venerdì 18 febbraio 2011

Un fine settimana per chi ama il grande cinema: le uscite del 18 febbraio


Questo fine settimana ci sarà davvero l'imbarazzo della scelta nei cinema italiani. Oggi infatti usciranno contemporaneamente tre tra i film più interessanti che ho visto negli ultimi mesi. Prima di tutto il coinvolgente e cupo Il cigno nero, di cui ho scritto qui all'epoca della proiezione al festival di Venezia in un articolo che proponeva anche una sintetica riflessione su Somewhere di Sofia Coppola e alcuni dei principali giovani autori del cinema americano contemporaneo.
Oltre alla pellicola di Darren Aronofsky, usciranno altri due film da non perdere: lo struggente e formalmente impeccabile Un gelido inverno di Debra Granik con una straordinaria Jennifer Lawrence (la recensione la trovate cliccando qui o qualche post più sotto di questo) e il pluricandidato agli Oscar Il Grinta dei fratelli Coen. Un buon film quest'ultimo, che si inserisce pienamente nell'universo cinematografico dei Coen (sul piano tematico le similitudini con Fargo ad esempio, pur essendo Il Grinta ambientato nel Far West, non sono poche) e che fa leva su una grande interpretazione di Jeff Bridges, una fotografia eccellente di Roger Deakins e su alcune sequenze bellissime (su tutte, senza volervi anticipare nulla, quella notturna della corsa a cavallo con protagonisti Bridges e la quattordicenne Hailee Steinfeld, meritatamente candidata all'Oscar). 

 

Purtroppo non avrò tempo, almeno oggi, di proporvi la mia recensione de Il Grinta, intanto però vi consiglio di andarlo a vedere, ma al contempo di non perdere Il cigno nero e Un gelido inverno. Restate alla larga, invece, dal melenso e sconclusionato Il padre e lo straniero.

giovedì 17 febbraio 2011

"Terminator" di James Cameron


È un film simbolo del cinema fantascientifico d'azione degli anni ottanta e alcune delle sue sequenze sono entrate nell'immaginario collettivo di quegli anni, coinvolgendo, grazie all'affermazione del mercato home-video e all'uscita del sequel nel 1994, anche tutta quella generazione di ragazzi e appassionati di cinema cresciuta negli anni novanta.
Quando arriva Terminator (1984), siamo a pochi anni da Guerre Stellari (1977), Alien (1979), Blade Runner e La Cosa (entrambi del 1982). La fantascienza “d'autore”, forse anche con una certa sorpresa da parte di chi l'ha finanziata, sta avendo un successo straordinario (non a caso da tutti questi film nascerà una saga). Il pubblico internazionale comincia a fantasticare su galassie lontane, alieni mostruosi e letali talora dall'aspetto cangiante e androidi che somigliano in tutto e per tutto a uomini. Distanziandosi dall'approccio “fiabesco” del film di Lucas e facendo invece  proprie, con una tendenza più esplicitamente apocalittica, le atmosfere cupe e tenebrose di Alien, Blade Runner e La Cosa, Terminator presenta un personaggio antagonista piuttosto originale. Certo, l'ispirazione agli androidi del film di Ridley Scott del 1982 e del romanzo di Philip Dick è evidente e non può essere elusa, ma è anche vero che un sofisticato e spietato cyborg-killer di acciaio proveniente dal futuro e ricoperto da pelle, sangue e capelli come fosse un uomo, non si era ancora mai visto.     


In un futuro molto prossimo, una guerra nucleare scatenata da un sistema di computer per la difesa  all'avanguardia distrugge il pianeta Terra per come oggi lo conosciamo. Questo sofisticatissimo network informatico è evoluto a tal punto da ribellarsi agli esseri umani che lo hanno creato, arrivando persino a vedere in loro degli ostacoli per la propria sopravvivenza (il riferimento all'intelligenza artificiale è chiaro e la mente va immediatamente all'HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio). Con il tempo, però, gli umani sopravvissuti riescono a riorganizzarsi e iniziano a combattere proficuamente le macchine attraverso la guida del ribelle John Connor.
Nel 1984, anno in cui si svolgono le vicende diegetiche, viene inviato dal futuro un Terminator (Arnold Schwarzenegger) programmato per uccidere Sarah Connor (Linda Hamilton), la futura madre del capo dei ribelli, con l'obiettivo di spezzare la rivolta ancor prima che nasca. Allo scopo di proteggere la giovane donna, viene contemporaneamente mandato dai ribelli il soldato Kyle Reese (un Michael Biehn non più pervenuto in ruoli di una certa importanza), che ingaggerà con il Terminator un duello continuo e mozzafiato per tutto il film, all'insegna di una battaglia senza esclusione di colpi.


Al di là dell’annosa questione spazio-temporale legata alla possibilità di cambiare eventi futuri già avvenuti intervenendo sul passato (il viaggio nel tempo, infatti, presupporrebbe diverse dimensioni e nella migliore delle ipotesi andando indietro nel tempo si potrebbe intervenire su una sola di esse), il film è un action-movie fantascientifico appassionante e costruito con sapienza e senso del ritmo evidenti. La sequenza del combattimento finale con un Terminator davvero duro a morire è molto efficace, e si può facilmente comprendere il motivo per il quale abbia colpito molto gli spettatori dell'epoca. Ma dal punto di vista narrativo, è la prima mezz'ora che sorprende per come vengono presentati alternativamente con grande efficacia il ribelle e il Terminator che si preparano all'inevitabile scontro mentre vanno alla ricerca di Sarah.
Nonostante oggi appaiano inevitabilmente un po' datati alcuni di quegli stessi effetti speciali che  furono tanto esaltati all'epoca dell'uscita del film (si vedano in generale le poche sequenze ambientate nel futuro e, in particolare, i movimenti in alcune circostanze poco fluidi dello “scheletro” del Terminator), la pellicola di James Cameron rimane tuttora come una delle vette della  grande fantascienza cinematografica degli anni ottanta.

mercoledì 16 febbraio 2011

E! vi porta sul tappeto rosso dei prossimi Oscar


E!, Il canale 124 della piattaforma Sky dedicato al mondo dello spettacolo, a partire dalla mezzanotte del prossimo 27 febbraio seguirà in diretta la notte degli Oscar dal tappeto rosso del prestigioso Kodak Theatre di Los Angeles, con interviste esclusive alle star del cinema che si contenderanno da lì a breve le ambite statuette e a tutti i principali protagonisti della serata. Il tutto rigorosamente tradotto in italiano.
Per chi volesse immergersi sin d’ora nell’atmosfera ma da protagonista, E! sulla propria pagina di Facebook  propone un atipico e giocoso video interattivo che simula che la star che si prepara ad andare a sfilare sul red carpet siate proprio voi. Nel video qui sotto trovate qualche informazione a riguardo, con estratti di alcune delle immagini che vedrete nel video interattivo:


Il link a cui si deve andare per mettersi nei panni di una star, vivendo l’esperienza in soggettiva della preparazione alla sfilata sul tappeto rosso, con tanto di fan devote che vi aspettano, cartelloni con la vostra foto e staff a vostro completo servizio, è il seguente: eonline.com/ilmiotappetorosso.
Un doveroso avvertimento, però: per fare questo è necessario che diate il permesso di accesso alla pagina di E! ad alcuni dei vostri dati su Facebook, come accade quando si vuole usare qualsiasi applicazione presente sul social network fondato da Mark Zuckerberg. A voi la scelta.

Articolo sponsorizzato da E!

martedì 15 febbraio 2011

"Fargo" di Joel e Ethan Coen


Fargo esce nel 1996 ed è il film che consacra definitivamente i fratelli Coen (anche se dopo Arizona Junior, Crocevia della morte e soprattutto Barton Fink si erano già costruiti una solida fama nell'ambiente cinematografico), ottenendo un successo critico pressoché plebiscitario e vincendo il premio per la miglior regia al festival di Cannes e gli Oscar per la miglior sceneggiatura originale e per l'attrice protagonista (Frances McDormand). Proprio alla figura femminile interpretata dalla moglie di Joel è legato uno degli elementi di maggiore novità della pellicola: è infatti la prima volta nella storia del cinema che il detective protagonista del film (che tra l'altro entra in scena per la prima volta dopo mezz'ora) è una donna incinta.
Margie è vicina al momento del parto e si ritrova suo malgrado a indagare su un triplice omicidio avvenuto a Brainerd, Minnesota, che la porterà nel corso delle indagini fino a Minneapolis, in un negozio di macchine in cui lavora William H. Macy (che qui fornisce una delle migliori prove della sua interessante carriera).
Nel caso in cui qualche lettore non avesse ancora visto il film, preferiamo evitare di addentrarci nella trama, anche se poi questa risulta essere fondamentalmente poco più di un canovaccio, utile ai Coen per parlarci di quella perdita del senso dell'orientamento che per loro è in fondo la cifra del nostro agire collettivo in quanto esseri umani.


I personaggi che animano il film, ad eccezione della protagonista e forse solo di qualche altro personaggio secondario, sono tutti persi, rintronati, bizzarri e  rigorosamente parte integrante di quel costante sfondo spettrale che aleggia lungo l'arco dell'intera pellicola. In bilico tra tragedia e commedia, il film presenta dei dialoghi e dei momenti esilaranti (si vedano soprattutto a molte delle scene in cui è presente il personaggio di Steve Buscemi), eppure alla resa dei conti la componente tragica ha nel complesso un peso nettamente maggiore: la celebre ironia non-sense coeniana, infatti, non fa altro che acuire la sostanziale drammaticità di Fargo.
Nel corso dell’opera si fa sempre più strada, a poco a poco, una logica che rimanda a quella hobbesiana dell'homo homini lupus: ogni singolo individuo nel mondo tratteggiato dai Coen pensa egoisticamente a sé, non preoccupandosi minimamente se questo comporta calpestare la vita – o nel migliore dei casi la dignità – delle persone che lo circondano. In ogni caso, i due registi danno continuamente l'impressione di divertirsi nel decostruire il filone classico del  cinema investigativo  (in questo caso più il noir che il giallo) non solo dal punto di vista della contaminazione dei generi, ma anche e soprattutto stravolgendone il tradizionale incedere narrativo. Si pensi a questo proposito, a titolo esemplificativo, ai diversi testimoni che si perdono nel dare informazioni inutili alle autorità, incapaci di descrivere le persone che hanno visto e lasciandosi poi scappare per sbaglio un'informazione fondamentale; oppure ai fuggiaschi trovati per pura fatalità dalla polizia e non sulla base di un lucido ragionamento partito dagli indizi acquisiti nel corso delle indagini.


Doveroso accenno finale alla didascalia d'apertura in cui viene specificato che la storia cui stiamo per assistere è realmente accaduta (“[...] Su richiesta dei superstiti sono stati utilizzati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato”): naturalmente non è vero,  ma con tale espediente i Coen giocano con lo spettatore facendolo interrogare sulla supposta veridicità degli improbabili eventi raccontati.

lunedì 14 febbraio 2011

"Un gelido inverno" di Debra Granik


Sconosciuta al pubblico italiano, Debra Granik prima di questo piccolo potente film aveva girato un corto trionfatore al Sundance (Snake Feed, 1997) e un'acclamata pellicola indipendente con Vera Farmiga (Down to the Bone, 2004, vincitore del gran premio della giuria sempre al Sundance). Un gelido inverno è un intenso racconto agli antipodi dell’American Dream che narra della diciassettenne Ree (la sorprendente Jennifer Lawrence), costretta ad occuparsi dei due fratellini e della madre catatonica sullo sfondo di un Missouri sperduto e ostile. Il padre è assente. E quando scomparirà senza lasciare tracce, la ragazza dovrà impegnarsi in un’affannosa e pericolosa ricerca per evitare di perdere persino la casa ipotecata.
Struggente dramma sceneggiato in maniera impeccabile dalla stessa Granik insieme ad Anne Rosellini adattando l’omonimo romanzo di Daniel Woodrell, Un gelido inverno mette in scena con grande forza drammaturgica un’America profonda, violenta, disperata e affamata. Con un’unica via d’uscita: ricominciare dalla famiglia.
Dopo aver vinto il premio della giuria per il miglior film al Sundance qualche mese prima, l'opera della quarantacinquenne cineasta nordamericana ha trionfato meritatamente al Torino Film Festival, portandosi a casa anche il premio per la miglior interpretazione femminile della Lawrence (ex-aequo con Erica Rivas per Por Tu Colpa). Poche settimane fa ha ottenuto, a sorpresa, la candidatura a ben quattro premi Oscar (miglior film, sceneggiatura non originale, attrice protagonista per la Lawrence e attore non protagonista per John Hawkes). Insieme a Frozen River di Courtney Hunt (2008), una delle più belle sorprese del cinema indipendente americano degli ultimi anni: da vedere assolutamente.


domenica 13 febbraio 2011

"Star System" di Robert Weide


A corrente alternata. Forse nessun'altra definizione restituirebbe meglio il senso di questa commedia  romantico-satirica ambientata nel mondo della grande editoria statunitense e basata sul best-seller in cui l'autore Toby Young, ex giornalista inglese di Vanity Fair, descrive ironicamente le proprie disavventure come redattore della celebre rivista.
Il protagonista del film Sidney Young (Simon Pegg) dirige un'audace periodico britannico di spettacolo che si diverte a prendere in giro i grandi nomi dello show-business. Squattrinato ma animato da una forte passione per il proprio lavoro, viene contattato dal direttore della rivista Sharps. Il potente Clayton Harding (Jeff Bridges), nostalgico dei vecchi tempi in cui era partito con il fondare una fanzine indipendente e dissacrante, si rivede in Sidney e decide così di proporgli di venire a lavorare per lui a New York. Sidney accetta con entusiasmo e da qui parte quella che sarà la sua parabola discendente.
L'intento era quello di mettere alla berlina, attraverso le armi della commedia, la frivolezza e la totale assenza di professionalità di molti giornalisti che si occupano di spettacolo, mostrando come il loro lavoro non faccia altro che fondarsi su un duplice canale pubblicitario: per la rivista che pubblica approfondimenti su personaggi di successo e, naturalmente, per questi ultimi che negli articoli vengono esaltati in modo indecente e tratteggiati quasi come degli dei.


Star System – Se non ci sei non esisti però non graffia mai veramente, alternando gags a volte anche molto divertenti (spicca qualche riuscito duetto tra Pegg e Bridges) a una serie notevole di momenti morti in cui la narrazione si trascina stancamente, risultando un po' indigesta.
L'intero film va fortemente a corrente alternata, come dicevamo all'inizio. E qui la complicità della sceneggiatura di Peter Straughan è decisiva: tant'è che quando gli attori (l'inglese e sgraziato Simon Pegg su tutti) sono supportati da buone battute riescono sempre a creare un'atmosfera ironica e spassosa. 
La regia di Robert Weide (al suo primo lungometraggio) è piatta e priva di mordente anche per una commedia scanzonata. Esilarante, invece, l'utilizzo come sorta di leit motiv della imponente campagna di lancio del film Madre Teresa – The Making of a Saint, in cui la figura della santa è interpretata in modo alquanto improbabile da un'affascinante e dissoluta Megan Fox.


sabato 12 febbraio 2011

"Tropa de Elite" di José Padilha

È stato presentato ieri al festival di Berlino Tropa de Elite 2 – O Inimigo Agora è Utro, il seguito del fortunato film del brasiliano José Padilha che alla Berlinale del 2008 si era aggiudicato contro ogni pronostico l’Orso d’oro battendo sul filo di lana il capolavoro di Paul Thomas Anderson Il Petroliere. Cogliamo l’occasione per proporvi la nostra recensione del primo film scritta per il mensile Cinem'Art all’epoca dell’uscita nei nostri cinema.


Tropa de Elite, pur non presentando un particolare sguardo d’autore e facendo ricorso ad una struttura narrativa tipica del solido prodotto hollywoodiano (spettacolarizzazione, costruzione temporale non lineare, utilizzo un po’ ammiccante della voce fuori campo), è di sicuro un buon lavoro ed ha il notevole pregio di restituire la tragica situazione delle favelas in gran parte della sua complessità. Fin dall’inizio la scelta è quella di concentrarsi sulla polizia, a differenza ad esempio del celebre City of God di Meirelles, dove il punto di vista adottato era quello dei trafficanti.
A Rio de Janeiro nel 1997 la maggioranza dei poliziotti, sottopagati e male addestrati, tende ad essere facilmente corruttibile e sembra non avere alcuna intenzione di rischiare la vita mettendosi in guerra con i trafficanti che controllano le favelas. Se la polizia è in gran parte corrotta, la popolazione sembra stare dalla parte dei trafficanti, i quali perlomeno assicurano agli abitanti delle favelas una certa protezione. Poi c’è la tropa de elite che dà il titolo al film, detta anche Bope, vale a dire l’implacabile squadra dei reparti speciali (che può contare solo su cento unità) con il compito di risolvere le situazioni di emergenza. In questo contesto apparentemente senza via d’uscita, viene ordinato al capitano del Bope Nascimento (il convincente Wagner Moura) di fare una serie di irruzioni in alcune favelas per renderle temporaneamente sicure in previsione dell’arrivo di Papa Giovanni Paolo II.


Tropa de Elite è una pellicola d’azione ben costruita che, intrattenendo con abilità lo spettatore, denuncia l’inefficienza e l’inadeguatezza degli organi della polizia brasiliana e guarda con rispetto al Bope, pur raffigurando un panorama complesso e per nulla manicheo in cui non è semplice discernere il bene dal male – si pensi ai ragazzi benestanti della ONG che contribuiscono a finanziare il mercato della droga dei trafficanti. Dal vincitore di un festival importante come quello di Berlino, comunque, ci saremmo aspettati uno sguardo più profondo, spiazzante e, soprattutto, un linguaggio cinematografico maggiormente ricercato ed innovativo.

venerdì 11 febbraio 2011

Due righe su "Burlesque" di Steve Antin


È inutile negarlo. Da questo musical diretto da Steve Antin (attore nel cult I Goonies del 1985) e interpretato da Cher e Christina Aguilera ci si aspettava il peggio. E invece, inaspettatamente, ci si trova di fronte ad un buon prodotto. Grosso insuccesso al botteghino statunitense (appena 39 milioni raccolti su 55 di budget) e accolto malamente dalla critica d’oltreoceano, Burlesque è invece passato allo scorso festival di Torino raccogliendo più di qualche consenso. L’esordio come regista di Antin è infatti rigorosamente prevedibile in ogni suo momento di svolgimento, edulcorato e tutto rose e fiori, certo, ma anche confezionato con un gusto e una cura innegabili. L’alternanza tra i momenti musical-pirotecnici e quelli più propriamente narrativi funzionali a mandare avanti la storia è gestita con gran disinvoltura, e il film scorre piacevolmente per le sue due ore di durata facendo felicemente leva sulla potente voce della Aguilera. Tanto che l’operazione sembra studiata a tavolino per lanciare la carriera cinematografica della cantante proveniente dal clamoroso flop del suo ultimo disco Bionic. Ad ogni modo, la trentenne popstar è molto abile nei numeri musicali e, pur non brillando certo per doti attoriali, tutto sommato se la cava nel ruolo della protagonista.