazioni surreali su hamburger, dischi musicali e cultura pop in generale, rimane ben poco. Non mancherà comunque l'occasione per il riscatto, da questo punto di vista, nel volume 2 di Kill Bill: chi non ricorda infatti il discorso di Bill a Black Mamba sulla differente filosofia alla base di Superman e Spiderman?
In Kill Bill vol. 1, il primo episodio di un dittico che il regista avrebbe voluto presentare nelle sale in un unico film, Tarantino si diverte a giocare con molte delle possibilità espressive offerte dal cinema (passaggio dal bianco e nero al colore, uso dello split-screen o delle figure umane come silhouettes, ricorso ad un inserto animato). L'obiettivo dichiarato, come ci sembra sia in tutto il resto del suo cinema, è quello di divertire e divertirsi senza tante pretese, offrendo una gamma sterminata di suggestive soluzioni visive che non possono non ammaliare anche lo spettatore più scettico. La semplice storia della vendetta di una Uma Thurman miracolosamente scampata ad uno sterminio in cui sono stati uccisi, nel giorno delle prove del suo matrimonio, sposo e tutti gli invitati, è raccontata con un gusto estetico eccitante e fuori dal comune. Chi cerca in Tarantino qualcosa che vada oltre la forma e la potente rielaborazione personale di un certo cinema, probabilmente non ha capito bene con che regista ha a che fare. Ma in fondo ci va già più che bene così.

Articolo pubblicato su moviesushi

lunedì 24 gennaio 2011

"Grindhouse - A prova di morte" di Quentin Tarantino


Cinema allo stato puro e adrenalico nel senso nobile del termine, Grindhouse – A prova di morte è una vera e propria gioia per gli occhi. Appassionato e ludico omaggio ai film di serie Z degli anni '70 proiettati nelle sale di infima categoria che Tarantino ha frequentato sin da piccolo, il film è un esemplare saggio di regia. In fin dei conti per un'ora e tre quarti succede poco o nulla: due gruppi di ragazze, uno del Texas e l'altro del Tennessee, si imbattono nel bizzarro e diabolico Stuntman Mike (Kurt Russell), ex controfigura di serie televisive di bassa lega che passa con disinvoltura la propria vita ad uccidere bellezze incontrate nei più svariati luoghi degli Stati Uniti. Nel mezzo parole, parole e ancora parole in frenetici discorsi tra giovani donne disinibite che parlano di sesso, uomini e cinema (film grindhouse di culto come Zozza Mary, pazzo Gary o Punto Zero).
Eppure Quentin Tarantino riesce a rendere tutto questo un'esperienza unica, ricorrendo ad uno stile di regia movimentato e sensuale e ad una colonna sonora come al solito straordinariamente cool. Lo spettatore viene scaraventato dentro il film sin dal primo minuto e inserito con forza all'interno di una molteplicità di citazioni e personali ossessioni tarantiniane (vedi ad esempio il feticismo per i piedi femminili).


I dubbi sul senso generale dell'operazione è anche legittimo che sorgano, fatto sta che Tarantino continua a dimostrare film dopo film di essere un fuoriclasse della macchina da presa, riuscendo a padroneggiare il mezzo filmico come solo Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il Petroliere) e Darren Aronofsky (Requiem for a Dream, Black Swan) hanno negli ultimi quindici anni dimostrato di saper fare nel contesto statunitense. Almeno due sequenze da antologia: lo striptease mozzafiato che Vanessa Ferlito concede a Kurt Russell e l'inseguimento in macchina finale.

Articolo pubblicato su moviesushi